Henry James.
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IL GIRO DI VITE.
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Titolo originale: The Turn of the Screw.
Traduzione di: Gerolamo Lazzeri.
1934. Rizzoli Editore, MILANO
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Il giro di vite  un racconto o novella dell'orrore, apparso originariamente a puntate nel 1898 sulla rivista Collier's Weekly.
Classificato sia come storia di fantasmi sia nel genere gotico, la novella ha come protagonista una governante che, occupandosi di due bambini in una remota magione nella campagna inglese, finisce per convincersi che siano posseduti dalle anime di due malvagi individui defunti. Nel secolo che segu la pubblicazione di The Turn of the Screw, il testo divenne la pietra angolare degli studi accademici che fondarono il movimento del New Criticism. Il racconto ha conosciuto differenti interpretazioni, spesso mutualmente escludentesi; gli studiosi hanno cercato di determinare l'esatta natura del Male insinuatosi nella storia. Comunque, altri hanno suggerito che la genialit della trama risulti proprio dalla sua intrinseca abilit nel creare un intimo senso di confusione e suspense nel lettore.
Il racconto  stato adattato numerose volte: in drammi radiofonici, film, sui palcoscenici, nell'opera da camera omonima di Benjamin Britten nel 1954, nel film con l'attrice Deborah Kerr del 1961 The Innocents.
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L'AUTORE. a cura del traduttore GEROLAMO LAZZERI.
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Sbalzato, sin da bambino, al sguito della passione nomade del padre, educato in Francia e nella Svizzera, addottoratosi senza convinzione all'Harvard Law School, Henry James, nato a New-York il 15 aprile 1843, fin dalla prima giovinezza fu un americano affascinato dalla superiore cultura e dalla squisita civilt europea. Il padre, pastore calvinista d'origine scozzese, era uomo d'alta dottrina, bizzarro scrittore di teologia e di scienze sociali, oggi ancor noto soprattutto per le curiose polemiche con l'Emerson, col quale, tuttavia, era stato nel 1836 uno dei fondatori di quel Club Trascendentale, che tanta influenza ebbe sulla formazione spirituale dei nordamericani del secolo scorso; il fratello, William, doveva diventare il famoso filosofo cui si debbono le teorie pragmatiste, mentre egli, Henry, non doveva n meno iniziare l'avvocatura, e, sospinto, si direbbe quasi, per ereditariet, a viaggiare, scoprirsi in Europa scrittore. La verit  che Henry James era nato artista; ma un artista destinato fatalmente ad essere sradicato dal proprio suolo, per trovare in una civilt pi elevata l'atmosfera necessaria all'espressione del proprio mondo. La cultura e la civilt europee agirono subito su lui con tutta la forza e l'efficacia della tradizione, dell'ordine costituito come struttura sociale, come abito mentale, come tutto organico. Poteva esprimere ed interpretare determinate esperienze del proprio paese, ma lo poteva fare soltanto in una atmosfera intellettuale estranea alla patria nativa. L'America, in s, non gli diceva nulla; gli Americani, invece, gli dicevan qualcosa, in particolar modo come anime vergini, confrontate o in urto con quelle complesse degli Europei.
La letteratura americana non lo riguardava: solo Hawthorne, l'autore della Lettera rossa, che ammirava, e cui dedic un acuto studio critico, e Howells, direttore dell'Atlantic Monthly, redattore dell'Harpar's Magazine e narratore tra i pi salienti dell'America dell'ultimo quarto del secolo scorso, cui divent amico, lo interessano, ed  sintomatico che questi due autentici Americani, pur nel loro rigido puritanismo, siano in realt scrittori non alla Far-West, ma all'europea. Lo interessano invece i realisti francesi (sui quali, nel 1878, dette un eccellente volume di saggi critici: French Poets and Novelists) e in modo particolare Flaubert. Con essi, a Parigi, ha lunga consuetudine d'amicizia e d'idee, per quanto i Francesi non intuiscano l'artista che  in lui, e non considerino l'opera sua. Egli  ormai un Americano trapiantato in Europa, e la sua vera attivit letteraria s'inizia con una serie di romanzi e di novelle, nei quali Americani ed Europei si urtano, vengono posti gli uni di fronte agli altri, in conflitti d'animi e di spiriti. Roderik Hudson, The American, The Europeans, The Bostonians, Daisy Miller, vengono, uno dopo l'altro, a narrare, a rappresentare questi conflitti. Lo scrittore, intanto, abbandonata definitivamente l'America, nel 1878 si stabiliva in Inghilterra, dove doveva trascorrere tutta la vita, diviso tra la metropoli e la villa che aveva in Rye, nel Sussex. Nel 1915, durante la guerra mondiale, si fece naturalizzare inglese, dando il crisma dello stato civile ad una naturalizzazione che, spiritualmente, era un fatto compiuto gi da lunghissimi anni; e a Londra mor, il 28 febbraio 1916, insignito dell'Ordine del Merito, alta onorificenza che, prima di lui, era stata concessa soltanto a Meredith.
Egli sentiva,  bene insistere, in proposito, la schiacciante superiorit spirituale dell'Europa sul suo paese, pur avendo, a quando a quando, scatti d'orgoglio nazionale: aveva vissuto a Parigi, aveva fatto lunghi soggiorni in Italia, ed amava il nostro paese, l'amava nei suoi pittori primitivi, nei soleggiati paesaggi toscani, e poco conta se dell'Italia avesse un'imagine in realt piuttosto romantica e ammanierata: cos vedevan l'Italia tutti i cosmopoliti del tempo, e, in fondo in fondo, a ben guardare, la vedevano non eccessivamente dissimile dalla realt d'allora, conosceva la Svizzera e la Germania, l'Inghilterra soprattutto. E, mentre in America si sentiva su sabbie mobili, qui era sul solido piano di una tradizione plurisecolare: v'eran sovrani, corti, nobilt, aristocrazia, una chiesa ed un clero, un esercito, una diplomazia, palazzi, castelli, universit insigni, biblioteche famose, e cos via. Ora, egli era un narratore che sapeva vedere soltanto in un determinato strato sociale, in quello appunto nel quale codeste cose contano, perch anche la vita pi vuota vi diventa una costruzione squisita di bellezza, di equilibrio, di armonia. L'Anti America per eccellenza, in somma. Ebbene, nel quadro di questa societ raffinata, leggera e profonda ad un tempo, che , in quanto c' un passato ed una tradizione, James immette la spontaneit, la verginit degli Americani alla scoperta dell'Europa, di un popolo, cio, che non ha passato ma solo un avvenire. Di questi contatti e degli urti inevitabili che ne conseguono egli  stato il pittore, l'interprete sottile ed esauriente, specialmente in quel primo periodo della sua operosit, che va, grosso modo, dal 1870 al 1890, e sul quale predomina un autentico capolavoro, forse la pi alta e solida opera di lui: The Portrait of a Lady. Ma, in realt, egli  rimasto in tutta l'opera sua il poeta di questo contatto e di questo contrasto, anche in quelle opere nelle quali si muovono soltanto personaggi europei, perch vi  sempre visibile un implicito omaggio a quella superiore pi fine squisita armonica societ, che lo aveva strappato al suolo nativo, assorbendolo a pieno in se stessa. La sua arte, particolarmente nell'ultimo periodo, tra il 1900 e il 1916, soprattutto con The Wings of the Dove, con The Ambassadors e con The Golden Bowl, si affiner sino a raggiungere la perfezione introspettiva; ma il mondo che la anima e le d un senso ed un rilievo rimarr quasi immutato, non immobile, ma di una mobilit "qui pitine sur place".
 chiaro che un artista, il quale non sapeva interrogare che un determinato ambiente sociale d'agi e d'aristocrazia, per il quale l'ora del t era una specie di rito religioso, di cui amava la luce attenuata ed il tepido raccoglimento, dovesse essere in largo modo un interprete dell'anima femminile. Tutta l'opera sua  popolata di donne, e pi particolarmente di donne americane, dall'anima ingenua e meravigliata di fronte al vecchio mondo. Daisy Miller, Isabella Archer, Milly Theale, Cristina Light, oppure la Maisie di What Maisie knew, curiose della vita e ansiose di conoscerla, anime verginali e tuttavia audaci e libere, costituiscono, con una quantit d'altre sorelle, una galleria femminile suggestiva ed indimenticabile, nella quale l'anima della donna  stata analizzata con una penetrazione, una minuzie, una efficacia che non ha pari. Perch James, in particolar modo nelle ultime sue opere,  un artista dell'introspezione, del monologo interiore. L'opera sua illumina a giorno, d fonti ed antecedenti ai procedimenti di un Proust e d'un Joyce, i quali non sono che epigoni di un metodo che in James aveva gi raggiunto l'apogeo, nel tempo stesso che precorreva tutte le trovate psiconalitiche. Quel monologo interiore che, a ben guardare, era gi presciente nel Laclos delle Liaisons dangereuses, e, attraverso Stendhal, veniva infine portato molto innanzi dal Flaubert di Madame Bovary, nella quale sono gi parzialmente realizzate o in germe tutte le invenzioni successive, che non ne sono che fatale e logica conseguenza; quel monologo interiore, in somma, trova in James l'artista che lo realizza a pieno, e lo porta al suo limite estremo, specie quand'egli, partito dal realismo, lo esaurisce e lo supera, proclamando che la verit non  all'esterno, ma "nella testa dell'artista". Ed ecco allora diventato logico il passaggio da Flaubert a Proust, attraverso James. Quello non ignorava questi,  noto che ne conosceva l'opera e la seguiva: potr scapitarne l'originalit o la novit di Proust, ma si illumina tutto un trapasso. Con l'asserzione che si , or ora, riferita, del resto, James pu anche pretendere ad essere un precursore dei surrealisti.
Il monologo interiore, cos potente in Madame Bovary, procede da Flaubert a James di quanto il romanzo-vicenda procede nel romanzo-introspezione. In Flaubert la vicenda non solo  specchio di realt, ma, in certo qual senso,  pure costruzione architettonica, sviluppo logico, se pur fatale: il dialogo interiore d'Emma non prende soltanto lo spunto dal fatto, ne  nettamente dominato, inalienabile conseguenza, per cos dire. In James, per contro, l'introspezione  condotta a tal punto che il fatto non conta, conta cos poco che resta normalmente un mistero per il lettore.  stato detto che cos sia, perch James pretenderebbe che il lettore lo scoprisse, gli prestasse, in certo qual modo, la propria collaborazione. Baie! vero  che, per la sua sensibilit d'artista, il fatto in s non ha importanza alcuna, la vicenda  cosa tutt'affatto esterna, e quello che gl'importa  il tormento dell'anima, indipendentemente dal fatto occasionale che lo provoca. Per questo, solitamente, i suoi romanzi, gli ultimi in particolar modo, sono mal "costruiti", nel senso tradizionale della parola: non sono concatenamento d'eventi, narrazione di vicende, ma piuttosto rappresentazione di stati d'animo, elaborazioni spirituali. Donde la novit della sua opera, ed i peculiari caratteri di precursore della sua personalit.
Un'arte del genere ha, naturalmente, come l'opera di Proust e di Joyce hanno singolarmente ribadito, un solo punto d'appoggio: lo stile, il quale  necessariamente portato ad affinarsi al massimo per poter essere sfumatura e ricamo. Ora, Henry James possiede uno stile tutto suo, strettamente aderente al suo mondo, duttile e perfetto. Ne deriva una inaudita difficolt a tradurlo in corrispondenti valori d'altra lingua, difficolt tali che, mentre da un lato fanno opinare sulla intraducibilit dell'opera, dall'altro costringono con onest a dichiarare che, forzatamente, la traduzione sta al linguaggio nativo come una copia sbiadita all'originale. Ma non  tuttavia possibile lasciare ignorare in Italia uno scrittore dell'importanza d'Henry James, importanza enorme nei riguardi della letteratura nord-americana, grandissima per quella inglese, e, in genere, dati i potenti riflessi che ne derivano, per tutte le letterature europee, il quale, tra l'altro, am il nostro paese, che pi d'una volta fa da sfondo alle sue mirabili novelle ed ai suoi romanzi. Di lui  stata tradotta, quattro anni addietro, Daisy Miller, accompagnata da un paio di novelle, non delle pi belle e significative tra le molte sue, e qualche racconto  stato, dal francese, introdotto in pubblicazioni del sottosuolo letterario. Qui si dnno ora due tra i suoi pi suggestivi racconti, appartenenti a epoche diverse, racconti che ne pongono in evidenza i caratteri fondamentali dell'arte.
Perch, se The Turn of the Screw ("Giro di vite", che risale al 1885) pu far pensare a Poe, in realt il racconto  del pi autentico James: scritto per una specie di scommessa, ha veramente un'atmosfera d'incubo che ricorda alcune delle pi impressionanti novelle del Poe; ma il procedimento  assolutamente indipendente, e, soprattutto, il senso d'angoscia v' raggiunto e fatto culminare con quell'arte tipica dello James a lasciar nel mistero il fatto, che pi di tutto sembra movere il rapido dramma. Cos, nel secondo racconto, The Altar of the Dead ("L'Altare dei Morti", 1895), resta nel mistero l'offesa imperdonabile che Acton Hague ha fatto a Stransom e quella che ha recato all'Ignota, mentre tutto il racconto mette in luce la finissima arte introspettiva di James.
Confidiamo, pertanto, non senza prima aver pubblicamente ringraziato l'amico Giovanni Scheiwiller per il valido aiuto prestatoci, con informazioni e consigli, ad approfondire la conoscenza della personalit artistica d'Henry James, che i due racconti che nel presente volume si offrono all'attento lettore italiano, sia per la bellezza loro che per i procedimenti con cui son condotti, forse tra i pi tipici ed indicati a soggiogare il pubblico, riescano a diffondere il nome del grande scrittore anglo-americano in Italia, invogliando editori e studiosi a farne conoscere altre opere. Gioveranno, ad ogni modo, a far ammirare due di quei tipi volontari di donne, all'arte del nostro cos cari, tutte dedizione ed abbandono assoluti: l'istitutrice di Giro di vite, che concede in silenzio tutto il proprio amore ad un uomo che ha veduto due volte sole e che non vedr mai pi; l'Ignota dell'Altare dei Morti, che perdona l'offesa e l'abbandono, e consacra tutta la vita alla memoria dell'amante perduto.
Gerolamo Lazzeri.
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Indice.
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GIRO DI VITE.
L'ALTARE DEI MORTI.
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Fine Indice.
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IL GIRO DI VITE.
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Il racconto ci aveva tenuti col sospiro sospeso attorno al focolare; ma non ricordo che venisse commentato, eccezion fatta per l'evidente osservazione che era sinistro come  essenziale sia una storia strana, narrata nella vigilia di Natale in una vecchia casa, prima che qualcuno insinuasse che, a memoria sua, era il solo caso in cui una simile prova fosse stata subta da un fanciullo. Ricordo che, nel caso in discorso, si trattava d'una visione, in una vecchia casa simile a quella nella quale eravamo riuniti, orribile visione apparsa ad un bambino, che dormiva nella camera della madre. Atterrito, la destava; e la madre, prima di riuscire a dissipare il terrore del figlioletto e a riaddormentarlo, veniva essa pure a trovarsi, improvvisamente, davanti allo spettacolo che lo aveva sconvolto. Questa osservazione, non subito ma un po' pi oltre nella serata, determin una certa replica di Douglas, donde deriv la interessante conseguenza, sulla quale richiamo la vostra attenzione. Un altro dei presenti cominci a narrare una storia priva di particolare interesse, e notai che non l'ascoltava. Compresi subito che egli pure aveva qualche cosa da dire: non c'era che attendere. In realt, dovemmo aspettare per due sere successive, bench quella stessa sera, prima che ci separassimo, ci rivelasse quanto lo preoccupava.
Convengo, tanto a proposito del fantasma di Griffin quanto di un altro qualsiasi, che la storia ha un sapore tutto suo per il fatto che il fantasma  prima apparso ad un fanciullo in cos tenera et. Ma, per quello che ne so io, non  la prima volta che un esempio di questo genere delizioso si riferisce ad un bambino. Se questo fanciullo d un giro di vite di pi alla vostra emozione, che direste di due?...
Diremmo, replic uno, che, naturalmente, due bambini danno due giri! vogliamo sapere che cosa sia loro accaduto.
Vedo ancora Douglas: si era alzato in piedi, e, appoggiato al camino, con le mani in tasca, guardava l'interlocutore dall'alto al basso:
Sino ad ora, soltanto io l'ho saputo.  troppo orribile.
Spontaneamente, parecchi dichiararono allora che questo orribile dava al caso un interesse supremo. L'amico nostro, preparandosi con pacata arte un trionfo, gir gli occhi su noi, e prosegu:
 superiore ad ogni imaginazione, e nulla conosco che vi si avvicini.
Come effetto di terrore? chiesi io.
Parve voler dire che il fatto non era cos semplice, ma che non poteva trovar termini esatti per esprimersi. Si pass le mani sugli occhi e accenn una smorfia dolorosa:
Come orrore... Orribile!
Oh, delizioso! esclam una signora.
Non parve udire: mi guardava, ma come se al posto mio vedesse la cosa di cui parlava.
Come un insieme di laidezza, di dolore e d'orrore soprannaturali.
Ebbene, gli dissi allora, sedete e incominciate.
Si volt verso il fuoco, respinse un tizzone col piede e lo contempl per un momento. Poi, ritornando a noi:
Non posso incominciare. Bisogner che mandi in citt.
Queste parole furono accolte da un generale sussurro, accompagnato da molte rimostranze. Quindi spieg, preoccupato:
La storia  scritta, e il manoscritto si trova in un cassetto chiuso a chiave: da anni non n' stato tratto fuori; ma potrei dar disposizioni al mio domestico e mandargli la chiave: mi spedir il piego come si trova.
Sembrava rivolgermi personalmente la proposta, sembrava... quasi implorare il mio aiuto per finirla con le proprie esitazioni. Ruppe lo spessore del ghiaccio che tanti inverni avevano accumulato; intime ragioni gli avevano fatto serbare quel lungo silenzio. Gli altri si dispiacevano del ritardo; ma io ero deliziato dagli stessi suoi scrupoli. Lo scongiurai di scrivere col primo corriere, d'accordarsi con noi per una sollecita lettura, e gli chiesi anche se l'esperienza della quale si parlava fosse un'esperienza sua propria.
No, la Dio merc! rispose subito.
E il racconto  vostro? Lo avete scritto personalmente?
Ho notato soltanto la mia impressione, e l'ho annotata qui... e si tocc il cuore. Non l'ho dimenticata.
Ma il vostro manoscritto, allora?
L'inchiostro con cui  scritto  vecchio e impallidito... la calligrafia ammirevole. Anzi che rispondere, girava ancora attorno all'argomento:  una calligrafia di donna, d'una donna morta da venti anni. In punto di morte, mi ha mandato quelle pagine.
Ora ascoltavamo tutti, e, naturalmente, qualcuno cerc di scherzare o, piuttosto, di trarre da quelle parole l'inevitabile conseguenza. Ma se Douglas neg la conseguenza senza sorridere, non dimostr tuttavia irritazione di sorta.
Era una donna deliziosa, ma dieci anni pi anziana di me: era l'istitutrice di mia sorella, disse lentamente. Non mi  mai capitato d'incontrare, in quella posizione, donna pi piacevole: era degna d'occuparne non importa quale altra.  passato molto tempo, e l'episodio che ci interessa s'era verificato gi molti anni prima. Io ero allora a Trinity, e la trovai in casa, quando vi tornai per le vacanze, durante il secondo anno di collegio. Quell'anno rimasi a lungo in famiglia: fu un'annata splendida; ricordo i giri che facevamo in giardino e le conversazioni nelle sue ore di libert, conversazioni nelle quali mi appariva cos intelligente e cos piacevole! Ma s, vi prego di non sorridere; ella mi piaceva molto, e sono, oggi ancora, contento che io pure le piacessi. Se non le fossi piaciuto, non mi avrebbe raccontata la storia, che non aveva mai narrata a nessuno. N lo credevo soltanto perch me lo diceva: ero certo che non ne aveva mai detto nulla. Ne ero sicuro: lo si vedeva. Capirete perch, quando mi avrete ascoltato.
Perch il fatto l'aveva troppo sconvolta?
Egli continu a guardarmi fissamente:
Capirete subito, ripet. Voi, capirete.
Mi posi, a mia volta, a guardarlo fissamente.
Capisco: era innamorata.
Rise, allora, per la prima volta.
Ah! come siete perspicace! s, era innamorata, o, meglio, la era stata. Era evidente: non poteva raccontar la storia senza che la cosa apparisse lampante. Me ne accorsi, ed ella cap che me ne accorgevo; ma non ne parlammo. Ricordo il tempo e il luogo, la fine del prato, l'ombra dei grandi faggi ed i lunghi e caldi pomeriggi estivi. Non era un ambiente tragico, ma...!
Si allontan dal fuoco e ricadde a sedere.
Riceverete il piego gioved mattina? gli domandai.
Non prima del secondo corriere, probabilmente.
No? Allora, dopo pranzo...
Vi ritrover tutti qui?
E, nuovamente, il suo sguardo si posava su ciascuno di noi.
Nessuno parte?
Disse queste parole quasi con un tono di speranza.
Tutti vogliono restare!
Io rimango... e io rimango!... esclamarono alcune signore, che avevano preannunciata la propria partenza. La signora Griffin, per, disse che desiderava alcuni schiarimenti:
Di chi era innamorata?
Ve lo dir il racconto, m'arrischiai a rispondere.
Oh! non voglio aspettare il racconto!
E quello non lo dir, riprese Douglas. Per lo meno, non lo dir in modo letterale e volgare.
Allora, me ne spiace, perch  l'unico modo col quale io comprenda le cose.
Ma non ce lo direte voi, Douglas? chiese un altro di noi.
Egli si alz bruscamente.
S, domani. Ora, bisogna che vada a coricarmi. Buona notte!
E, prendendo il candeliere, ci piant in asso, leggermente stupefatti. Dal fondo dell'ampio atrio dai rivestimenti severi, in cui eravamo riuniti, ne udimmo decrescere i passi sulla scala. Allora, la signora Griffin disse:
Ebbene, se non so di chi ella fosse innamorata, so perfettamente di chi egli lo era!
Ma ella aveva dieci anni pi di lui, osserv il marito.
Raison de plus... a quell'et!... Il suo lungo silenzio, per,  davvero cavalleresco!
Quarant'anni, osserv brevemente Griffin.
E la sua esplosione finale.
L'esplosione, replicai, far della serata di gioved qualche cosa di formidabile.
Furono talmente d'accordo con me che nulla pi riusc ad interessarci. Quella storia di Griffin, per quanto incompleta fosse, con quel suo andamento di prologo destinato a incitare la nostra curiosit, fu l'ultima della serata. Ci stringemmo le mani, e furon "strette di candeliere", come alcuni dissero, e andammo a coricarci.
Seppi il giorno dopo che una lettera, contenente la chiave, era stata spedita col primo corriere all'indirizzo dell'appartamento di Londra. Ma, a dispetto, o, forse, proprio a causa, della susseguente diffusione di questa notizia, lasciammo tranquillo Douglas nel modo pi assoluto sino a dopo pranzo, sino all'ora, in somma, pi indicata per il genere d'emozione che ricercavamo. Egli divenne allora comunicativo quanto potevamo desiderare, e ci disse persino la ragione eccellente che aveva per esserlo. Ne raccogliemmo la parola nell'atrio, davanti al fuoco, nello stesso luogo in cui, la sera prima, s'eran destati i nostri ingenui stupori. Risult che il racconto, che ci aveva promesso di leggere, per essere compreso aveva bisogno di alcune parole d'introduzione. Mi sia permesso di dir nettamente qui, per non doverci ritornar sopra, che questa narrazione, da me esattamente trascritta molto tempo dopo,  quella che leggerete fra poco. Quando fu prossimo alla fine, il povero Douglas mi consegn quel manoscritto, che aveva richiesto, e che gli era pervenuto tre giorni dopo. Ne cominci la lettura l'indomani sera, nella stessa cornice gi descritta, e l'effetto, sul nostro piccolo circolo, sospeso alle sue labbra, fu prodigioso. Le signore, che avevano dichiarato di rimanere, naturalmente non restarono. Grazie a Dio! Partirono, obbligate a rispettare gli impegni anteriori, e ardenti di una curiosit, che assicuravano essere dovuta ai particolari con i quali gi ci aveva sovreccitati. Il piccolo uditorio finale divenne cos pi intimo e pi scelto, stretto attorno al focolare in una medesima attesa d'appassionata emozione.
Dal primo di quegli interessanti particolari avevamo saputo che il racconto del manoscritto cominciava quando la storia, in realt, s'era gi iniziata. Per comprenderla bisognava sapere come la vecchia amica, istitutrice di sua sorella, v'era stata mischiata. Era la figlia minore d'un povero pastore di campagna, e, a vent'anni, iniziava l'insegnamento, quando un bel giorno si decise ad andare di gran fretta a Londra, aderendo all'invito dell'autore di un annunzio, cui ella aveva gi brevemente risposto. Per presentarsi a questo padrone in potenza, ella si rec in una casa di Harley Street, che le parve vasta e imponente, dove venne ricevuta da un perfetto gentiluomo, uno scapolo nel fior dell'et, un tipo, in somma, quale mai, tranne in un sogno o in un romanzo d'altri tempi, avrebbe potuto apparire ad una timida ed ansiosa fanciulla, da poco escita dal suo presbiterio dell'Hampshire. Il tipo  di facile descrizione, perch  uno di quelli che fortunatamente non scompare. L'uomo era bello ardito e seducente, gentilmente familiare, pieno di brio e di bont. Egli, come non poteva non essere, la colp con i suoi modi d'uomo galante, con il contegno aristocratico; ma pi di tutto la sedusse, e le ispir il coraggio che doveva pi tardi dimostrare, la maniera di presentarle la cosa: doveva rendergli una grazia, fargli un favore per cui sarebbe stato felice di serbarle una gratitudine eterna. Ella lo giudic ricco, ma di una pazzesca stravaganza. Le appariva con l'aureola dell'ultima moda, fisicamente seducente, d'una prodigalit facile e consueta, squisito nei modi con le donne. La vasta casa, nella quale la riceveva, era piena di cimeli stranieri, portati dai suoi viaggi, e di trofei di caccia. Ma egli desiderava ch'ella si recasse immediatamente nella casa di campagna, vecchia dimora familiare della contea d'Essex.
Era tutore di un nipotino e d'una nipotina, cui erano morti i genitori in India. Il padre, suo fratello minore, aveva abbracciata la carriera militare, ed era morto due anni prima. Quei bambini, che per un cos grave caso gli eran piombati sulle spalle, erano un fardello pesante per un uomo nelle sue condizioni, senza esperienza alcuna in proposito e senza la minima dose di pazienza. Ne era derivata tutta una serie di noie, e, per colpa sua certamente, una catena d'errori. Ma i poveri orfanelli gli ispiravano una immensa piet, e faceva per loro tutto quel che poteva. Li aveva, ad esempio, mandati nell'altra sua casa, essendo evidente che la campagna era quanto loro pi si addiceva, e sin dall'inizio li aveva affidati al personale pi indicato, il migliore che aveva potuto trovare, giungendo sino a separarsi, a vantaggio loro, dai suoi propri servitori, e a recarsi a visitarli quanto pi frequentemente poteva, per vedere come andassero le cose. Il grosso inconveniente consisteva nel fatto che, praticamente parlando, essi non avevano altro parente che lui, mentre i suoi affari personali gli assorbivano tutto il tempo. Li aveva collocati a Bly, luogo di sicurezza e di salubrit indiscutibile, e vi stavano come in casa propria; per dirigere la casa (ma soltanto dal punto di vista materiale) vi aveva mandato un'ottima donna, la signora Grose, antica cameriera di sua madre, che sarebbe certamente piaciuta alla giovine visitatrice. La signora Grose era preposta al governo della casa, e adempieva temporaneamente al cmpito d'una specie di governante della bambina, alla quale, fortunatamente, era molto affezionata, non avendo figlioli propri. Il personale di servizio era numeroso; ma, era chiaro, la signorina, che avrebbe mandato laggi in veste d'istitutrice, avrebbe avuto alle dipendenze tutta quella gente. Durante le vacanze avrebbe dovuto sorvegliare anche il ragazzo, che da un trimestre era in collegio, bench fosse ancora in tenerissima et. Ma che si poteva far di meglio? Le vacanze stavano per principiare, e il bambino doveva ritornare da un momento all'altro. I fanciulli erano stati subito affidati ad una signorina, che avevano avuto la sventura di perdere. Era una persona raccomandabilissima, ed aveva mirabilmente esplicato le proprie funzioni sino alla sua morte, il gran contrattempo provocato dalla quale non aveva, precisamente, lasciato alternativa diversa dal mandare il piccolo Miles in collegio. Da quell'epoca, la signora Grose aveva fatto quanto stava in lei per attendere alla buona educazione di Flora, e perch nulla le mancasse. V'era inoltre una cuoca, una cameriera, una giovine lattaia, un vecchio cavalluccio, un vecchio palafreniere ed un vecchio giardiniere, tutti famigli di fedelt sicura.
Douglas era giunto a questo punto del racconto, quando gli venne rivolta la seguente domanda:
E di che  morta quella prima istitutrice? Per eccesso di buone qualit?
La risposta del nostro amico fu pronta:
Lo saprete al momento opportuno: non voglio precorrere il racconto.
Scusatemi: credevo che fosse proprio quello che stavate facendo.
Se io fossi stato il successore, suggerii, avrei desiderato sapere se il posto comportasse...
Un pericolo di morte? Douglas complet il mio pensiero. S, ella desider saperlo, e, in fatti, lo seppe, come vi dir domani. Fra tanto, le cose le apparvero veramente sotto un aspetto un po' inquietante: ella era giovine, nervosa, inesperta, aveva dinanzi un susseguirsi di gravi doveri, in un ambiente molto limitato; in somma, sarebbe stata circondata da una grande solitudine. Esit per due giorni, medit, chiese consigli; ma poich l'onorario offerto superava quant'altro mai potesse sperare, dopo un secondo colloquio, firm l'assunzione.
Douglas fece una pausa, ed io ne approfittai per insinuare questa osservazione, a beneficio di tutta l'assemblea:
La morale di tutto questo  che l'affascinante signore esercitava una seduzione irresistibile, cui ella cedette.
Egli si alz, e, come nella sera precedente, avvicinandosi al fuoco, respinse col piede un tizzone, e rest per un momento con la schiena voltata.
Ella lo vide solo due volte.
S, ma proprio in questo  la bellezza della sua passione.
Douglas, sentendosi dir questo, con mio leggero stupore, mi si rivolse:
S, ne fu veramente la bellezza. Altre, continu, non ne furono soggiogate. Egli le manifest francamente le difficolt, che incontrava nelle sue ricerche; a parecchie candidate le condizioni erano parse impossibili: in certo qual modo, ne sembravano spaventate, e, pi ancora, quando venivano a conoscere la condizione principale.
Che era?...
Ella non doveva mai disturbarlo per nessun motivo; ma mai, assolutamente mai: n chiamarlo, n lamentarsi, n scrivergli; doveva risolvere da sola tutte le difficolt che avrebbe incontrate, ricevere dal notaio il danaro necessario, provvedere a tutto, e lasciarlo tranquillo. Ella glielo promise, e mi ha confessato che quando egli le tenne per un istante le mani nelle sue, sollevato e felice, ringraziandola del sacrificio, si era gi sentita ricompensata.
E fu quella tutta la ricompensa? chiese una signora.
Non lo rivide mai.
Oh! esclam la signora.
Il nostro amico ci lasci immediatamente, sicch fu questa l'ultima parola significativa detta sull'argomento, sino alla sera seguente, in cui, seduto nella poltrona pi comoda, accanto al fuoco, egli apr un albo sottile con la coperta d'un rosso stinto, i tagli dorati nel modo antico.
La lettura occup pi d'una serata; ma, alla prima occasione, la stessa signora rivolse un'altra domanda:
Come s'intitola?
Non ha titolo.
Oh! non conta: ne ho uno io, dissi. Ma Douglas, senza udirmi, aveva incominciato a leggere, con un'articolazione netta e pura, che rendeva come sensibile all'orecchio la bellezza della calligrafia dell'autore.
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Capitolo 1.
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Ricordo l'inizio soltanto come un succedersi d'alto e di basso, un va e vieni d'emozioni diverse, ora naturalissime, ora ingiustificate. Dopo quello slancio d'energia che, in citt, mi aveva trascinato ad accettare il suo invito, ebbi due pessime giornate: tutti i miei dubbi s'erano ridestati, ero sicura d'aver preso la peggiore delle decisioni. In questo stato d'animo, trascorsi le lunghe ore del viaggio in una diligenza sobbalzante e mal molleggiata, che mi condusse alla meta designata. Vi dovevo trovare una carrozza della casa cui ero diretta, e vi trovai infatti, verso la fine d'un pomeriggio di giugno, un comodo veicolo, che m'aspettava. Tutta l'energia, nell'attraversare, in quell'ora, in una giornata magnifica, un paesaggio la cui ridente bellezza sembrava augurarmi il benvenuto, mi ritorn, e, allo svolto del viale, m'ispir un alato ottimismo, il quale non poteva essere se non la reazione ad un profondo scoraggiamento. Suppongo che mi aspettassi, o temessi, alcunch di cos spiacevole che lo spettacolo che m'accolse costitu una bella sorpresa. Ricordo la piacevole impressione che produsse in me la grande facciata luminosa, con le finestre tutte aperte, donde, dissimulate tra le fresche cortine, due domestiche guardavano fuori; ricordo il prato ed i fiori fulgenti, lo stridere delle ruote sulla ghiaia, le vette degli alberi che si congiungevano, mentre al di sopra le cornacchie descrivevano grandi cerchi, strillando nel cielo dorato. La grandiosit dello scenario m'impression: era ben diverso dalla modesta dimora nella quale avevo vissuto sino a quel giorno! Una donna cortese, che teneva per mano una bambina, apparve subito sulla porta, e mi fece una riverenza cerimoniosa come se fossi stata la padrona di casa, o un'ospite di grande importanza. L'impressione che del luogo m'era stata data a Harley Strett era molto pi modesta: ricordo che, per questo, ritenni il proprietario pi gentiluomo ancora, e pensai che i piaceri del cmpito affidatomi potessero essere superiori a quelli che mi aveva lasciato intravvedere.
Non provai delusione di sorta sino al giorno seguente, perch trascorsi ore trionfali a far la conoscenza della mia pi piccola allieva. Quella bambina, che accompagnava la signora Grose, mi colp immediatamente come una creatura talmente squisita che doveva essere una vera gioia occuparsi di lei. Non avevo mai veduta una bambina pi bella, e, pi tardi, mi chiesi come mai il padrone non me ne avesse parlato. Quella prima notte dormi poco: ero troppo agitata, e ricordo che ne rimasi colpita, ossessionata, accompagnandosi l'insonnia all'impressione prodotta dalla generosit dell'accoglienza che m'era stata offerta. La camera, imponente e spaziosa, una delle pi belle della casa, l'ampio letto, che mi sembrava un letto di parata, i pesanti cortinaggi disegnati a fogliame, le alte specchiere nelle quali, per la prima volta, mi vedevo dalla testa ai piedi, tutto mi colpiva (nel modo stesso dello strano fascino della piccola allieva), come fosse un ordine naturale delle cose di quel luogo. Sin dal primo giorno, furono anche una cosa del tutto naturale i miei rapporti con la signora Grose: durante il viaggio in diligenza vi avevo pensato con inquietudine. L'unico motivo che, a prima vista, avrebbe potuto rinnovare quell'inquietudine era la sua gioia anormale per il mio arrivo. Sin dalla prima mezz'ora, la trovai contenta a tal punto che, positivamente, ella si vigilava, era una grossa donna, semplice, aperta e sana, per non dimostrarlo troppo. Mi stupi persino un poco, in quel momento, ch'ella preferisse non farlo vedere, ed  evidente che, riflettendoci, avrei potuto avere qualche sospetto in proposito e provarne malessere.
Ma era un conforto pensare che malessere alcuno non poteva derivare da quella beatificante visione, ch'era l'imagine radiosa della bambina, visione la cui angelica bellezza, pi di tutto il resto, probabilmente, era causa di quell'agitazione, che mi fece alzare prima di giorno e camminare per la stanza, col desiderio d'impossessarmi interamente del paesaggio e della veduta; di spiare, dalla finestra, l'aurora incipiente d'un giorno d'estate; di scoprire le altre parti della casa, che non potevo abbracciare con lo sguardo, e, mentre nell'ombra svanente gli uccelli cominciavano a chiamarsi, udir forse di nuovo certi suoni meno naturali e provenienti non dall'esterno bens dall'interno, che imaginavo d'aver udito. Per un attimo, m'era parso d'afferrare, debole e in lontananza, il grido d'un bimbo; quindi, ero quasi incoscientemente trasalita, come per il frusco di un passo leggero davanti alla mia porta. Ma tali imaginazioni non erano abbastanza insistenti, perch non potessi facilmente respingerle, e mi tornano in mente soltanto alla luce o, piuttosto, all'ombra, degli avvenimenti posteriori. Non v'era dubbio che sorvegliare, istruire, "formare" la piccola Flora, non dovesse essere opera d'una vita utile e felice. Dopo cena, avevamo deciso che, trascorsa la prima notte, ella avrebbe, naturalmente, dormito in camera mia, dove il suo lettino bianco era gi stato collocato a questo scopo. Dovevo occuparmi completamente di lei, che era rimasta una notte ancora con la signora Grose, soltanto per riguardo al mio inevitabile imbarazzo ed alla sua naturale timidezza. Ma ero sicura che, non ostante questa timidezza, me la sarei affezionata rapidamente. Cosa bizzarra: la fanciulla, in proposito, s'era spiegata francamente e coraggiosamente; ci aveva lasciate, senza impaccio alcuno, proprio con la dolce e profonda sicurezza d'un angelo di Raffaello, discuterne, ammetterlo e sottometterci. Una parte della mia simpatia per la signora Grose derivava dal piacere che le procurava la mia ammirazione e la mia meraviglia, mentre ero seduta con l'allieva, davanti ad una cena di pane e di latte, illuminata da quattro candelieri, la fanciulla dirimpetto a me sul suo predellino, in grembiule, col bavagliolo. Davanti a Flora, naturalmente, v'erano molte cose che potevamo comunicarci soltanto con sguardi allegri e significativi, o con indirette ed oscure allusioni.
E il bambino le rassomiglia?  altrettanto notevole?
Non era conveniente, come gi ci eravamo dette, lusingare troppo apertamente i fanciulli.
Oh! signorina, notevolissimo! Voi trovate la bambina gentile! E stava in piedi, con un piatto in mano, guardando con un sorriso raggiante la piccina, mentre i soavi occhi celestiali di questa andavan da l'una all'altra di noi, senza che nulla in loro ci spingesse a smettere le lodi.
Ebbene, s! in fatti, mi pare...
Vi estasierete per il signorino.
Mi sembra proprio d'essere qui solo per questo... per entusiasmarmi di tutto. Mi par tuttavia di capire, soggiunsi, quasi mio malgrado, che mi lascio trascinare un po' troppo facilmente. Anche a Londra m' capitata la stessa cosa.
Vedo ancora il grasso volto della signora Grose, mentre penetrava il significato delle mie parole.
Ad Harley Street?
A Harley Street!
Ebbene, signorina, non siete la prima, e n meno sarete l'ultima.
Oh! risposi, riuscendo a ridere, non ho la pretesa d'esser la sola! Ad ogni modo, da quel che ho compreso, l'altro allievo arriva domani?
Non domani, signorina: venerd. Arriver come voi, con la diligenza, sotto la sorveglianza del cocchiere: lo manderemo a prendere con la stessa carrozza che vi venne a ricevere.
Saggiai allora se fosse opportuno, nel tempo stesso che gentile ed amichevole, recarmi con la sorellina all'arrivo della diligenza. La signora Grose accolse cos favorevolmente la proposta che mi dette l'impressione d'assumere, per cos dire, il confortante impegno, venne sempre fedelmente mantenuto, grazie a Dio! d'esser del mio parere su tutti gli argomenti. Come era contenta della mia presenza!
Quello che il giorno dopo provai, penso, non pu in verit chiamarsi una reazione all'allegria dell'arrivo: non era, probabilmente, nella peggior delle ipotesi, se non una leggera oppressione, derivata da una pi precisa osservazione delle circostanze che mi circondavano, quando, per esprimermi cos, feci il giro di esse, le esaminai, me ne penetrai. Queste circostanze avevano un'estensione ed erano una massa tale come non v'ero preparata. Quando mi ci trovai di fronte, me ne sentii dapprima vagamente confusa e, tuttavia, assai orgogliosa. Le lezioni propriamente dette risentivano certamente della mia agitazione: pensavo che fosse primo mio dovere creare un'intimit tra la piccina e me, adoperando tutte le seduzioni delle quali disponevo. Trascorsi dunque la giornata fuori, con lei. Convenimmo tra di noi, con sua grande sodisfazione, ch'ella, ed ella sola, mi avrebbe fatto visitare la casa: me la fece visitare a passo a passo, stanza per stanza, nascondiglio per nascondiglio, intrattenendomi con un divertente e delizioso chiacchiero fanciullesco, che in una mezz'ora consegu il risultato di fare di noi un paio di grandi amiche. Mi colp, durante il nostro giro, ch'ella, bambina com'era, avesse tanto coraggio e tanta sicurezza. Nelle camere vuote e negli oscuri corridoi, nelle scale a chiocciola, sulle quali io stessa ero talora obbligata a fermarmi, e persino sul sommo d'una vecchia torre con caditoi, che mi dava la vertigine, il suo cinguetto fanciullesco, la tendenza a dar spiegazioni piuttosto che a chiederne, tutto il suo modo di fare, esultante e dominatore, mi stordiva e mi trascinava. Non ho mai pi veduto Bly dal giorno in cui ne sono partita, e, sicuramente, apparirebbe ora molto diminuito ai miei occhi invecchiati e delusi; ma, mentre la piccola guida dai capelli d'oro e dalla vestina azzurra, mi saltava davanti nei giri dei vecchi muri, e sgambettava lungo i corridoi, mi sembrava di vedere un castello da romanzo, abitato da un folletto dalle guance rosa, un luogo appetto al quale avrebbero fatto cattiva figura le fiabe e le pi belle favole per bambini. Non era tutto un racconto, un racconto sul quale sonnecchiavo e fantasticavo? No: era una vasta casa vecchia e brutta, ma comoda, che aveva conservate alcune parti di una costruzione pi antica, met distrutta e met utilizzata. Il nostro piccolo gruppo quasi mi sembrava vi fosse smarrito come un pugno di passeggeri su un grande bastimento alla deriva. E, cosa strana, il timone lo tenevo io!
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Capitolo 2.
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Me ne resi ben conto quando, due giorni dopo, in carrozza, andai con Flora incontro al signorino, come diceva la signora Grose; tanto pi che un incidente, accaduto la seconda sera, mi aveva profondamente sconcertata. Il primo giorno, come ho detto, era stato nel suo insieme rassicurante. Ma ne dovevo veder cambiare il tono. Il corriere di quella sera, che giunse tardi, portava una lettera per me. Era del mio padrone: conteneva solo poche parole, e ne includeva un'altra diretta a lui, ma che non era stata aperta. "La lettera acclusa proviene dal direttore del collegio, il quale  un insopportabile seccatore. Vogliate leggerla, dirimere la questione con lui, e, soprattutto, non parlarmene. Non una parola. Parto!" Aprirla mi cost un grande sforzo; uno sforzo tale che m'occorse molto tempo per decidermi. Finalmente, mi portai in camera la lettera, sempre chiusa, e la lessi soltanto nel momento in cui stavo per coricarmi. Avrei fatto meglio ad aspettare sino al giorno dopo, perch ne deriv una seconda notte insonne. Il giorno dopo ero molto preoccupata, non avendo alcuno cui chiedere consiglio; ma la preoccupazione s'accrebbe a tal punto che decisi di confidarmi almeno con la signora Grose.
Che vorr mai dire? Il bambino  scacciato dal collegio?
Fui impressionata dallo sguardo che mi lanci; poi, visibilmente, con una indifferenza rapidamente riacquistata, cerc di riprendersi.
Ma tutti i collegiali non son forse?...
Rimandati a casa? S, ma soltanto per la durata delle vacanze. Miles, invece, non potr pi ritornare in collegio.
Ella, sotto il mio sguardo attento, perse la sicurezza ed arross.
Non vogliono tenerlo?
Vi si rifiutano, nel modo pi reciso.
Allora, ella alz su di me gli occhi, che aveva distolti, e li vidi pieni di lacrime sincere.
Che ha fatto?
Esitai: poi ritenni fosse meglio farle leggere la lettera. Gliela tesi, ma quel gesto le fece mettere con grande semplicit le mani dietro la schiena, senza prenderla. Scosse tristemente il capo:
Queste cose non son fatte per me, signorina...
La mia consigliera non sapeva leggere!
Trasalii per la sorpresa, e, facendo quanto potevo per attenuare l'errore, aprii la lettera per leggergliela, poi, balbettando per l'emozione, la ripiegai di nuovo, e la rimisi in tasca.
 veramente un ragazzo cattivo?
Aveva sempre gli occhi pieni di lacrime.
Quei signori lo dicono?
Non danno particolari di sorta: esprimono semplicemente il rincrescimento per l'impossibilit in cui si trovano di tenerlo ancora. Ma v' un modo solo di spiegarselo.
La signora Grose mi ascoltava con molta emozione: non si permise di chiedermi quale fosse la spiegazione, di modo che, per dare maggior coerenza alla cosa e farla pi presente al mio spirito, partecipandogliela, continuai:
Perch potrebbe far del male agli altri.
Queste parole, con uno di quei bruschi movimenti delle nature semplici, la infiammarono di colpo:
Il signorino Miles? Lui farebbe del male agli altri?
V'era un tale accento di buona fede nelle sue parole, che mi sentii spinta, pur dal mio stesso timore, bench non avessi ancora veduto il fanciullo, a trovare in realt quel pensiero assurdo. Sottolineai, sarcasticamente, abbondando subito nel senso dell'amica:
Far del male ai suoi piccoli compagni innocenti!
 troppo orribile, esclam la signora Grose, dir cose cos crudeli! Non ha ancora dieci anni!
Ma s!  impossibile credere ad una cosa simile.
Ella mi fu grata, evidentemente, di questa dichiarazione.
Prima conoscetelo, signorina, e, se volete, credete poi!
Ebbi, di nuovo, una grande impazienza di vederlo. Si destava in me un senso di curiosit, che nelle ore seguenti doveva crescere sino alla sofferenza. M'accorsi che la signora Grose aveva notata l'impressione che m'aveva fatta, e insist con sicurezza:
Potreste, allora, dire altrettanto della signorina. Dio la benedica! soggiunse. Guardatela!
Mi voltai: dalla porta aperta ci si presentava Flora, che dieci minuti prima avevo fatta sedere nella sala di studio, con un foglio di carta bianca, una matita e una bella copia di begli "o" rotondissimi da fare. Ella dimostrava, con le manierine infantili, un distacco straordinario per i cmpiti che non le piacevano. Ma tuttavia il suo sguardo, pieno del grande luminoso raggio dell'infanzia, sembrava offrire semplicemente, a spiegazione della propria condotta, l'affetto che aveva concepito per me, e che l'aveva costretta a seguirmi. Che m'occorreva di pi, perch sentissi tutta la giustezza del paragone della signora Grose? Strinsi perci l'allieva nelle braccia, coprendola di baci, cui mischiai un singhiozzo di penitenza.
Per tutto il resto del giorno, per, spiai l'occasione di trovarmi con la collega, tanto pi che mi parve ella cercasse, verso sera, d'evitarmi. La colsi, ricordo, sulla scala: scendemmo insieme, e, giunti sull'ultimo gradino, la trattenni, posandole la mano sul braccio.
Da quel che m'avete detto stamane, debbo concludere,  vero, che non l'avete mai veduto comportarsi male?
Ella gett la testa indietro: era evidente che aveva ormai molto onestamente deciso d'assumere un contegno.
Oh! mai veduto!... non dico questo!
Mi senti, una volta ancora, estremamente turbata.
Allora, l'avete veduto?...
Ma certamente, signorina, grazie a Dio!
Dopo averci pensato, non protestai per la risposta.
Volete dire che un ragazzo che non  mai...
Per me non sarebbe un ragazzo...
La strinsi pi da vicino.
Vi piace quell'impeto dei discoli?
Poi, anticipando la sua risposta:
Anche a me, dichiarai appassionatamente; ma non sino al punto di contaminare...
Di contaminare?
Questa grossa parola la disorientava: gliela spiegai.
Corrompere.
Alla fine, quando comprese, ella spalanc dei grandi occhi. E rise, allora, d'un riso singolare:
Temete forse che corrompa anche voi?
Mi rivolse la domanda con un cos ardito bell'umore che, per tutta risposta, risi anch'io, un po' scioccamente, senza dubbio, cedendo alla paura del ridicolo.
Ma il giorno dopo, circa l'ora in cui dovevo salire in carrozza, capitai su lei, in un altro angolo della casa.
Ditemi, che tipo era quella signorina ch'era qui, prima di me?
L'ultima istitutrice? ella pure era giovane e bella... giovine e bella quasi quanto voi, signorina.
Bene! spero allora che la giovent e la bellezza le avranno servito a qualcosa, risposi, ricordo, storditamente. Mi sembra che ci preferisca giovani e belle
Verissimo, disse la signora Grose. Sono le qualit che ricerca in tutti.
Ella aveva a pena dette queste parole, che gi cercava attenuarle.
Voglio dire che  il suo gusto, il gusto del nostro padrone.
Ero impressionata.
Ma, allora, di chi parlavate, dianzi?
Il suo sguardo rimase senza espressione, ma ella arross.
Di lui, naturalmente.
Del nostro padrone?
Di chi altro potrei parlare?
Era cos evidente che non poteva esser d'altri, che un momento dopo avevo dimenticato l'impressione ricevuta che, inavvertitamente, avesse detto pi di quanto voleva dire. Chiesi soltanto ci che m'interessava:
Ed essa non vide mai nel bambino...
Cose che non stessero bene? non me l'ha mai detto.
Dominai uno scrupolo per proseguire:
Era particolarmente premurosa?
La signora Grose finse preoccuparsi di rispondermi coscienziosamente
Su certi punti, s.
Ma non su tutti?
Ella riflett ancora.
Via, signorina! Essa non c' pi, ed io non voglio far pettegolezzi.
Comprendo perfettamente i vostri sentimenti, mi affrettai a replicare. Ma, poco dopo, ritenni di non venir meno a questa concessione, proseguendo:
 morta qui?
No. Era andata via.
Non so perch quelle brevi risposte della signora Grose mi sembrassero ambigue.
Era andata via per morire?
La signora Grose guardava fuori dalla finestra, diritto davanti a s; ma io sentivo che, in sostanza, avevo il diritto di sapere com'erano trattate le istitutrici assunte a Bly.
Volete dire che s'ammal, e che ritorn a casa sua?
Non s'era ammalata qui, apparentemente almeno. Disse che andava a casa, a fine d'anno, per trascorrervi brevi vacanze. E ne aveva diritto, dato il tempo che aveva passato qui. Da qualche mese avevamo allora una giovine bambinaia, che si occupava dei bambini sotto i suoi ordini: era una buona e brava ragazza, che sapeva il fatto suo, e ne ebbe cura durante l'assenza dell'istitutrice, la quale per non ritorn pi. Nel momento, anzi, in cui m'aspettavo ritornasse, il padrone mi fece sapere che era morta.
Fantasticai in proposito.
E di che?
Non me lo disse mai. Se non vi dispiace, signorina, disse la signora Grose, ritorno al mio lavoro.
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Capitolo 3.
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La signora Grose mi volt le spalle; ma, fortunatamente, date le gravi preoccupazioni che mi tormentavano, quel gesto impertinente non poteva fermare lo sviluppo della nostra reciproca stima. Dopo ch'ebbi ricondotto a casa il piccolo Miles, ci incontrammo pi intimamente che mai sul terreno del mio stupore, della mia profonda emozione, tanto mostruoso mi sembrava che si potesse allontanare da un collegio un fanciullo, come quello che avevo allora conosciuto. Avevo fatto un po' tardi nell'andarlo a prendere, ed egli stava sulla porta dell'albergo, in cui la diligenza l'aveva deposto, aspettando pensosamente il mio arrivo: nel vederlo, senti immediatamente che quella stessa irrompente freschezza, quello stesso vero profumo di purit che avevo respirato sin dal primo momento accanto alla sorella, circondava e penetrava anche lui. Egli era incredibilmente bello, e la signora Grose aveva detto la verit: davanti a lui scompariva ogni sentimento, per lasciare posto soltanto ad una specie di appassionata tenerezza. Fui subito conquistata da un che di divino, quale mai mi  accaduto di trovare nella stessa misura in nessun altro fanciullo: un lieve indescrivibile atteggiamento di nulla sapere di questo mondo, eccezion fatta dell'amore. Non si poteva avere una dubbia nomea e possedere una grazia pi innocente, e quando raggiunsi Bly con lui, mi sentii assolutamente confusa, per non dire offesa, pensando al sottinteso dell'orribile lettera, che tenevo chiusa a chiave in un cassetto, in camera mia.
A pena mi fu possibile scambiare a tu per tu qualche parola con la signora Grose, le dichiarai ch'era grottesco.
Ella mi comprese subito.
Volete parlare di quell'accusa spaventosa...
Non ha fondamento. Guardatelo, cara signora! Ella sorrise per la mia pretesa di scoprirne il fascino.
V'assicuro, signorina, che non faccio altro! Che direte, allora? soggiunse immediatamente.
In risposta alla lettera?
Avevo gi deciso.
Assolutamente nulla.
E a suo zio?
La risposta fu recisa.
Assolutamente nulla.
E al piccino?
Non mi riconoscevo pi.
Assolutamente nulla.
Ella s'asciug vivamente la bocca col grembiale.
Sar al vostro fianco. Andremo sino in fondo!
Andremo sino in fondo! ripetei ardentemente, come un'eco. E le tesi la mano per stringere il patto; ella me la trattenne un momento; poi, una volta ancora, con la mano libera riport vivamente il grembiale alla bocca.
Ve l'avreste a male, signorina, se osassi...
Baciarmi? Oh no! E mi presi tra le braccia quella buona creatura: dopo esserci baciate come due sorelle, mi sentii pi energica e pi indignata che mai.
Le cose restarono a questo punto per un certo tempo; ma un certo tempo cos pieno che, per distinguere ora gli avvenimenti, debbo aiutarmi con tutta la mia arte. Oggi mi colma di stupore l'aver accettata una simile situazione. M'ero proposta con la mia compagna di metter le cose in chiaro, ed eravamo decise ad andare sino in fondo. Un sortilegio, apparentemente, mi teneva sotto la sua influenza, e nascondeva ai miei occhi stessi le gravi e lontane conseguenze di questo cmpito. Ero sollevata da un'immensa ondata d'esaltazione e di piet. Nella mia ignoranza, nel mio acciecamento, fors'anche nella mia fatuit, mi pareva semplice assumermi di dirigere l'educazione di un fanciullo, il quale, comunque fosse, era ancora ai primi passi. Sono persino incapace di ricordare, oggi, che cosa contassi di fare alla fine delle vacanze, per la ripresa dei suoi studi. Era tra noi stabilito, in teoria, che gli avrei impartito lezioni durante tutta quella bella estate; ma mi rendo ora conto, che, per intere settimane, fui io a ricevere lezioni. Imparai subito una cosa che non m'aveva insegnato la mia vita modesta e limitata: imparai a divertirmi, anche ad essere divertente e a non pensare all'indomani. Per la prima volta, in certo qual modo, godevo dello spazio, dell'aria, della libert, di tutta la musica dell'estate e di tutto il mistero della natura. E v'era poi quella considerazione che mi circondava, e la considerazione  cos dolce! Ah! era un agguato, non preparato, ma avvolgente, teso alla mia imaginazione, alla mia delicatezza, forse alla mia vanit, a tutto ci che v'era in me di pi vulnerabile. Non so altrimenti renderne l'idea nel suo complesso, se non dicendo che non stavo pi in guardia. I bambini mi affaticavano cos poco! Erano d'una cos straordinaria gentilezza! Mi chiedevo talora, ma senza mai uscire dalle mie fantasticherie senza nesso, come l'avvenire brutale (l'avvenire  sempre brutale), li avrebbe trattati, forse anche feriti. Splendeva in loro il fiore della salute e della felicit. E pure, come se fossero stati piccole altezze, prncipi del sangue attorno ai quali, per star nell'ordine delle cose, tutto ha da essere chiuso, disciplinato ed accomodato, la sola forma d'esistenza che la mia imaginazione vedesse loro apportata dagli anni venturi, era un romantico prolungamento, e veramente regale, dei loro giardini e del loro parco. Non escludo, naturalmente, che il fascino di pace profonda il quale, retrospettivamente, adorna ai miei occhi quel primo periodo, sia dovuto in particolar modo all'urto che, d'un sbito, ruppe tutto. Quel periodo mi appare come immerso nel mistero in cui le cose si preparano e si accumulano: il cambiamento che si produsse fu esattamente simile al salto d'una belva.
Nelle prime settimane i giorni erano lunghi: spesso, nelle ore pi belle, avevo potuto godere di quella che chiamavo la mia ora, quella durante la quale, avendo i bambini preso il t ed essendo andati a coricarsi, potevo concedermi un breve intermezzo, prima di ritirarmi anch'io. Tutto l'affetto, che nutrivo per coloro che mi circondavano, non impediva che quell'ora fosse quella che preferivo. Ma quel che soprattutto preferivo, quando moriva il giorno, dovrei meglio dire: quando agonizzava e gli estremi richiami degli uccelli ritardatari si levavano dai vecchi alberi sotto il cielo infiammato, era fare un giro tra le aiuole e godere, con un sentimento di proprietaria che mi lusingava e mi divertiva, della nobilt e della bellezza di quei luoghi. Era un piacere sentirmi l, tranquilla, giustificata dal dovere compiuto; certamente, era anche un piacere pensare che la discrezione, il semplice buon senso e, in un modo generale, la correttezza e l'elevatezza del mio carattere facevan piacere, se mai vi pensasse, alla persona al cui desiderio aveva ceduto. Stavo allora facendo quanto aveva ardentemente desiderato, quanto mi aveva subito chiesto, ed esser capace di farlo mi dava una gioia pi grande ancora di quella che avrei osato sperare. Dovevo certamente considerarmi una ragazza ragguardevole, se il pensiero che, presto o tardi, lo si sarebbe pubblicamente saputo, m'era di gran conforto. Ebbene, s, bisognava essere ragguardevoli per affrontare gli eccezionali avvenimenti che dovevano accadere.
Accadde un giorno, nel bel mezzo della mia ora di ricreazione: i bambini erano rimboccati nei loro letti, ed io ero uscita a fare un giro. Un pensiero, che mi accompagnava in queste passeggiate, n arrossisco oggi confessandolo, era che sarebbe stato delizioso, proprio delizioso come in un romanzo, imbattermi subitamente in qualcuno. Qualcuno che sarebbe apparso laggi, allo svolto del viale, davanti a me, e che mi avrebbe approvato con un sorriso. Non chiedevo di pi: soltanto che sapesse, e il solo modo d'esser certa che sapesse consisteva nel leggerglielo nella luce gentile del volto bello. Tutto ci era esattamente presente ai miei occhi, voglio dire l'imagine che suscitavo, la prima volta che si produsse uno di quegli eccezionali avvenimenti. Era la fine d'una lunga giornata di giugno: mi fermai di colpo, svoltando dietro un cespuglio, in vista della casa. Mi aveva inchiodata al suolo, in preda ad un turbamento che nessuna visione bastava a spiegare, la sensazione che la mia fantasia avesse, in un lampo, preso corpo. Stava l, ma molto in alto, al di l del prato, al sommo della torre sulla quale, nella prima mattina, mi aveva condotto la piccola Flora. Quella torre stava dirimpetto ad un'altra, simile: erano due costruzioni quadrate, con merli, senza relazione alcuna col rimanente dell'architettura; per una ragione che non conoscevo, una era chiamata la vecchia, l'altra la nuova torre. Fiancheggiavano due lati opposti della casa, e non erano, probabilmente, che due assurdit architettoniche, alquanto corrette, per, dal fatto di non essere del tutto isolate, n d'un'altezza troppo pretenziosa; la loro falsa antichit, d'altra parte, risaliva all'epoca romantica, gi diventata rispettabile passato. Le ammiravo, le sognavo persino, perch c'impressionavano tutti, in particolar modo quando sorgevano nell'ombra, con la proporzione smisurata dei merli. La figura, per, che cos spesso avevo invocata, non sembrava essere, a quella insolita altezza, proprio al suo posto.
Ricordo che quella figura produsse in me, nel limpido crepuscolo, due ondate d'emozione ben distinte, le quali non furono, in realt, che il trasalimento che segu la prima, poi la seconda sorpresa. La seconda fu la percezione violenta dell'errore della prima: l'uomo che vedevo non era la persona che avevo precipitosamente supposto dovesse stare lass. Ne provai un tale sconvolgimento delle facolt visive che, dopo tanti anni, non riesco a trovarne uno equivalente. Si ammetter che un uomo sconosciuto, in un luogo solitario, costituisca quanto basti per spaventare una ragazza, cresciuta nel seno della propria famiglia, e la persona che m'appariva dinanzi, alcuni secondi eran bastati a darmene la certezza, non rassomigliava n alla persona la cui imagine mi riempiva lo spirito, n a qualsiasi altra di mia conoscenza. Non l'avevo veduta a Harley Street, n l'avevo veduta altrove. Inoltre, nel pi strano dei modi, lo stesso luogo era, in un istante e per conseguenza dell'apparizione, diventato solitario. E riprovo totalmente la sensazione di quel giorno, mentre cerco di ricomporre le mie impressioni d'allora con una deliberata riflessione, che non v'ho mai messa. Mentre avidamente m'impregnavo di tutto che i miei sensi potevano cogliere, sembrava che tutto il resto della scena fosse stato colpito dalla morte. Nello scrivere queste cose, odo di nuovo il silenzio intenso in cui svanirono i rumori della sera: le cornacchie non gracchiavano pi nel cielo d'oro, e, per un minuto indicibile, l'ora propizia smarr tutte le sue voci. Ma nella natura non v'era altro mutamento, se non era uno vedere, come allora vedevo, con una cos strana nitidezza. L'oro restava nel cielo, la trasparenza nell'atmosfera, e l'uomo che mi guardava da sopra le merlature era stagliato come un ritratto nella sua cornice: cosa che mi fece pensare, con una straordinaria rapidit, a tutte le persone che poteva essere e che non era. Ci fissammo, attraverso lo spazio, abbastanza a lungo perch avessi modo di chiedermi intensamente chi dunque potesse essere, e per provare, dinanzi all'impossibilit della risposta, uno stupore che crebbe, in pochi secondi, intensamente.
Il grande problema, uno di quelli almeno che si pongono pi tardi nei confronti di certi fatti,  la valutazione del tempo che son durati. Ebbene, il fatto cui accenno dur, pensatene pure quello che vi pare, il tempo che una dozzina di ipotesi, a mio modo di vedere, non migliori le une delle altre, mi si affacciassero allo spirito, per spiegare l'esistenza nella casa, e da quando, soprattutto? d'una persona che vi ignoravo; dur il tempo d'offendermi un poco, pensando che nella mia condizione una simile ignoranza, come una tale presenza, non erano ammissibili; dur, in ogni modo, il tempo che quel visitatore, strano segno di familiarit, ricordo che non portava cappello, potesse, dal suo posto, fissarmi, rivolgendomi proprio la stessa domanda, lo stesso sguardo scrutatore, che provocava la sua presenza. Eravamo troppo lontani l'uno dall'altra per parlarci, ma vi fu un momento in cui, se fossimo stati pi vicini, un'apostrofe qualsiasi, rompendo il silenzio, sarebbe certamente risultata dal nostro modo, reciproco e aperto, di guardarci. Stava nell'angolo pi lontano della casa, dirittissimo, lo notai, con ambo le mani appoggiate sul parapetto. Lo vidi cos, come vedo le lettere che traccio su questa pagina. Poi, esattamente un minuto dopo, quasi per dar maggior risalto allo spettacolo, cambi lentamente di posto, e pass, senza abbandonarmi con la fissit dello sguardo, all'angolo opposto della piattaforma. S, senti intensamente che, durante quello spostamento, non mi tolse gli occhi da dosso, e, in quest'ora, vedo ancora come, nel camminare, la sua mano si posasse, uno dopo l'altro, sui merli. Giunto all'altro angolo si ferm, ma non molto; e, nell'andarsene, continu a fissarmi con insistenza. Se ne and. E fu tutto.
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Capitolo 4.
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Non m'aspettavo che le cose restassero a questo punto, perch ero parimenti commossa e fuori di me. V'era un segreto a Bly? Un mistero d'Udolfo, o un parente alienato, o scandaloso, relegato in un confino insospettato? Non saprei dire quanto tempo, divisa tra la curiosit ed il terrore, restai nel luogo in cui ricevetti il colpo. Ricordo solamente che, quando rientrai in casa, la notte era completamente caduta. Nel frattempo, oro stata certamente in preda ad un'agitazione che m'aveva trascinata a mia insaputa, perch avevo dovuto far almeno tre miglia, girando sempre nello stesso posto. Dovevo poi conoscere angosce talmente peggiori, da poter dire che la mia inquietudine di quel giorno non era che un'aurora, non mi dava che un brivido perfettamente umano. Quanto di pi bizzarro v'era nella mia inquietudine, tutta l'avventura, del resto, lo era stata, mi venne rivelato quando m'incontrai nell'atrio con la signora Grose. Dall'onda dei ricordi riaffiora questa imagine: l'impressione che ebbi, ritornando in quel luogo brillantemente illuminato, cos vasto, con i riquadri bianchi, i ritratti ed i tappeti rossi, e il mite sguardo stupito dell'amica, che mi disse immediatamente che aveva sentito molto la mia mancanza. Mi senti subito persuasa, al suo contatto, che nella sua semplice cordialit aveva provata una naturalissima preoccupazione che si dissip nel vedermi, e che non sapeva assolutamente nulla che avesse un rapporto qualsiasi con l'incidente, accadutomi cos vicino a lei. Non avevo previsto che il suo buon viso m'avrebbe fatta ritornare in me, e misurai, in certo qual modo, la gravit di quanto avevo veduto dall'esitazione che provai nel raccontarlo. In tutta questa storia quasi nulla mi pare tanto singolare quanto il mio duplice sentimento d'allora: una sensazione di vera paura, che cominciava a prendermi, procedente di pari passo, se cos posso dire, con l'istinto di risparmiar la mia compagna. Per questo si comp in me, per una ragione che non avrei allora saputo esprimere, immediatamente, in quell'atrio accogliente, e sotto il suo sguardo, una rivoluzione intima: spiegai con un vago pretesto il mio ritardo, e, invocando la bellezza della notte, l'abbondante rugiada e i piedi bagnati, me ne andai al pi presto in camera.
Ivi, fu tutto un altro affare; ivi, per molti altri giorni, fu un assai curioso affare. Per rifletterci sopra, cotidianamente, in certe ore, o almeno in certi momenti, e ci a detrimento dei pi elementari doveri, dovevo andare a chiudermi in camera. Non che il mio stato nervoso eccedesse la mia forza di resistenza; ma avevo un'enorme paura d'arrivare a questo punto, perch la verit, che dovevo ormai contemplare sotto tutti gli aspetti, era, semplicemente e chiaramente, che non potevo in alcun modo identificare il visitatore col quale ero entrata in rapporti in una maniera cos inesplicabile, e tuttavia, per quel che mi sembrava, cos intima. Mi ero subito resa conto che non mi sarebbe stato difficile scoprire una tresca domestica, anche senza una formale inchiesta, senza destar sospetti. L'urto che avevo subito aveva dovuto acuire tutte le mie facolt: in capo a tre giorni, dopo aver semplicemente osservato pi da vicino le cose, fui convinta che i domestici non mi avevano n ingannata, n presa di mira per uno "scherzo", e che, chiunque potesse essere colui del quale conoscevo l'esistenza, nulla ne era noto accanto e attorno a me. S'imponeva, dunque, una sola ragionevole conclusione: qualcuno s'era presa una libert quasi mostruosa. Questo andavo a ripetermi in camera, quando vi correvo a chiudermici a chiave per un momento. Tutti noi, collettivamente, avevamo subto l'invasione d'un intruso. Un viaggiatore senza scrupolo, curioso di vecchi edifci, era qui penetrato, inosservato, era salito a goder della vista dal luogo pi indicato, ed era scomparso com'era venuto. Mi aveva squadrato cos freddamente e cos audacemente certo per la sua indiscrezione. Dopo tutto, il lato buono della faccenda era che non lo si sarebbe visto mai pi.
Ammettevo, per, che questo non fosse poi un lato cos buono, perch esso non poteva impedirmi di riconoscere che, soprattutto, il fascino del cmpito cui dovevo adempiere respingeva l'episodio nell'ombra. Quell'affascinante cmpito consisteva nel vivere con Miles e con Flora, e tanto pi l'amavo perch col dedicarmici intensamente sempre meglio sfuggivo alla mia preoccupazione. La seduzione dei piccoli allievi era una gioia continua, e suscitava in me uno stupore novello, quando rammentavo i vani timori dell'inizio, il disgusto che m'aveva dapprima ispirato la mia situazione con la grigia prosa del mio incarico. Ma non doveva esserci n grigia prosa, n macina da girare. Come non avrebbe potuto essere delizioso un lavoro, che si presentava come un'opera di cotidiana bellezza? Era tutto il romanzesco dell'infanzia, tutta la poesia delle sale di studio. Con questo, si capisce, non voglio dire che si studiassero soltanto poesie e favole: voglio dire che non vi sono altri termini per esprimere il genere d'interessamento che m'ispiravano i miei compagni. Come altrimenti descrivere tutto ci, se non dicendo che, invece di cadere vicino a loro nella mortale monotonia dell'abitudine, e che prodigio per un'istitutrice: faccio appello in proposito a tutte le colleghe! facevo continue nuove scoperte. Evidentemente, v'era una direzione nella quale i miei passi non procedevano: una profonda oscurit continuava a stendersi sul periodo del soggiorno in collegio. L'ho gi detto, avevo, sin dal primo momento, ricevuto la grazia di poter considerare il mistero senza angoscia. Sarebbe forse pi vicino alla verit dire che il fanciullo stesso, senza una "parola", aveva tutto chiarito. Egli aveva ricondotto l'accusa sul terreno dell'assurdo, e le mie conclusioni potevano diffondersi a loro piacere, e cos pure la sua rosea innocenza: per il maligno ristretto sudicio mondo dei collegi egli era troppo delicato e troppo leale: l'aveva personalmente esperimentato. Avevo fatto l'amara riflessione, che dare la sensazione di una individualit diversa dalle altre, mostrarsi di qualit superiore, finisce sempre col provocare una vendetta della maggioranza, la quale pu finanche comprendere dei direttori di collegio, se sono stupidi e interessati.
Entrambi quei fanciulli avevano per solo difetto una gentilezza che non aveva tuttavia reso Miles effeminato; una gentilezza che li faceva, come potrei dire? quasi impersonali, rendendone impossibile la punizione. Almeno moralmente, erano come quei cherubini dell'aneddoto, in cui nulla v'era da castigare. Ricordo in modo particolare d'aver ricevuto da Miles l'impressione che non gli fosse mai capitata la pi infinitesimale delle storie. Da un fanciullo ci aspettiamo solo pochi "antecedenti", ma in quel delizioso ragazzo v'era qualcosa di cos straordinariamente sensitivo e di cos straordinariamente felice che mi colpiva, pi che in qualsiasi altra creatura della sua et che io abbia mai incontrato, come di bel nuovo rinascente tutte le mattine: no, non aveva mai sofferto, n meno un attimo. Era questa per me una prova positiva da opporre all'idea che un castigo reale gli fosse mai stato inflitto. Se si fosse comportato male, sarebbe stato seriamente "colpito", e, di riverbero, io pure avrei ritrovata la traccia, avrei sentito la ferita e il disonore; ma io non potevo ricostruire proprio nulla; dunque era un angiolo. Non parlava mai del collegio, non nominava mai un maestro o un compagno, e, per mia parte, ero troppo disgustata di tutto ci per farvi la pi piccola allusione. Evidentemente, ero affascinata, e il lato meraviglioso della cosa  che sapevo perfettamente, anche in quel momento d'esserla: ma mi abbandonavo, era un antidoto alla sofferenza, e ne avevo pi d'una. Ricevevo allora da casa lettere inquietanti, perch le cose non v'andavan bene. Ma accanto alla gioia che mi davano i due bimbi, che poteva importarmi nel mondo? Mi rivolgevo questa domanda durante gli affrettati ritiri: ero abbagliata dalla loro bellezza!
Una certa domenica,  necessario procedere, la pioggia cadde cos forte e cos a lungo, che non potemmo, come al solito, recarci processionalmente in chiesa. Cos, poich il giorno s'inoltrava, convenni con la signora Grose, nel caso che il tempo si fosse rischiarato, che saremmo andate insieme all'officio della sera. La pioggia fortunatamente smise, ed io mi preparai per la passeggiata che, attraverso il parco e per la strada maestra, sino al villaggio, portava via un venti minuti. Nel discendere le scale per raggiungere la collega, mi ricordai, nell'atrio, di un paio di guanti che avevano avuto bisogno di qualche punto e che avevo dati, forse con una poco edificante pubblicit, mentre sorvegliavo i bambini durante il t. Questo veniva eccezionalmente servito, la domenica, in quel tempio, duro e rigido, d'ottone e di mogano, ch'era la sala da pranzo dei "grandi". Vi avevo lasciato quei guanti, e vi ritornai per prenderli. Bench il giorno fosse assai grigio, la luce pomeridiana non era scomparsa, e mi permise, varcata la soglia, non soltanto di vedere su una sedia, accanto al finestrone allora chiuso, i guanti che cercavo, ma di scorgere anche, dall'altro lato di quella finestra, una persona che guardava diritto nella stanza. Un solo passo in quest'ultima mi bast: la visione fu istantanea, v'era tutto. La persona che guardava nella stanza era quella che gi m'era apparsa. Cos, mi appariva di nuovo, non posso dire con pi nettezza perch era impossibile; ma con una prossimit, che denotava un progresso nei nostri rapporti. Di fronte a quell'incontro, persi il respiro, e divenni di ghiaccio. Era lo stesso, era proprio lo stesso, e anche questa volta lo vedevo soltanto dalla cintola in su, perch, malgrado che la sala da pranzo fosse a pian terreno, la finestra non scendeva sino alla terrazza, sulla quale stava. Teneva il volto contro il vetro, sicch lo vedevo meglio: lo strano effetto, tuttavia, di quella seconda occhiata, fu di farmi soprattutto sentire quanto intensa era stata la prima. Non rimase che alcuni momenti, abbastanza per convincermi che egli pure m'aveva veduta e riconosciuta: per parte mia, era come se avessi trascorso anni a guardarlo, come se lo avessi sempre conosciuto. Accadde, per, qualche cosa che non s'era verificata l'altra volta: il suo sguardo, posato su me attraverso il vetro e dal fondo della stanza, era sempre cos profondo, cos fisso come allora; ma mi lasci un istante, durante il quale potei seguirlo e vederlo posare successivamente su parecchi oggetti. Immediatamente il colpo di una certezza fulminante si aggiunse alla mia angoscia: non per me egli era l, era venuto per qualcun altro.
Questa convinzione, che mi trapass come un lampo, perch era proprio una convinzione, bench turbata dall'angoscia, produsse in me il pi singolare effetto: un'improvvisa vibrazione di coraggio, di dovere da compiere, mi scosse tutta. Dico coraggio, perch indubbiamente, non ero pi in me. Usci di corsa dalla sala da pranzo, raggiunsi la porta d'entrata della casa e, in un attimo, fui fuori; girai l'angolo, costeggiando la terrazza, correndo pi rapida che potevo, e con un'occhiata abbracciai tutta la facciata. Ma l'occhiata non mi rivel nulla: il visitatore era svanito. Mi fermai di colpo: pel sollievo che n'ebbi, caddi quasi per terra. Ma tutta la scena mi restava presente: aspettai, dandogli il tempo di ricomparire. Il tempo, dico, ma quanto tempo? Oggi, non posso veramente valutare la durata di questi avvenimenti. Avevo allora perduto la nozione della misura: non possono esser durati quanto mi  parso durassero. La terrazza e tutto quello che la circondava, il prato e il giardino, tutto quello che potevo vedere del parco, erano deserti, d'un deserto assoluto. V'erano cespugli e grandi alberi, ma ricordo la precisa certezza avuta che non vi fosse nascosto. Era l, o in nessun luogo; se non lo vedevo, voleva dire che non c'era. M'aggrappai energicamente a questa idea; poi, istintivamente, anzi che ritornare com'ero venuta, andai alla finestra: sentivo confusamente che dovevo andare a pormi nello stesso posto nel quale egli s'era messo. Lo feci. Appoggiai il volto contro il vetro, e come lui guardai nella stanza. Proprio in quel momento, come per farmi giudicare quale fosse stata la portata del suo sguardo, la signora Grose, come avevo fatto io, entr, venendo dall'atrio. Ebbi cos la perfetta ripetizione della scena ch'era accaduta: ella mi vide come io avevo veduto il visitatore; si ferm di colpo, come avevo fatto io; le facevo provare qualcosa come il colpo che io stessa avevo ricevuto. Ella impallid, e mi chiesi allora se io pure fossi impallidita in quel modo. In breve: ella guard con gli occhi spalancati, poi si ritrasse, proprio come avevo fatto io, e compresi che usciva dalla casa per raggiungermi, e che stavo per vederla. Restai dove mi trovavo, e mentre l'aspettavo, pi d'un pensiero m'attravers lo spirito. Ma voglio citarne uno solo: mi chiedevo perch anche lei fosse sconvolta.
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Capitolo 5.
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Oh! ella m'inform, non a pena emerse, davanti ai miei occhi, dall'angolo della casa.
Che  accaduto, in nome di Dio?
Era tutta rossa e ansante. Non dissi nulla, finch non mi fu vicina.
Accaduto a me? Dovevo avere, certamente, un volto straordinario. Lo si vede?
Siete pallida come un cencio lavato: fate paura.
Meditai: con un simile pretesto potevo, senza scrupoli, affrontare l'innocenza pi assoluta. La signora Grose, in tutto il fiore della sua, non poteva pi contare sul mio desiderio di rispettarla: questo sentimento era scivolato, come uno scialle, gi dalle sue spalle, senza che un frusco delle pieghe lo rivelasse, e se esitai un momento, non fu per l'idea di nascondere quello che sapevo. Le tesi la mano, ed ella la prese, stringendomela, mentre io ero compiaciuta di sentirmela vicina. Il timido sospiro, esalato dalla sua sorpresa, fu una specie di sostegno per me.
Venite a prendermi per andare in chiesa, ma non posso venirci.
 accaduto qualcosa?
S. Bisogna che ora lo sappiate. Avevo l'aria molto strana?
Dietro il vetro? Oh! terribile!
Gi, dissi. Ma sono stata spaventata.
Gli occhi della signora Grose espressero chiaramente che non aveva nessun desiderio d'esserlo a sua volta; ma che, per, conosceva troppo bene gli obblighi del suo servizio per sottrarsi dal condividere con me una qualsiasi noia. Oh! il destino voleva che ne dovesse condividere!
La mia emozione, il mio turbamento  dovuto a questo: a quello, in somma, che avete visto dianzi, guardandomi dalla sala da pranzo. Ma quello che ho visto io, immediatamente prima, era ben peggio.
Mi strinse pi forte con la mano.
Che cos'era?
Un uomo straordinario, che guardava.
Che uomo straordinario?
Non ne ho la minima idea.
La signora Grose gir vanamente gli occhi intorno.
Ma dov' andato?
Non lo so proprio.
L'avevate gi visto?
S... una volta. Sulla vecchia torre.
Ella mi guard pi fissamente ancora.
Volete dire che  uno sconosciuto?
Oh! certamente.
E per non me ne avete detto nulla?
No... per certe ragioni. Ma ora che avete indovinato...
Gli occhi rotondi della signora Grose sopportarono immobili questa affermazione.
Ah! non ho indovinato, disse ella con molta semplicit. Come lo potrei, se voi stessa non imaginate?
No, io non posso proprio imaginare nulla.
E non l'avete mai visto altrove che sulla torre?
E poco fa, qui, dove siamo.
La signora Grose si guard nuovamente intorno.
Che faceva sulla torre?
Nient'altro che starci e guardarmi, gi, in basso.
Ella riflett un momento.
 un signore?
Mi pare che non ebbi bisogno di riflettere.
No! Ella mi osservava con crescente stupore. No!
Allora, non  n meno nessuno di casa? Nessuno del villaggio?
Nessuno... nessuno... Non ve n'ho parlato, ma me ne sono assicurata.
Ella respir, vagamente sollevata. Cosa singolare, era dunque meglio? Non molto, tuttavia...
Se non  un signore...
Che cos'? Un orrore!
Un orrore?
... mi perdoni Iddio se so che cosa sia!
E, una volta ancora, la signora Grose si guard intorno: fiss gli occhi sulle lontananze che si oscuravano, poi, ritornando in s, mi si rivolse, con una completa illogicit:
 ora d'andare in chiesa!
Oh! non sono capace di venire in chiesa!
Non vi farebbe bene?
Non ne far a loro!... E indicai col capo la casa.
Ai bambini?
Ormai non posso lasciarli.
Avete paura?
Ho paura di lui, risposi arditamente.
Sul grasso volto della signora Grose apparve, per la prima volta, il lontano e debole lampo d'un'intelligenza che si destava; ne sorse, per me stessa, come l'alba ritardata d'un'idea di me che non le avevo dato, e che, d'altra parte, mi restava ancora completamente oscura. Pensai allora immediatamente che in ci v'era qualcosa donde avrei potuto trar profitto: qualcosa di legato a quel suo desiderio che subito dimostr di volerne saper di pi.
Quando accadde... sulla torre?
Verso la met del mese, alla stessa ora.
Era buio? chiese la signora Grose.
Oh! no! affatto! Lo vedevo come vi vedo.
Allora, come ha potuto introdursi?
E come ha potuto andarsene?
Mi misi a ridere.
Non ho avuto modo di chiederglielo. Questa sera, vedete, non ha potuto introdursi.
Non fa altro che guardare?
Spero che non andr oltre!
Ella aveva abbandonato la mia mano; si volt un poco. Attesi un momento, poi dichiarai:
Andate in chiesa. Addio. Io debbo vigilare.
Ella si rivolse lentamente.
Temete qualche cosa per loro?
Ci scambiammo, di nuovo, un lungo sguardo.
Voi no?
Invece di rispondermi, si avvicin alla finestra, e appoggi il viso contro il vetro.
Ecco come poteva vedere, continuai.
Ella non si mosse, ma:
Quanto tempo  rimasto?
Il tempo ch'io arrivassi qui. Ero uscita per sorprenderlo.
La signora Grose si volt, finalmente, e il suo volto diventava sempre pi espressivo.
Io non avrei potuto uscire..
N meno io! e mi misi a ridere. Ma lo feci perch era mio dovere.
Ho anch'io il mio, replic. Poi soggiunse: A che cosa rassomiglia?
Muoio dal desiderio di dirvelo. Ma non rassomiglia a nessuno.
A nessuno? ripet.
Non porta cappello. E vedendo dal suo volto ch'ella gi lo riconosceva a questo segno, con una emozione crescente, aggiunsi rapidamente al ritratto pennellata a pennellata: Ha i capelli rossi, molto rossi, in riccioli fitti, e un volto pallido, di taglio lungo, con lineamenti regolari e diritti, e baffetti assai strani, rossi come i capelli. Le sopracciglia sono un po' pi cupe, molto arcuate e mobilissime. Gli occhi sono penetranti, strani, orribilmente strani; ma tutto quello che posso dire  che sono piuttosto piccoli e molto fissi. La bocca  grande e le labbra sottili, e, eccezion fatta per i baffetti,  completamente raso. Mi d un po' l'impressione d'assomigliare ad un attore.
Ad un attore?
Era, ad ogni modo, impossibile rassomigliare ad uno di questi meno della signora Grose in quel momento.
Non ne ho mai veduti, ma suppongo che siano cos.  alto, agile, diritto, continuai, ma un gentiluomo, oh, no, mai!
Il volto della mia compagna, mentre parlavo, sbianc; gli occhi rotondi le sbatterono, e spalanc la bocca placida.
Un gentiluomo? balbett ella, confusa, stupefatta, lui, un gentiluomo?
Allora lo conoscete?
Ella cerc, visibilmente, di padroneggiarsi.
Nondimeno,  bello?
Compresi che bisognava incoraggiarla.
Notevolmente.
E vestito?...
Con gli abiti di un altro: sono eleganti, ma non suoi.
Lasci sfuggire, in un soffio, un gemito affermativo:
Sono del padrone.
Colsi la palla al balzo.
Allora lo conoscete?
Ella venne meno, un istante solo.
Quint! esclam.
Quint?
Pietro Quint. Il suo domestico, il suo cameriere, quando era qui.
Quando era qui il padrone?
Ancor stupefatta, ma desiderosa d'illuminarmi, accumulava i particolari.
Non portava mai il cappello, ma si metteva... insomma parecchi panciotti sono scomparsi. L'anno scorso, erano qui tutt'e due. Poi il padrone se ne and, e Quint rimase, solo.
Io ascoltavo, un po' ansante.
Solo con noi. E, come dal pi profondo, soggiunse: Per il servizio.
E che accadde di lui?
Ella stette tanto a rispondere, che sempre pi mi sentii presa dal sentimento del mistero.
Se ne and anche lui, fin col dirmi.
Per andare dove?
A questa domanda, la sua espressione divenne straordinaria.
Dio sa dove!  morto.
 morto!
Gettai quasi un urlo. Ella parve, per cos dire, fortificarsi nella propria decisione, piantarsi saldamente sui piedi per meglio esprimere la stranezza del fatto
S. Il signor Quint  morto.
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Capitolo 6.
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Fu necessario, ben inteso, pi d'un colloquio, come il precedente, per convincerci con chi avremmo dovuto vivere del nostro meglio, d'ora in poi: la mia terribile recettivit delle visioni del genere di cui son stati dati cos impressionanti esempi, e la conoscenza, ormai acquistata per le confidenze della mia compagna, conoscenza fatta ad un tempo di costernazione e di piet, di codesta recettivit. Quella sera, dopo la rivelazione che m'aveva lasciata prostrata per un'ora, non c'era stato che un piccolo officio di lacrime, di voti, di preghiere e di promesse, apogeo di tutta una serie di giuramenti e d'impegni reciproci, direttamente derivato dal nostro appartarci nella sala di studio, dove ci eravamo chiuse per spiegarci a fondo. Il risultato di questa spiegazione consistette semplicemente nel ridurre la situazione all'estremo rigore dei suoi elementi. La signora Grose, per conto proprio, non aveva veduto nulla, non l'ombra di un'ombra, e, all'infuori dell'istitutrice, nessuno, nella casa, aveva da subire la prova. Nondimeno senza dubitare della mia ragione, ella accolse la verit quale gliela affermavo, e, finalmente, mi dimostr in quella circostanza una tenerezza mista a timore, una deferenza verso il mio non rassicurante privilegio, il cui leggero soffio rimane nella mia memoria come la carezza della pi squisita delle carit umane.
Quella sera fu, dunque, definitivamente ammesso fra noi che pensavamo di poter sopportare, insieme, le cose che l'avvenire ci riserbava: ed io non ero convinta che la sua parte fosse la migliore, malgrado la sua esenzione dal dono fatale. Per quello che mi riguarda, credo che sapessi allora, come lo seppi pi tardi, quel che dovessi affrontare per la protezione dei miei allievi; ma mi occorse un po' di tempo, prima d'essere del tutto sicura che la mia onesta compagna avrebbe mantenuto pienamente quanto avrebbe potuto esigere da lei un cos formidabile impegno. Eravamo, l'una per l'altra, strane compagne; ma ripensando al passato, vedo che trovavamo un gran conforto nell'unirci su un terreno comune nella sola idea che, per una fortuna unica, poteva portarci la calma. Questa idea, questo secondo impulso mi trasse, per cos dire, fuori della secreta camera della mia inquietudine. Potevo sempre uscire a prender aria nel cortile, e la signora Grose poteva venire a raggiungermi. Ricordo perfettamente come mi ritornasse un po' di forza, prima che ci si separasse per la notte.
Ci eravamo dette e ridette ogni particolare della avventura.
Dite che cercava qualcuno? Qualcuno che non eravate voi?
Cercava il piccolo Miles. Una luce prodigiosa m'inondava. Ecco, chi cercava!
Ma come fate a saperlo?
Lo so, lo so, lo so! La mia esaltazione cresceva. E lo sapete anche voi, mia cara!
Non lo neg, ma sentivo che non avevo n meno bisogno di questa assicurazione. Un momento dopo, ella riprese:
E se lo vedeva?
Il piccolo Miles?  quanto desidera!
Ella parve di nuovo profondamente sconvolta.
Il bambino?
Dio ce ne guardi! No, l'uomo. Vuol loro apparire.
Che potesse riuscirvi era un pensiero spaventoso; ma, in un certo modo, io potevo annientarlo: la qual cosa, del resto, mentre ci attardavamo, riuscivo a provare praticamente. Avevo la certezza assoluta che avrei rivisto ci che avevo gi veduto, ma qualcosa in me diceva che, offrendomi coraggiosamente come solo soggetto a quella esperienza, accettando, provocando, sormontando tutto che poteva accadere, avrei servito da vittima espiatoria, e vigilata la tranquillit di tutti gli altri membri della casa. Avrei parato i colpi, particolarmente, per i fanciulli, e li avrei completamente salvati. Ricordo una delle ultime cose che dissi quella sera alla signora Grose.
Sono colpita dal fatto che i bambini non me ne parlano mai...!
Ella mi guard fissa, mentre tacevo, pensosa.
Di lui, e del tempo che ha passato qui con loro?
N del tempo che ha passato con loro, n del suo nome, della sua presenza, della sua storia, in nessun modo. Non vi alludono mai!
Oh! la signorina non pu ricordarsene. Non ha mai veduto, n saputo nulla.
Delle circostanze della sua morte? Pensai con una certa intensit. Forse no; ma Miles dovrebbe ricordarsene, dovrebbe sapere.
Ah, non interrogatelo! si lasci sfuggire la signora Grose.
Le restituii lo sguardo che mi aveva lanciato.
Non abbiate paura. Seguitavo a riflettere.  abbastanza strano.
Che non v'abbia mai parlato di lui?
Non vi ha mai fatto la pi lieve allusione, bench dovessero essere "grandi amici".
Oh! non lui! dichiar con enfasi la signora Grose. Era un'abitudine di Quint... di giocare con lui... voglio dire di viziarlo. Tacque un momento, poi soggiunse: Quint si prendeva troppe libert.
A quelle parole, evocando subitamente una visione del suo viso, di qual viso! provai una nausea di disgusto.
Delle libert col bambino?
Delle libert con tutti!
Rinunziai, sul momento, ad analizzare questa dichiarazione, e pensai soltanto che poteva riferirsi a parecchi membri della casa, alla mezza dozzina di domestiche e di servitori che appartenevano ancora alla nostra piccola colonia. Ma v'era tuttavia un motivo di timore in questo fatto, in se stesso felice, che nessuna storia equivoca, nessuna perturbazione ancillare non era, a memoria d'uomo, esistita nella buona vecchia casa. Non aveva n cattivo nome, n fama scandalosa, e la signora Grose, evidentemente, desiderava soltanto aggrapparsi a me e rabbrividire in silenzio. La misi nondimeno alla prova, nell'ultimo momento della giornata. Era mezzanotte, ed ella aveva la mano sulla maniglia della porta, nella sala di studio, e stava congedandosi.
Mi assicurate dunque,  importantissimo, che la sua condotta era indiscutibilmente cattiva, e che era cosa risaputa?
Oh! non era una cosa risaputa. Io sapevo... non il padrone!
E non lo avete mai informato?
Oh via! non vedeva di buon occhio gli informatori, detestava le lamentele. Tagliava corto in tutte le cose di questo genere, e se si adempieva al proprio dovere verso lui...
Non voleva noie per il resto?
Tutto ci si conciliava assai bene con l'impressione che mi aveva fatta: non era un uomo che amasse le noie, e non era sempre molto esigente in quel che si riferiva ad alcune persone del suo ambiente. Insistetti, per, ugualmente, con la mia informatrice.
Vi assicuro che io gliene avrei parlato!
Ella comprese la giustezza dell'osservazione.
Ho fatto male, non lo nego. Ma la verit  che avevo paura.
Paura di che cosa?
Delle cose che poteva fare quell'uomo. Quint era cos abile, cos tenebroso!
Queste parole mi colpirono pi di quando, imagino, lasciassi apparire.
Non avevate paura d'altro? Non della sua azione?...
Della sua azione? ripet con ansia e con l'aria di aspettarsi altro, mentre io balbettavo:
Su piccole preziose esistenze, che v'erano affidate.
No, non mi erano affidate! replic, francamente e dolorosamente. Il padrone aveva fiducia in lui e l'aveva messo qui, perch lo ritenevano in cattiva salute, e l'aria della campagna gli avrebbe fatto bene. E cos, diceva la sua parola su tutto. S, lo confessava, anche su ci che si riferiva a loro.
Loro? Quella creatura? Soffocai un grido d'orrore. E voi potevate sopportarlo?
No, non potevo, e n meno ora lo posso! E la povera donna scoppi in lacrime.
A cominciare dal giorno dopo, come gi ho detto, una sorveglianza rigorosa li segu da per tutto: nondimeno, quante volte durante quella settimana, non ritornammo appassionatamente sull'argomento! Bench l'avessimo discusso in lungo e in largo, quella domenica sera, io fui ancora perseguitata, soprattutto nelle prime ore della notte (si pu imaginare se dormissi!), dal sospetto che non m'avesse detto tutto. Per parte mia non avevo dissimulato nulla, ma la signora Grose mi nascondeva qualcosa. Verso il mattino, del resto, mi persuadevo che non era per mancanza di franchezza, ma perch i pericoli ci circondavano. In fatti, vagliando tutte queste cose, mi sembra che quando il sole fu alto nel cielo, avessi, nel mio turbamento e nella mia agitazione, tratto dai fatti quasi tutto il senso che, pi tardi, pi crudeli circostanze dovevano mettere in luce. Vi vedevo, anzi tutto, la sinistra figura dell'uomo allora vivo, il morto poteva ancora aspettare, e i mesi che aveva trascorsi a Bly: sommati, rappresentavano un formidabile totale. Quel triste periodo non s'era chiuso che all'alba d'un giorno d'inverno, quando, sulla strada proveniente dal villaggio, venne trovato Pietro Quint, freddo come una pietra, da un contadino che si recava al lavoro. La catastrofe venne spiegata, superficialmente almeno, da una ferita visibile alla testa, ferita che poteva essere stata prodotta (e che, stando alle testimonianze, era realmente stata) da un fatale passo in fallo, che un completo errore sul sentiero da seguire gli aveva fatto fare, di notte, lasciando l'osteria, sulla ripida china, coperta di ghiaccio, ai piedi della quale era stato trovato giacente. La china ghiacciata, l'errore di strada, commesso dopo aver bevuto, spiegavano molto; praticamente spiegarono tutto, alla fin dei conti, dopo l'inchiesta e le interminabili chiacchiere; ma nella sua vita v'era un mucchio di cose: strani pericoli corsi in circostanze strane, segreti disordini, vizi pi che sospetti, che avrebbero spiegato molto di pi.
Riesco a pena a trarre dalla mia storia un racconto capace di far comprendere il mio stato d'animo: durante quel periodo ero letteralmente felice di abbandonarmi allo slancio eroico che l'occasione mi chiedeva. Comprendevo che m'era stato richiesto un servizio difficile ed ammirevole, che vi sarebbe stata una certa grandezza nel dimostrare, a chi di dovere, si capisce, che sarei riuscita laddove molte altre ragazze avrebbero fallito. Mi fu d'un immenso aiuto aver affrontata cos fortemente e cos semplicemente la mia responsabilit, e confesso che, quando riguardo indietro, me ne applaudo. Ero l per proteggere e per difendere le piccole creature pi abbandonate e pi commoventi del mondo, la debolezza delle quali invocava aiuto in un modo per me troppo esplicito, e restava una profonda e costante sofferenza per l'affetto che avevo loro votato. Insieme, eravamo isolati dal mondo: eravamo uniti nello stesso pericolo. Non avevano altri che me, ed io, ebbene, io avevo loro. Era, in una parola, un'occasione magnifica. Questa occasione mi si presentava sotto un'imagine essenzialmente concreta: ero uno schermo, e dovevo stare davanti a loro, perch pi avrei veduto io meno avrebbero visto loro. Mi misi ad osservarli in un'attesa penosa, per cos dire, in una dissimulata tensione che avrebbe potuto benissimo, a lungo andare, condurmi alla pazzia. Vedo ora che fui salvata dal giro diverso che presero le cose. L'attesa non dur: fu sostituita da prove spaventose. Delle prove, s, dico delle prove, ch furono tali, a principiare dal momento in cui individuai pienamente la situazione.
Questo momento dat da una certa ora del pomeriggio, che passai in giardino, sola con la mia allieva. Avevamo lasciato Miles in casa, sul cuscino rosso d'una profonda riquadratura di finestra; aveva desiderato di finire il suo libro, ed ero stata molto lieta d'incoraggiare una disposizione cos lodevole in un ragazzo, il cui solo difetto era una certa mobilit irreprimibile. La sorella, invece, s'era dimostrata lietissima d'uscire, e passeggiai con lei una mezz'ora, cercando l'ombra, perch il sole era ancora alto, e la giornata eccezionalmente calda. Notai, una volta di pi, mentre andavamo, che, come il fratello, ed era un dono delizioso di quei due fanciulli, sapeva lasciarmi a me stessa senza parer abbandonarmi, e accompagnarmi senza darmi la minima noia. Mai importuni, non restavano nondimeno mai senza far nulla. Tutta la mia sorveglianza si limitava a vederli divertirsi enormemente senza il mio aiuto: sembrava che preparassero con passione uno spettacolo, ed io v'avevo una parte attiva d'ammiratrice. Vivevo in un mondo creato da loro: non avevano mai bisogno di ricorrere al mio suggerimento. Non ero richiesta che per rappresentare qualcuno o qualche cosa di notevole nel gioco del momento, e, data la mia condizione superiore e rispettata, non si trattava mai d'altro che di una sinecura molto dolce e assolutamente distinta. Ho dimenticato quel che fossi quel giorno; ricordo soltanto che ero un personaggio molto importante e molto tranquillo, e che Flora giocava intensamente. Eravamo sulla sponda dello stagno, e poich avevamo da poco incominciato a studiare geografia, il lago era il mare d'Azov.
Ad un tratto, in mezzo a quegli elementi diversi, sorse in me la coscienza che uno spettatore interessato ci osservava dall'altro lato del mare d'Azov. Il modo col quale questo pensiero si radic in me fu proprio la cosa pi strana del mondo... la pi strana, eccezion fatta tuttavia per quella pi strana ancora, nella quale ben presto si mut. Stavo seduta, con un lavoro qualsiasi tra le mani, perch ero non ricordo pi quale cosa, per cui potevo logicamente star seduta. E sedevo, in fatti, sul vecchio banco di pietra donde si contempla lo stagno, e, cos posata, cominciavo a percepire con certezza, sebbene senza visione diretta, la presenza, assai lontana, d'una terza persona. I vecchi alberi, i folti cespugli diffondevano un'ombra profonda e deliziosa, ma tutto era immerso nel fulgore dell'ora, calda e tranquilla. Non v'era nulla d'ambiguo in cosa alcuna; in tutti i casi, nulla nella convinzione che ebbi, istantaneamente, attorno a quello che avrei visto al di l del lago, se avessi alzati gli occhi. Li tenevo fissi al cucito che mi occupava, e sento ancora lo spasimo dello sforzo che facevo per mantenerveli, sino a che non mi sentissi sufficientemente calma per decidere che cosa avrei dovuto fare. V'era l un oggetto estraneo, una figura cui contestavo, immediatamente ed appassionatamente, il diritto di trovarsi in quel posto. Ricordo come enumerassi tutti i casi possibili, notando in me stessa che, ad esempio, nulla v'era di pi naturale della presenza in quel luogo d'uno degli uomini che lavoravano nella propriet, o anche d'un messaggero, d'un fattore, d'un servo, o del fattorino di un fornitore del villaggio. Ma questa osservazione non ag tanto sulla mia convinzione del momento, ne ero certa, senza aver ancora alzati gli occhi, quanto sul carattere e il contegno del visitatore. Era naturalissimo che queste cose fossero proprio quello che assolutamente non erano.
Perch mi rendessi conto della positiva identit dell'apparizione, sarebbe stato necessario che l'ora dell'azione fosse scoccata al piccolo orologio del mio coraggio; nell'attesa, con uno sforzo che mi cost non poco, trasferii lo sguardo sulla piccola Flora, che in quel momento giocava dieci metri pi in l. Per un momento, il cuore mi cess di battere dal terrore e dall'ansia, mentre mi chiedevo se ella pure vedesse qualcosa; e trattenevo il respiro, aspettando che un grido, un segno ingenuo e spontaneo, o di sorpresa o di paura, me lo rivelasse. Attesi: ma nulla udii; poi, e sento che v' in ci qualcosa di pi sinistro che in tutto il resto, fui dapprima invasa dal sentimento che, da un minuto, la bimba era piombata in un silenzio assoluto; quindi osservai che, sempre da un minuto, aveva nel suo gioco rivolta la schiena allo stagno. Quando, finalmente, mi decisi ad alzare gli occhi su lei, con la sicura convinzione che eravamo sempre tutt'e due sottoposte ad un'osservazione diretta e personale, ecco quale era esattamente la sua posa: aveva in mano un pezzetto di legno piatto, forato da un piccolo buco, che le aveva evidentemente suggerito l'idea d'infilarvi un altro frammento raffigurante un albero, ricavandone cos una barca. Ella cercava, con una cura ed un'attenzione inverosimili, mentre l'osservavo, di far stare a posto questo secondo pezzetto. Quando veramente ebbi capito che cosa facesse, mi sentii sollevata a tal punto che, alcuni secondi dopo, sapevo che ormai potevo procedere pi innanzi. Allora, una volta di pi, i miei occhi mutarono direzione: affrontai quello che dovevo affrontare.
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Capitolo 7.
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Raggiunsi, a pena potei, la signora Grose, e non so esprimere in modo intelligibile l'angoscia che mi tenne nel frattempo. Mi sento tuttavia ancora gridarle, mentre mi gettavo, per cos dire, nelle sue braccia:
Sanno!  troppo mostruoso! lo sanno! lo sanno!
E che sanno mai, per carit...?
Mentre mi stringeva, la sentivo incredula.
Ma tutto quello che sappiamo noi, e Dio sa che altro ancora. Poi il suo abbraccio s'allent, e cominciai la mia spiegazione: forse, allora solo, spiegavo le cose a me stessa con una completa coerenza.
Due ore a dietro, in giardino, potevo appena articolare, Flora ha veduto!
La signora Grose accolse questa frase come avrebbe ricevuto un pugno nello stomaco.
Ve l'ha detto lei? mormor, soffocata.
Non una parola, ed in ci sta l'orrore. S' tenuta tutto per lei. Una bambina d'otto anni, quella bambina!
Il mio stupore non poteva esprimersi. Naturalmente, la stupefazione della signora Grose non faceva che aumentare.
Allora, come sapete?
Ero l, ho veduto con i miei occhi. Ho visto che si rendeva perfettamente conto...
Volete dire della presenza di lui?
No... della presenza di lei.
Sapevo che la mia espressione, parlando, rivelava prodigiosi sottintesi, perch li vedevo riflettersi lentamente sul volto della mia compagna.
Questa volta era un'altra persona, ma sempre un volto immancabilmente votato al male e all'orrore... una donna vestita di nero, pallida, spaventosa, e con una tale espressione, un viso tale... dall'altra parte del lago. Io ero l, con la piccina, molta tranquilla per il momento, e poi, essa venne.
Venne? Come e donde?
Donde vengono! Ella apparve semplicemente, e stette l, ma non molto vicino.
E senza avvicinarsi?
Oh! per la sensazione e l'effetto prodotti, era come se fosse stata vicina come lo siete voi.
La mia amica, cedendo ad un singolare impulso, arretr di un passo.
Era una persona che non avevate mai veduta?
Mai; ma la piccina la conosce. E anche voi. E, per provarle che avevo pensato ed ero giunta ad una conclusione: Era l'istitutrice che mi ha preceduto, quella che  morta.
La signorina Jessel?
La signorina Jessel. Non mi credete? insistetti.
Nel suo dolore, si voltava a destra e a sinistra.
Come potete esserne sicura?
Nello stato in cui avevo i nervi, questa domanda provoc un mio accesso d'impazienza.
Ebbene, chiedetelo a Flora: lei ne  sicura! Ma quasi non avevo ancora pronunciato queste parole, che mi ripresi: No, per amor di Dio, non chiedetele nulla, perch negherebbe, mentirebbe!
La signora Grose non aveva ancora perduto la testa al punto di non protestare.
Oh! come potete?
Perch sono franca. Flora non desidera che io sappia.
Lo fa soltanto per risparmiarvi.
No, no, v'hanno in ci degli abissi, degli abissi! Pi ci penso, pi ci vedo delle cose, e pi cose ci vedo, pi mi fanno fremere. Non posso dire quello che non ci vedo, quello che non temo.
La signora Grose tent di seguirmi.
Volete dire che temete di rivederla?
Oh no! Ormai, questo per me... non  nulla. E spiegai: No, non  l'idea di rivederla che mi spaventa.
Ma la mia compagna era sempre pallida.
Non capisco.
Mi fa paura che la piccina sia capace di tener per s tutto questo, lo far certamente! senza che io ne sappia nulla.
La signora Grose, di fronte ad una tale ipotesi, parve per un momento atterrata; ma si riprese presto, come sospinta dalla forza positiva dell'idea che, se indietreggiavamo d'un passo, dove mai avremmo potuto essere trascinate?
Cara, cara mia, non bisogna perdere la testa! In fondo, se la cosa non le importa... Ella saggi persino una sinistra piacevolezza: Forse pu piacerle!
Piacerle cose simili, a quella mocciosetta?
Non  precisamente una prova della sua innocenza benedetta? domand coraggiosamente la mia amica.
Per un attimo, mi convinse della sua opinione.
S, bisogna ammetterlo! aggrapparci a ci! Se non  la prova di quanto dite,  la prova Dio sa di che! Perch quella donna  il peggiore degli orrori.
La signora Grose tenne per un momento gli occhi fissi a terra; poi, rialzandoli:
Come fate a saperlo? mi chiese.
Ammettete dunque che lo sia? esclamai.
Ditemi come fate a saperlo, ripet ella, semplicemente.
Come faccio? Vedendola, dal suo modo di guardare.
Dal suo modo di guardarvi, volete dire: cos vizioso?
No, cara! avrei potuto sopportarlo. Non mi ha dato un'occhiata; fissava solamente la piccina.
La signora Grose cerc di raffigurarsi la scena.
Ella la fissava?
Con quegli occhi spaventosi!
Ella mi scrut come se i miei avessero potuto somigliare a quelli.
Volete dire che esprimevano l'avversione?
Fosse piaciuto a Dio!... no... molto peggio!
Peggio dell'avversione?
Ella non ci comprendeva nulla.
Con occhi d'una incredibile determinazione, indescrivibile, che esprimevano una specie d'intenzione furiosa.
Ella impallid.
Un'intenzione?
Un'intenzione d'impadronirsi di lei.
Gli occhi della signora Grose s'incrociarono un istante con i miei, rabbrivid e si diresse verso la finestra. E, mentre ella vi restava, guardando fuori, io terminavo il racconto:
Ecco che cosa sa Flora.
Poco dopo, ella si volt:
Quella persona era vestita di nero, m'avete detto?
Era in lutto, in un lutto piuttosto povero, quasi consunto. Ma era di una bellezza straordinaria, davvero.
Comprendevo ora a che punto, a passo a passo, avevo condotto la vittima della mia confidenza: perch queste ultime parole particolarmente la colpirono, in modo visibile.
S, bella, veramente bella, insistei, meravigliosamente bella; ma infame.
Ella mi si avvicin lentamente.
La signorina Jessel... era infame. Prese nuovamente la mia mano nelle sue, tenendovela stretta, come per darmi forza contro l'accrescimento di spavento, che una simile rivelazione poteva provocare. Erano infami tutt'e due, soggiunse.
E, una volta ancora, guardammo per un po' di tempo la verit in faccia. Fu per me un vero aiuto vedere ormai le cose nella loro vera luce.
Apprezzo, le dissi, l'estremo pudore che vi ha impedito di parlare prima di oggi; ma  certamente giunta l'ora di rivelarmi tutto.
Parve accondiscendere alle mie parole, ma nondimeno rimase in silenzio. Allora, continuai:
Ora bisogna dirmelo: di che  morta? Via, c'era qualcosa tra loro.
C'era tutto.
Malgrado la differenza?...
Di classe, s, di condizione. Ella lo confessava dolorosamente. Lei era una signora.
Ci pensai sopra, e compresi.
S, ripresi, era una signora.
E lui, tanto al di sotto di lei! disse la signora Grose.
Senti che era inutile, in simile compagnia, insistere sul posto che occupa un domestico nella scala sociale; ma nulla mi vietava d'accettare il tasso cui la mia compagna valutava la decadenza della signorina Jessel. Il modo c'era, e lo usai con tanta maggiore facilit, in quanto avevo nettamente davanti agli occhi la visione, troppo reale, del domestico, ch'era stato a servizio del nostro padrone. Intelligente, s, e bel ragazzo; ma anche impudente, pieno di s, vizioso, depravato.
Quell'individuo era un bruto.
La signora Grose pens, come se si trattasse di sfumature.
Non ho mai veduto nessuno come lui: faceva ci che voleva.
Di lei?
Di tutti loro.
Ora, era come se la signorina Jessel fosse apparsa agli occhi stessi della mia amica. Anche a me, per un istante, ella apparve cos distinta come quando l'avevo veduta vicino allo stagno, e dichiarai nettamente:
Vuol dire che anche lei lo desiderava.
Il volto della signora Grose signific che l'aveva senza dubbio desiderato, ma aggiunse:
Povera donna! lo ha ben scontato!
Allora sapete di che sia morta? domandai.
No, non so nulla, desideravo non saper nulla, ero contentissima di non aver saputo nulla, e ringraziai il cielo che fosse avvenuto fuori di qui!
Per, avevate allora la vostra idea?...
A proposito della causa vera della sua partenza? Per questo, s! Ella non poteva rimanere. Ma pensate, una istitutrice, proprio qui! Pi tardi, imaginavo, imagino ancora... e quello che imagino  spaventoso.
Non cos spaventoso quanto quello che imagino io! replicai. E, certamente, le lasciai vedere, perch la mia convinzione era profondissima, una fisonomia colorita dal sentimento della pi amara disfatta. Allora, pur quella volta, ella mi manifest la pi commovente compassione, e a quella manifestazione di bont, tutta la mia forza di resistenza mi abbandon: mi sciolsi in lacrime, proprio come aveva fatto lei, l'altra volta. Ella mi strinse sul seno materno, e i miei lamenti dilagarono:
Non ci riesco! singhiozzavo disperatamente. Non li salvo, non li proteggo.  peggio di quanto avessi mai potuto imaginare. Sono perduti!
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Capitolo 8.
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Quanto avevo detto alla signora Grose era abbastanza vero: in questa faccenda v'erano abissi, possibilit, che non avevo il coraggio di misurare, cos che, dopo che ci fummo unite in un senso di stupore ispiratoci da tutta l'avventura, riconoscemmo nuovamente, di comune accordo, ch'era dover nostro resistere alle stravaganti fantasie dell'imaginazione. Bisognava almeno tenere la testa a posto, se tutto il resto ci sfuggiva, bench fosse assai difficile di fronte a ci che in questa prodigiosa avventura sembrava meno discutibile. Nella tarda serata, quando tutta la casa era immersa nel sonno, ne riparlammo in camera mia, e la signora Grose giunse sino a riconoscere, senza dubbio alcuno, che io avevo proprio veduto quel che avevo visto. Per convincerla formalmente, non avevo che da chiederle come mai, se avevo imaginata la storia, m'era stato possibile fare d'ognuna delle persone, che m'erano apparse, un ritratto che ne rivelava, sin nei minimi particolari, i segni tipici: ritratti nei quali li aveva subito riconosciuti e nominati. Ella desiderava, naturalmente, e non la si poteva rimproverare, soffocare tutta la faccenda, e mi affrettai ad assicurarla che il mio stesso interessamento aveva ormai assunto la forma della ricerca ardente d'un mezzo per evitarlo. Accettai cordialmente la sua opinione che, verosimilmente ripetendosi le visioni (ed eravamo sicure che si sarebbero ripetute), mi sarei abituata al pericolo, dichiarando apertamente che il mio rischio era divenuto d'un tratto l'ultima delle mie preoccupazioni. Intollerabile era il mio ultimo sospetto, e, nondimeno, pur davanti a questa complicazione, le ultime ore della giornata avevano recato un leggero sollievo.
Dopo il mio primo accesso di disperazione, lasciandola, ero naturalmente ritornata presso i miei allievi, associando il rimedio necessario per guarire il mio turbamento a quell'impressione affascinante che suscitavano, impressione che gi avevo riconosciuto essere uno spediente sul quale potevo contare e che ancora non m'era venuto mai meno. In altri termini, mi ero semplicemente riassorbita nella particolare compagnia di Flora, e mi accorsi allora, fu quasi un'ebrezza! che la sua manina cosciente sapeva appoggiarsi sul punto doloroso. Ella mi aveva guardata con una tenera curiosit, poi mi aveva accusata, gli occhi negli occhi, d'aver pianto. Pensavo che le spiacevoli tracce delle lacrime fossero scomparse, ma nell'effusione di quella carit infinita, mi rallegrai letteralmente che non fossero del tutto svanite. Contemplare l'azzurro profondo degli occhi della bambina, e ritenere la loro bellezza un agguato di precoce abilit, sarebbe stato rendersi colpevole d'un cinismo cui, naturalmente, preferivo sacrificare il mio giudizio, e, per quanto si poteva fare, la mia inquietudine. Non si pu sacrificare il proprio giudizio semplicemente perch lo si desidera, ma potevo ripetere alla signora Grose, come mi ripetevo tante e tante volte sino all'alba, che con la voce dei nostri piccoli amici echeggiante nell'aria, la pressione dei loro piccoli corpi sul cuore, e i loro volti profumati contro la guancia, tutto nell'universo scompariva, eccezion fatta per la loro infanzia e la loro bellezza. Era un peccato, lo dico una volta per tutte, che dovessi tuttavia far entrare nel conto i gesti scaltri che, nel pomeriggio, vicino al lago, avevano resa miracolosa la padronanza di me stessa. Era un peccato esser costretta ad analizzare nuovamente la realt di quel momento, e ripetere che m'ero sentita invasa dalla rivelazione che quella inconcepibile comunione, da me sorpresa, doveva essere cosa abituale per tutt'e due. Era un peccato che dovessi nuovamente balbettare le ragioni, che non m'avevano lasciato esitare un istante a credere che la bambina vedesse la visitatrice, proprio come presentemente io vedevo la signora Grose, e che ella desiderasse, pur avendo quella visione, farmi credere di non averla, mentre, nulla rivelando di s, voleva indovinare se io avessi veduto qualcosa. Era un peccato che dovessi ricapitolare le portentose piccole astuzie, con le quali aveva cercato di distrarre la mia attenzione: il percettibilissimo aumento della sua attivit, la maggiore intensit del gioco, la canzone, il chiacchiero puerile e l'invito a correre.
Tuttavia, se non mi fossi abbandonata a questo esame, con lo scopo di provarmi che non v'era nulla, avrei lasciato sfuggire i due o tre vaghi motivi di conforto che mi restavano. Non avrei potuto, ad esempio, ripetere alla mia amica l'assicurazione che ero almeno certa di non essermi tradita; il che era tanto di guadagnato. Io non avrei, sotto l'impero della disperazione, del bisogno angoscioso di sapere, non so veramente come esprimermi, non avrei nuovamente implorato un chiarimento, che non si poteva ottenere se non mettendo la mia compagna con le spalle al muro. A poco a poco, stretta da me, mi aveva gi detto molto. Ma restava un tetro angoluccio nero, la cui ombra veniva ancora, di quando in quando, a sfiorarmi come un'ala di pipistrello. E ricordo come, cogliendo l'occasione, la casa era addormentata e l'unione del nostro rischio e della nostra veglia sembrava venirmi in aiuto, senti tutta l'importanza che v'era, allora, a sollevare l'ultima piega della tenda.
Non credo a nulla di cos spaventoso, dissi (me ne ricordo), no, mia cara, sia ben chiaro tra noi, non lo credo! Ma se lo credessi, sapete, esigerei da voi, senza nessun riguardo, qualcosa; ma no, perch mai? A che pensavate quando, piena io d'emozione per la lettura della lettera, prima che Miles fosse ritornato dal collegio, mi rispondeste, cedendo alla mia insistenza, che non avreste potuto giurare che non fosse mai stato "cattivo"? Non  mai stato cattivo durante queste ultime settimane, che ho trascorse con lui, sorvegliandolo cos da vicino, non  stato che un imperturbabile piccolo prodigio di affascinante e adorabile saggezza. Avreste dunque potuto benissimo darmi la vostra parola d'onore, se non aveste saputo, com' evidente, che c'era una eccezione. Quale era quella eccezione, e a quale circostanza della vostra personale esperienza alludevate?
Era una domanda assai diretta, ma non eravamo in vena di leggerezze. Ad ogni modo, prima che dall'alba grigia ricevessimo l'avviso di separarci, avevo la risposta. Quello che la mia compagna aveva pensato s'accordava stranamente con tutto il resto dell'avventura. Era, n pi n meno, il fatto che, per un periodo di parecchi mesi, Quint e il piccino erano stati continuamente insieme. Era accaduto un incidente, che era la prova pi calzante che si potesse produrre. Ella aveva osato criticare la convenienza, segnalare l'incongruenza d'una simile intimit, e, in proposito, si era spinta fin dove una dichiarazione esplicita alla signorina Jessel glielo aveva permesso. La signorina Jessel aveva preso la cosa dall'alto, pregandola di immischiarsi dei propri affari, e la brava donna, allora, s'era rivolta direttamente al piccolo Miles. Fini con lo strapparle quel che gli disse, che, cio, ella amava che i giovani signori non dimenticassero il loro grado.
Dopo di che, m'import ancor pi strapparle il seguito.
Gli avete ricordato che Quint non era che un volgare mercenario?
Certamente! E, in primo luogo, la sua risposta non fu bella.
E in secondo luogo? Attesi. Ripet a Quint le vostre parole?
No, questo no.  proprio quello che non avrebbe mai fatto. Le premeva farmelo notare. Ad ogni modo, sono certa che non le ha ripetute. Ma neg certe circostanze.
Quali circostanze?
Che si comportasse come se Quint fosse il suo precettore, e un precettore di gran talento, e come se la signorina Jessel dovesse occuparsi soltanto della signorina Flora. Voglio dire quando se ne andava con quell'individuo, e trascorreva con lui ore intere.
Ha eluso la domanda? ha detto di non averlo fatto? Annu abbastanza chiaramente da permettermi d'aggiungere, un momento dopo: Capisco: ha mentito.
Oh! mormor la signora Grose. Questo mormorio suggeriva che la cosa importava poco, e lo sottoline con la seguente nota: Vedete, in fondo, la cosa era indifferente alla signorina Jessel, la quale non glielo proibiva.
Riflettei.
Vi disse questo, come una giustificazione?
Ella cedette terreno, una volta ancora.
No, non me ne ha mai parlato.
Non v'ha mai parlato di lei e di Quint?
Ella visibilmente arrossiva, vedendo a che volevo giungere:
In somma, non ha mai dimostrato di saper qualche cosa in proposito. Neg, ripet ella, neg.
Signore, come la premevo ora!
Cos vi rendevate conto ch'egli sapeva quanto accadeva tra quei due miserabili?
Non so, non so, gemette la povera donna.
S, voi sapete, mia povera amica, replicai, ma non avete la mia terribile audacia d'imaginazione e nascondete, per timidezza pudore delicatezza. perfino quell'impressione che, nel passato, quando sola sola sospettavate ed eravate incerta nel silenzio, vi faceva pi di tutto infelice! Ma finir con lo strapparvela. Il bambino, dunque, continuai, aveva qualcosa che vi faceva credere che coprisse e dissimulasse le loro relazioni?
Oh! non poteva impedire...
Che voi non veniste a sapere la verit? Lo credo. Ma, gran Dio! e il pensiero mi trasportava, come tutto ci dimostra che cosa erano giunti a fare di lui!
Ah! nulla che ora non sia ritornato bene! protest lugubremente la signora Grose.
Non mi stupisco pi dell'aria strana, continuai, che avevate quando vi parlai della lettera giunta dal collegio!
Mi chiedo se avessi avuto l'aria strana quanto voi, ella replic, con familiare energia. E se allora era pessimo come volete dire, come mai ora  un angiolo?
 vero, se era un cattivo soggetto a scuola! Come, come, come mai? Ebbene, le dissi, smarrita, bisogner ridomandarmelo, bench occorra che passi un po' di tempo prima che possa rispondervi. Ma ridomandatemelo! esclamai, in un tal modo ch'ella mi guard, stupefatta. Vi sono vie per le quali non voglio incamminarmi in questo momento, e ritornai al primo esempio ch'essa aveva citato, quello cui aveva alluso: la possibilit, rassicurante nel nostro ragazzo, di commettere una colpa quando capitava l'occasione. Se Quint, penso alla rimostranza che faceste nell'epoca della quale parlavate, era un volgare mercenario, imagino che una delle cose che Miles vi ha risposto  che l'eravate anche voi.
Anche ora ella annu, in modo tale che continuai:
Glielo avete perdonato?
Non l'avreste fatto voi?
Oh s, e, in quella quiete, per quanto strana potesse essere quella ilarit, non potemmo trattenerci dal ridere. Poi ripresi: Ad ogni modo, mentre egli era con l'uomo...
La signorina Flora era con la donna, e ci conveniva a tutti.
E andava benissimo anche per me: voglio dire che ci mi sembrava accordarsi perfettamente col mortale sospetto che cercavo proprio di soffocare. Ma riusci ad imbrigliare cos bene l'espressione del mio pensiero che, per il momento, non dar altri chiarimenti, se non l'ultima frase, che dissi alla signora Grose:
Vi confesso che quanto mi dite della sua menzogna e della sua insolenza mi paiono sintomi meno incoraggianti che non ne sperassi in lui dalla rivelazione della natura umana. Ad ogni modo, dissi, pensierosa, ne terr conto, perch sento pi che mai che bisogna vigilare.
Un momento dopo, mi sorpresi ad arrossire, vedendo dall'espressione del viso dell'amica come ella gli avesse pi completamente perdonato di quanto la mia propria tenerezza fosse spinta a farlo dall'aneddoto che mi aveva narrato. Ella sottoline pi particolarmente questo sentimento, quando, sulla porta della sala di studio, mi lasci.
Non l'accuserete certo...
Di coltivare una relazione che mi nasconde? Ah! ricordatevi che, fino a nuovo ordine, non accuso nessuno, e prima di chiudere la porta dietro lei, che si disponeva ad andare in camera sua: Non ho che da aspettare, dissi, come conclusione.
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Capitolo 9.
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Aspettai e aspettai, e i giorni, passando, si portavan via un po' della mia costernazione. In fatti, un piccolissimo numero di questi giorni, durante i quali non abbandonai un momento solo con l'occhio i miei allievi, giorni, del resto, sprovvisti d'incidenti, bast per passare come un colpo di spugna sulle fantasticherie amare, e anche sugli spiacevoli ricordi. Ho parlato del fascino della loro straordinaria grazia infantile, come di un sentimento cui mi sentivo intimamente sollecitata ad abbandonarmi, e si pu pensare se trascurassi d'andare ad attingere a questa fonte il balsamo desiderato. Lo sforzo per lottare contro la luce, che si faceva nel mio cervello, era pi strano di quel che posso dire. Tuttavia, la tensione sarebbe stata pi grande ancora, se il successo non l'avesse cos frequentemente ricompensata. Mi chiedevo spesso come mai i piccoli allievi non indovinassero che pensavo di loro cose singolari, non aiutandomi a tenerli nell'ignoranza il fatto che queste singolari cose li rendevano pi interessanti ancora. Avevo paura che si accorgessero di quanto pi immensamente interessanti erano diventati. In ogni caso, anche mettendo le cose al peggio, come io v'era fin troppo incline, ogni ombra gettata sulla loro innocenza costituiva, puri e predestinati com'erano! una nuova ragione d'andar incontro alle responsabilit. In certi momenti, spinta da un impulso irresistibile, me li stringevo al cuore. E dopo fantasticavo "Che penseranno? Non mi son forse tradita?". Discutere sino a che punto potevo abbandonarmi, non mi avrebbe trascinato a tristi e folli complicazioni? Sentivo che la ragione vera delle ore di pace che ancora assaporavo stava nel fascino immediato dei miei piccoli compagni, che esercitava il suo sortilegio, anche se era sfiorato da un'ombra d'ipocrisia. Perch, se non mi sfuggiva che le brevi esplosioni della mia tenerezza potevano, nel caso, suscitarne i sospetti, ricordo anche d'essermi chiesta se non v'era qualcosa di singolare nello sviluppo innegabile delle loro proprie dimostrazioni.
Durante questo periodo furono per me d'una tenerezza stravagante ed anormale; me la spiegavo dicendomi ch'essa, in fondo in fondo, non era che la graziosa risposta di fanciulli continuamente divisi tra l'affetto e l'ammirazione. Quest'omaggio, di cui eran cos prodighi, ebbe lo stesso eccellente effetto sulla mia nervosit, come se non li avessi mai, se cos oso dire, sorpresi con le mani nel sacco. Credo che non m'avessero mai dimostrato un tal desiderio di far tante cose per la loro povera protettrice: voglio dire, bench dessero prova di uno zelo sempre maggiore nelle lezioni, cosa che, naturalmente, riesciva il pi sensibile dei piaceri, voglio dire l'ardore per distrarla, per divertirla, per prepararle sorprese; le leggevano determinati brani, le raccontavano storie, le scioglievano sciarade, le saltavano addosso variamente travestiti, da animali o da personaggi storici; ma, soprattutto, la sorprendevano con "pezzi" secretamente studiati a memoria, e che potevano recitare interminabilmente. Non riescirei mai, n meno se mi abbandonassi all'onda dei ricordi, a riferire i prodigiosi commenti secreti, con i quali accompagnavo, sino a farle traboccare, le ore gi cos piene della nostra vita in comune. Sin dal principio avevano dimostrato una facilit, una disposizione a tutto imparare, che, sotto un impulso nuovo, produceva frutti notevoli. Adempievano ai cmpiti con piacere; si divertivano, per il piacere d'esercitare un loro dono, in piccoli miracoli di memoria che non avevo loro imposto. Non mi sorgevano davanti solo delle tigri o dei Romani, ma personaggi di Shakespeare, astronomi, navigatori. Il caso era talmente singolare che contribu largamente, senza dubbio, a mettermi in una condizione di spirito, che oggi non riesco a spiegarmi altrimenti. Alludo qui all'anormale tranquillit nella quale lasciavo dormire la faccenda d'una nuova scuola per Miles. A questo proposito, in fatti, altro non ricordo se non che mi accontentavo, per il momento, di lasciar da parte questa questione, e che quella sodisfazione doveva nascere dall'impressione prodotta in me dalle sue prove continue ed impressionanti d'intelligenza; era troppo intelligente perch una mediocre istitutrice, una povera figlia di pastore potesse nuocergli. Ma il pi strano, se non il pi brillante dei fili del ricamo mentale di cui ho parlato, era la sensazione che, se avessi osato analizzarla, si sarebbe cos nettamente formulata: egli era sottomesso ad un'influenza, che agiva come un prodigioso fermento nella sua giovine vita spirituale.
Se era facile ammettere, tuttavia, che un ragazzo come quello potesse, senza inconvenienti, ritardare la propria entrata in un collegio, era almeno altrettanto evidente che il fatto di "mettere alla porta" un ragazzo simile costituiva un mistero inesplicabile. Aggiungo che, nella loro compagnia, e avevo allora cura di non lasciarli quasi mai, non potevo seguire a lungo pista di sorta. Vivevamo in una nuvola di musica, di tenerezza, di cose indovinate e di rappresentazioni teatrali. Le inclinazioni musicali dei due fanciulli erano notevolissime; ma il maggiore possedeva meravigliosamente il dono di ricordare e di ripetere ci che aveva sentito. Il pianoforte della sala di studio risuonava di mille fantastiche improvvisazioni, e, in mancanza di musica, erano conciliaboli negli angoli, in seguito ai quali uno dei due, al colmo dell'animazione, scompariva per ritornare sotto un aspetto nuovo. Avevo avuto anch'io dei fratelli, e non era per me una rivelazione la schiavit idolatra delle bambine verso i fanciulli. Quello che era pi sorprendente, era che vi fosse nel mondo un ragazzo il quale provasse tanta considerazione per un'et, un sesso e un'intelligenza inferiori. Erano straordinariamente uniti, e dire che non si lamentavano mai l'uno dell'altra, n litigavano, equivarrebbe a rivolgere una molta grossolana lode alla loro squisita intimit. Talora, forse, quando mi abbandonavo ad una diffidenza volgare, scoprivo in loro tracce di piccoli complotti, grazie ai quali l'uno mi teneva occupata mentre l'altra scappava. In ogni diplomazia suppongo vi sia un lato ingenuo, e se i miei allievi si prendevano gioco di me, lo facevano certamente col minimo di malignit; ma allora fu nell'altra regione che, dopo un periodo di tranquillit, si manifest la cattiveria.
M'accorgo d'indugiare; ma alla fine debbo fare l'orribile tuffo. Nel proseguire il racconto di ci che vidi di ripugnante a Bly, non solo metto a prova le pi generose confidenze, di ci mi preoccupo poco, ma (e questo  altra cosa) rinnovo la mia antica sofferenza; ripercorro nuovamente, sino alla fine, la terribile strada. Giunse, improvvisamente, un'ora, dopo la quale, quando guardo indietro, mi pare che tutto sia stato soltanto dolore; ma eccoci finalmente nel cuore del dramma, e, per finire il mio cmpito,  certo meglio proseguire decisamente. Senza che nulla me ne avvertisse o mi ci predisponesse, una sera senti passare su me quel soffio ghiacciato della prima sera del mio arrivo. La prima volta la sensazione era stata molto pi leggera, e non mi avrebbe certo lasciato ricordo alcuno, se il mio soggiorno successivo non fosse stato cos agitato. Non mi ero coricata: leggevo, seduta, alla luce di due candele. A Bly v'era tutta una camera piena di vecchi libri, tra i quali v'erano alcuni romanzi del secolo decimottavo: abbastanza celebri, perch non si potesse dubitare della loro cattiva fama, non lo erano tuttavia abbastanza da esser penetrati, sia pure sotto la forma di un esemplare scompagnato, sin nel mio appartato focolare. Avevano suscitato in me una curiosit inconfessata e giovanile. Ricordo che leggevo l'Amelia di Fielding, ed ero perfettamente desta. Ricordo, anche, d'aver avuto una vaga idea che fosse molto tardi, ma non volevo guardare l'orologio: rivedo ancora le tendine bianche che avvolgevano, secondo la moda del tempo, la testa del lettino di Flora, e ne proteggevano, come gi m'ero assicurata, la perfetta tranquillit del sonno infantile. In breve, ricordo che malgrado il vivo interessamento che mi destava la lettura, voltando una pagina smarrii subitamente il filo della storia, e fissai la porta della camera con gli occhi alzati al di sopra del libro. Rimasi per un momento in ascolto: quella vaga sensazione, provata la prima notte, che alcunch d'indefinibile si movesse nella casa mi ritornava allo spirito. Attraverso alla finestra aperta, una brezza leggera agitava leggermente la tenda, abbassata a met. Allora, con tutti i segni d'un sangue freddo che sarebbe parso magnifico, se qualcuno fosse stato presente per ammirarlo, posai il libro, mi alzai, e, prendendo un candeliere, usci senza indugio dalla camera; quando fui nel corridoio, dove la candela a pena schiariva le tenebre, mi trassi silenziosamente dietro la porta, e la chiusi a chiave.
Non posso ora dire a qual movente obbedissi, n quale scopo perseguissi, ma procedetti diritta lungo il corridoio, tenendo alzato il candeliere, finch non fui in vista dell'alta finestra che dominava l'ampio giro della scala. Allora, mi resi improvvisamente conto di tre cose: praticamente parlando, la mia percezione ne fu simultanea, tuttavia quei lampi si succedettero. La mia candela, in seguito ad un brusco movimento, s'era spenta, e, dalla finestra sprovvista di tende, m'accorsi che la notte finiva, e che il giorno nascente la rendeva inutile. Pur priva della luce della candela, un momento dopo sapevo che v'era una forma umana nella scala. Io parlo di successioni d'idee, ma non ebbi bisogno di molti secondi per rimettermi in condizione d'affrontare un terzo incontro con Quint. L'apparizione aveva raggiunto il pianerottolo della met del piano, ed era per conseguenza nel luogo pi vicino alla finestra, quando, vedendomi, si ferm di colpo: mi squadr proprio come aveva fatto dall'alto della torre e dal giardino. Mi riconobbe, come io l'avevo riconosciuto, e restammo cos, l'uno in faccia all'altra, nell'alba fredda e grigia, un luccicore cadente dalla finestra e un altro staccantesi dal lucido pavimento di quercia, fissandoci l'un l'altra con la stessa intensit. In quel momento egli era, nel senso pi assoluto, una viva detestabile pericolosa presenza. Ma non era questa la meraviglia delle meraviglie: riserbo questo posto eminente ad una circostanza tutta diversa: che la paura, cio, m'aveva indiscutibilmente abbandonata, e che nessuna potenza, in me, si rifiutava d'incontrarlo e d'affrontarlo.
Dopo questo straordinario momento, provai, certamente, delle angosce, ma, per grazia di Dio, mai pi terrori. Ed egli sapeva che non ne avevo: in capo ad un momento, ne possedevo la magnifica certezza. Senti, con una fiducia ardente e indistruttibile, che, se avessi resistito un minuto, non avei avuto, per un certo tempo almeno, nulla pi da temere da lui; e, in fatti, durante quel minuto, la cosa fu cos viva, cos atroce come se si trattasse d'un incontro reale. Giustamente atroce perch era umana, cos umana quanto poteva esserlo, in quell'ora mattutina, in una casa addormentata, l'incontro d'un nemico, di un avventuriero, d'un criminale. Solo il mortale silenzio di quel lungo sguardo, cos vicino, che fissavamo l'uno sull'altra, dava a tutto quell'orrore, per quanto mostruoso fosse, l'unica pennellata di sovrannaturale. Se in quell'ora e in quel luogo avessi incontrato un assassino, ci saremmo almeno parlati, qualcosa di vivente sarebbe corso tra noi; se nulla fosse accaduto, uno dei due almeno si sarebbe mosso. Quel momento si prolung talmente, che poco mancava cominciassi a dubitare d'essere io stessa in vita. Non so esprimere ci che segu, se non dicendo che il silenzio stesso, ed , in un certo senso, una prova della mia energia, divenne un elemento nel cui seno vidi la sua forma scomparire. La vidi voltarsi, come avrei potuto veder fare al miserabile cui aveva appartenuto, in sguito ad un ordine; la vidi, con gli occhi miei, che tenevo fissi su quella schiena ignobile, che nessuna gibbosit avrebbe potuto maggiormente sfigurare; la vidi passare per tutta la lunghezza della scala e raggiungere l'ombra, nella quale lo svolto si smarriva.
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Capitolo 10.
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Rimasi per qualche tempo sull'alto della scala, e, a poco a poco, penetr nella mia intelligenza la nozione che, essendo il visitatore partito, non c'era pi. Allora ritornai in camera. La prima cosa che colp il mio sguardo, nella luce della candela che avevo lasciata accesa, fu il lettuccio vuoto di Flora. Questo fatto mi tronc di colpo il respiro, e mi percosse con tutto il terrore che, cinque minuti prima, ero riuscita a dominare. Mi slanciai dove l'avevo lasciata coricata: il piccolo copripiedi di seta e le coltri erano scomposti, le tende bianche erano state accuratamente tirate con lo scopo d'ingannarmi; al rumore dei miei passi, oh inesprimibile sollievo! rispose un altro rumore: notai che la tenda della finestra si moveva, e la bimba, china come se giocasse, emerse, tutta rosa, dall'altro lato. Ella era l, in camiciola da notte e nel suo grandissimo candore; aveva i piedini rosa e i capelli d'oro lucente. Aveva un'aria molto grave, e mai, prima d'allora, avevo in tal modo avuto l'impressione di perdere un vantaggio da poco acquistato (quel vantaggio il cui brivido era stato cos prodigioso), come quando compresi ch'essa mi rivolgeva questo rimprovero: "Cattiva, dove siete stata?". Invece di reprimere la sua indisciplina, diventavo l'accusata e dovevo scolparmi. D'altra parte, le sue spiegazioni, in proposito, erano piene della pi deliziosa ed animata semplicit: si era improvvisamente accorta che non ero pi in camera, ed era saltata dal letto per vedere che fosse successo di me. Colma di gioia nel rivederla, caddi a sedere, ed ella corse gentilmente a me, mi si arrampic sulle ginocchia, ponendo nella piena luce del candelabro il meraviglioso visino, ancor gonfio di sonno. Mi rivedo, chiudendo gli occhi un momento, davanti all'eccesso di bellezza ch'effondevano le sue pupille azzurre.
Cercavate di vedermi attraverso la finestra? chiesi. Pensavate che passeggiassi nel giardino?
Ebbene! pensavo, sapete... che ci fosse qualcuno. Mi scocc questa frase sorridendo, senza impaccio. Ah, come la guardai!
E avete visto qualcuno?
Ah no! replic.
Sembrava ne fosse delusa (privilegio dell'incongruenza infantile), bench alla leggera accentuazione del no si mischiasse una soavit prolungata. Ero convinta, in quel momento e nel mio stato nervoso, che mentiva, e chiusi gli occhi di nuovo, nel turbamento di dover scegliere tra le tre o quattro risposte che mi venivano in mente. Una mi tent un momento, con una forza cos singolare che, per resistervi, dovetti stringere la piccina in un abbraccio spasimante che ella sub, in modo sorprendente, senza un grido o un segno di paura. Perch non giungere con lei ad una spiegazione, e finirla? Perch non dirle tutto in pieno viso? in quel delizioso e luminoso visetto?
Voi vedete, vedete, non potete negare di vedere, sospettate gi che io lo creda. Allora, perch non confessarvi francamente, in modo che almeno si possa portare il segreto insieme? e, forse, nella stranezza del nostro destino, scoprire a che punto siamo e che cosa significhi?
Ahim! questa sollecitazione cadde com'era venuta. Se mi fossi immediatamente spenta, ebbene!... mi sarei risparmiata ci che vedrete. Anzi che soccombere, balzai di nuovo in piedi, guardai il suo letto e m'inoltrai in un pietoso compromesso.
Perch avete tirato le cortine per farmi credere che eravate ancora in letto?
Flora riflett candidamente, poi, con il suo divino sorriso:
Perch non mi piace farvi paura.
Ma se pensavate che ero uscita?...
Ella non si turb affatto: guardava la fiamma della candela come se la domanda fosse cos fuori proposito, o almeno cos impersonale, quanto sapere che abito vestire dopo morti o quanto faccia nove per nove.
Oh! rispose finalmente, con un buon senso ineccepibile, ma potevate ritornare da un momento all'altro, come avete fatto.
E poco dopo, quando si fu ricoricata, dovetti, per darle la prova dell'utilit del mio ritorno, restare a lungo seduta quasi su lei, tenendole la mano.
Potete imaginare che fossero le mie notti a cominciare da quel giorno: m'accadeva spesso di restare in piedi sino a non so quale ora, di cogliere il momento in cui la bimba dormiva con certezza per scivolar fuori e percorrere silenziosamente il corridoio. Andavo sino al luogo in cui avevo incontrato Quint l'ultima volta; ma non ve lo incontrai pi, e posso anche aggiungere senz'altro che non lo vidi mai pi nella casa. Corsi il rischio, tuttavia, d'incontrare sulla scala un'altra avventura. M'accadde, una volta, mentre dall'alto guardavo gi, di ravvisare la presenza di una donna, seduta su uno degli ultimi gradini: mi voltava le spalle, e col corpo piegato in due, la testa tra le mani, aveva l'atteggiamento del dolore. Ero l da un momento, quand'ella disparve, senza guardarmi. Nondimeno, sapevo esattamente quale spaventoso volto avrebbe potuto mostrare. E mi chiedo se, trovandomi al di sotto di lei anzi che al di sopra, le sarei andata incontro con lo stesso sangue freddo che avevo ultimamente dimostrato con Quint. Ah, le occasioni di mostrare sangue freddo si susseguirono! L'undicesima notte dopo il mio incontro con quel signore, oramai le contavo, ebbi un allarme, che manc superare le mie forze. Fu veramente, per il suo particolar carattere d'inaspettato, il pi violento turbamento che avessi mai provato. Era precisamente la prima notte di quel periodo in cui, stanca per le veglie continue, avevo creduto mi fosse possibile coricarmi all'ora che m'era prima consueta, senza essere rimproverata di negligenza. M'addormentai immediatamente, e, come seppi pi tardi, dormi sin circa alla una. Ma, dopo essermi risvegliata, sedetti di colpo sul letto, cos desta come se qualcuno fosse venuto a scuotermi. Avevo lasciato la candela accesa, ed ora era spenta, ed ebbi subito la certezza che l'avesse spenta Flora. Saltai immediatamente dal letto, e, nell'oscurit, andai diritta al suo: m'accorsi che lo aveva lasciato. Uno sguardo verso la finestra m'illumin di pi, e un fiammifero che accesi complet il quadro.
La bambina s'era alzata una volta ancora: questa volta, aveva spento la luce, e, fosse per guardare qualcosa, fosse per rispondere a qualcuno, s'era di bel nuovo rannicchiata sotto la tenda, spiando nella notte. Che ella stesse guardando qualcosa, il che, come m'ero assicurata, non era accaduto l'ultima volta, mi fu provato dal fatto che nulla la distolse: n la luce che avevo riaccesa, n i movimenti precipitati con i quali m'infilavo le pantofole e m'avvolgevo nella vestaglia. Nascosta, protetta, assorta, si appoggiava, evidentemente, sul davanzale della finestra, che s'apriva al di fuori, e si abbandonava completamente. Una gran luna pacifica, che le era d'aiuto, m'aveva offerto una ragione di pi per affrettare la mia decisione. Ella era a faccia a faccia con l'apparizione che avevamo incontrata vicino al lago, e poteva comunicare con quella come allora non aveva potuto fare. Ora, io dovevo raggiungere, attraverso il corridoio, senza distogliere la bambina, un'altra finestra con la stessa vista. Varcai la porta senza essere udita, usci chiudendola, e, dall'altra parte, ascoltai se si udiva qualche suono. Mentre ero nel corridoio, mi caddero gli occhi sulla porta del fratello, dieci passi distante, che, in un modo inesprimibile, nuovamente destava in me quello strano impulso, che ho chiamato la mia tentazione. Che sarebbe accaduto se fossi entrata d'un tratto e fossi andata alla sua finestra? Se, arrischiandomi a svelare il motivo della mia condotta al suo stupore di monello, avessi gettato il laccio della mia audacia attraverso il resto del mistero?
Ero cos presa da quest'idea che avanzai sino alla soglia. Ivi, mi fermai di nuovo. Con l'orecchio teso sino al limite estremo delle mie forze, imaginavo cose prodigiose: mi chiedevo se anche il suo letto fosse vuoto, ed egli pure secretamente in osservazione. Tutto ci dur per un minuto silenzioso e profondo, spirato il quale l'impulso m'aveva abbandonata. Era tranquillo; poteva essere innocente; il rischio era mostruoso, e me ne distolsi. S, v'era certamente una figura nel mezzo del giardino: una figura che girovagava per ottenere uno sguardo, un visitatore cui Flora rispondeva. Ma quel visitatore non aveva nulla a che vedere con il ragazzo. Esitai nuovamente, ma per altre ragioni, e qualche secondo soltanto: avevo scelto. A Bly non v'era mancanza di camere vuote: il problema era scegliere quella indicata. Improvvisamente mi resi conto che la migliore sarebbe stata la camera a basso, ancora assai elevata al di sopra del giardino, e situata in quell'angolo massiccio della casa, che ho designato col nome di vecchia torre. Era una grande camera quadrata, ammobigliata sontuosamente da camera da letto, resa tanto incomoda dalle sue stravaganti dimensioni che da anni non era stata occupata; ma, sempre rassettata dalla signora Grose, era in un ordine esemplare. L'avevo spesso ammirata, e ne conoscevo la disposizione. Dopo aver dominato la lieve angoscia che mi provoc il primo soffio d'aria fredda, attraversai la camera abbandonata, per andare tranquillamente ad aprire un'imposta. Ci fatto, rialzai senza rumore la tenda sul vetro, e, ponendovi contro il viso, mi riesc facile, essendo al di fuori l'oscurit molto meno profonda che nella camera, constatare che il posto era ben scelto. Quindi, vidi qualcosa di pi. La luna rendeva la notte chiarissima, e mi lasci vedere, sul prato, una persona rimpicciolita dalla distanza, che stava immobile e come affascinata, a guardare l'angolo nel quale ero apparsa, e non tanto verso me quanto verso qualcosa che, apparentemente, m'era al di sopra. Era chiaro che qualcuno era lass, sulla torre. Ma la presenza sul prato non era per nulla quella che avevo sospettato, e incontro alla quale mi precipitavo con tanta certezza. La persona sul prato, mi sentii venir meno constatandolo, era il povero piccolo Miles in persona.
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Capitolo 11.
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Solamente sul tardi del giorno seguente parlai con la signora Grose, perch la cura che ponevo nel non perdere i bambini di vista, mi rendeva difficile incontrarmi separatamente con lei; tanto pi che sentivamo la necessit di non provocare, sia nei domestici che nei fanciulli, sospetto alcuno d'una segreta agitazione o del perseguimento d'un mistero. A questo proposito, il suo aspetto pacifico mi dava una grande sicurezza: il volto riposato nulla rivelava delle mie orribili confidenze. Ero sicura che mi credeva completamente: se non l'avesse fatto, non so che sarebbe stato di me, perch non avrei potuto sopportare da sola una simile prova. Ma ella costituiva un magnifico omaggio di quella cosa benedetta che  l'assenza d'imaginazione, e, scorgendo soltanto il fascino e la bellezza dei due bambini, l'aspetto felice e l'intelligenza, non le erano direttamente sensibili le cause del mio timore. Se in essi si fosse mostrata la minima traccia d'abbattimento o di malinconia, il suo turbamento avrebbe certamente eguagliato il loro, conoscendone la sorgente insana; ma, nello stato presente delle cose, sentivo, mentre li sorvegliava con le grosse braccia bianche incrociate e la serenit diffusa in tutta la persona, che ringraziava il Signore perch, se pure i suoi tesori erano in frantumi, i pezzi almeno erano ancor buoni. Le fiamme della fantasia si trasformavano in lei in un tranquillo fuoco di caminetto, e cominciavo ad accorgermi che, a mano a mano che il tempo procedeva senza nuovi incidenti, s'affermava in lei la convinzione che i nostri piccini sapevano, in realt, bastare a se stessi, cos che la sua maggiore sollecitudine si rivolgeva al triste caso della loro interprete e custode. Per me, era una reale semplificazione: potevo impegnarmi a che il mio volto non rivelasse nulla; ma sarebbe stata una grossa preoccupazione di pi se avessi dovuto vigilare anche il suo.
Nell'ora della quale parlo, cedendo alle mie istanze, mi aveva raggiunta sulla terrazza, dove, in quella stagione pi avanzata, il sole era ormai piacevole, e vi stavamo sedute insieme, mentre davanti a noi, ad una certa distanza per e a portata di voce, i bambini andavano e venivano, allegramente. Camminavano lentamente, in perfetto accordo, sul prato che si stendeva ai nostri piedi, leggendo egli ad alta voce un libro di fiabe, con un braccio attorno alla sorella, come per averla pi vicina. La signora Grose li osservava, con sincera serenit; poi scorsi in lei, bench repressa, quell'inclinazione mentale con la quale si piegava su me per poter vedere il rovescio del ricamo. Avevo fatto di lei il ricettacolo delle cose che facevano rabbrividire, ma la sua strana comprensione della mia superiorit, tanto a causa del mio ingegno che della mia condizione, si rivelava nella pazienza che dimostrava per la mia pena. Ella prestava cortesemente il proprio spirito alle mie confidenze nello stesso modo che, se avessi desiderato comporre una miscela di stregoneria e offrirgliela con sicurezza, m'avrebbe teso una bella salsiera bianca. Tale ella era esattamente, quando, nel mio racconto degli avvenimenti della notte, arrivavo alla risposta che m'aveva dato Miles, allorch, dopo averlo veduto in un'ora cos eccezionale nello stesso luogo dove, per cos dire, si trovava presentemente, ero scesa a prenderlo. M'ero decisa a scegliere questo mezzo anzi che uno pi rumoroso, ponendo al di sopra di tutto la necessit di non allarmare nessuno nella casa. Le avevo gi lasciato capire la poca speranza che avevo di riuscire, a dispetto della sua reale simpatia, a farle afferrare la mia impressione dinanzi alla magnifica ispirazione con la quale, quando fummo rientrati in casa, il ragazzo accolse la mia sfida, una buona volta nettamente articolata. Non appena ero comparsa al chiar di luna sulla terrazza, s'era avanzato verso di me senza esitare: lo avevo preso per mano senza dir nulla; lo avevo condotto, attraverso l'oscurit, su per quella scala per la quale Quint aveva vagato, tutt'affamato della sua presenza, lungo il corridoio in cui avevo ascoltato e tremato, e cos sino alla sua camera deserta.
Non una sillaba era stata da noi proferita cammin facendo, ed io m'interrogavo, oh! come almanaccavo! per sapere se, nella sua terribile piccola mente, cercasse una spiegazione plausibile e non troppo grottesca. Avrebbe certamente dovuto lambiccarsi il cervello, e questa volta, pensando al suo reale imbarazzo, un fremito di trionfo mi corse per le membra. L'agguato era teso abilmente, ed aveva probabilit di successo. Non avrebbe pi potuto n tentato di ostentare quella perfetta correttezza. Allora, in che modo mai si sarebbe tratto d'impaccio? A dire il vero, contemporaneamente al palpito appassionato di questa domanda, pulsava anche nelle mie vene la silenziosa angoscia di sapere come diavolo mai avrei fatto anch'io. Mi trovavo, insomma, costretta ad affrontare in tutto il suo rigore il rischio che comportava, in quel momento ancora, l'esecuzione del mio divisamento. Ricordo, infatti, come, entrando nella sua cameretta, che aveva il letto ancora intatto, mentre dalla finestra aperta entravano liberamente i raggi della luna, illuminando la camera a tal punto ch'era inutile accendere un fiammifero; ricordo come subitamente mi sentissi venir meno, e mi lasciassi cadere sulla sponda del letto, vinta dall'idea ch'egli doveva sapere, oramai, come davvero mi "avesse avuta", come si suol dire. Armato della sua vivace intelligenza, avrebbe fatto tutto ci che avrebbe voluto per tutto il tempo durante il quale avrei continuato a sostenere quella vecchia tradizione della colpevolezza dei maestri, che alimentano i terrori e le superstizioni. S, mi teneva, lo si poteva dire, e in una morsa, perch chi mi avrebbe assolta, salvata dalla corda, se, con la pi lieve allusione, avessi per prima introdotto un elemento cos atroce nelle nostre relazioni normali? No, no, era inutile cercare di far comprendere alla signora Grose, quasi quanto cercare di tradurlo qui, come, durante il nostro duello rapido e amaro, l, nel buio, destasse in me quasi ammirazione. Io fui, naturalmente, piena di dolcezza e di bont. Mai avevo ancora appoggiate le mani sulle sue giovani spalle con tanta tenerezza, come in quel momento in cui m'appoggiavo al suo letto e lo avevo a tiro. Non avevo altra alternativa che rivolgergli la domanda, rivolgergliene una, almeno:
Ora bisogna parlare, dirmi la verit. Perch siete uscito? Che facevate fuori?
Ne vedo ancora il meraviglioso sorriso, il bianco degli occhi magnifici, e lo splendor dei denti brillare nella incerta luce.
Se ve lo dico, mi comprenderete?
Il cuore mi saltava in gola: stava per dirmi il perch? Mi manc la voce per sollecitarlo, e mi resi conto che la mia risposta fu soltanto un vago e smorfiante cenno. Egli era la dolcezza fatta persona, e, mentre restavo davanti a lui, continuando a scuotere il capo, sembrava, pi che mai, un principino di fiaba. La sua serenit mi dette veramente una tregua; ma quella serenit sarebbe stata davvero cos grande, se si fosse accinto a confessarsi?
Ebbene, diss'egli alla fine, precisamente perch faceste cos.
Facessi cosa?
Perch, tanto per cambiare, pensaste male di me.
Non dimenticher mai la dolcezza, l'allegria con la quale pronunci queste parole, n come, per coronarle, si chin e mi baci. Praticamente fu la fine di tutto. Gli resi il bacio, e mentre lo stringevo tra le braccia, dovetti fare uno sforzo prodigioso per non piangere. Egli mi rendeva conto della propria condotta esattamente nel modo che meno mi permetteva di chieder di pi, e non feci che confermare il mio acconsentimento alle sue parole quando, dopo aver gettata un'occhiata nella camera, gli domandai:
Allora, non vi siete svestito?
Egli splendette, letteralmente, nell'ombra.
Affatto. Vegliavo e leggevo.
E quando siete disceso?
A mezzanotte! Ah! quando voglio essere cattivo, lo sono!
Vedo, vedo.  proprio delizioso. Ma come potevate essere sicuro che l'avrei saputo?
Oh! m'ero messo d'accordo con Flora. Le sue risposte erano cos pronte! Ella doveva alzarsi e guardare dalla finestra.
E lo ha fatto.
Cadevo io nel tranello!
Cos, lei vi ha fatto inquietare, e, per vedere quello che guardava, avete dovuto guardare anche voi, e avete visto.
Mentre voi, replicai, vi prendevate un malanno, stando fuori di notte.
Raggiava talmente di fronte al successo dell'impresa, da permettersi allegramente di convenirne.
Ma se non avessi fatto cos, domand, sarei forse stato cattivo quanto desideravo?
E, dopo un nuovo bacio, l'incidente, come il colloquio, furono chiusi, col mio formale riconoscimento di tutte le riserve di saggezza che aveva dovuto accumulare per permettersi un simile scherzo.
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Capitolo 12.
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La mia particolare impressione, ripeto, mi parve l'indomani mattina difficile da far condividere alla signora Grose, bench la rafforzassi con un'altra osservazione, ch'egli mi aveva fatto prima che ci separassimo.
Tutto sta in alcune parole, le dissi, in poche parole che definiscono la faccenda: "Pensate un po' a tutto quello che potrei fare", mi ha detto per provarmi qual buon bambino egli sia. Egli sa perfettamente quello che "pu fare", e in collegio ne ha dato un saggio.
Signore! come siete cambiata! esclam la mia amica.
Non ho affatto cambiato: spiego le cose, semplicemente. Potete star sicura che s'incontrano tutt'e quattro, continuamente. Se, in una di queste ultime notti, foste stata con l'uno o con l'altra dei bambini, avreste compreso tutto chiaramente. Pi ho osservato, pi ho atteso, pi ho sentito che, in mancanza d'altra prova, il loro sistematico silenzio pu essere sufficiente. Non  mai sfuggito loro nulla, non un'allusione, non una frase cominciata a proposito dei loro antichi amici, e altrettanto a Miles, a proposito del suo allontanamento dal collegio. Oh! s, possiamo star seduti a guardarli, ed essi possono, finch loro piaccia, darcela a intendere; ma nel momento stesso in cui pretendono d'essere assorti nelle fiabe, si profondono nella visione di quei morti che ritornano a loro. Egli non sta affatto leggendo, dichiarai. Parlano di quelli! Dicono cose orribili. Capisco che io vi sembri pazza; ma  un miracolo che non lo sia. Al posto mio, vedendo quello che ho veduto, lo sareste diventata; io, invece, ho acquistato maggior lucidezza ed ho compreso molte altre cose.
La mia lucidit doveva certamente sembrare spaventosa; ma le squisite creature che ne erano vittime, passando e ripassando davanti a noi in graziosi allacciamenti, offrivano alla mia compagna una specie d'appoggio. E vidi quanto ella vi s'affidava, quando, senza scuotersi davanti al fuoco della mia passione, continu a coprirli dello stesso sguardo:
Quali altre cose avete compreso?
Ma tutte quelle che mi hanno incantata, affascinata, e nondimeno, in fondo, lo vedo ora cos stranamente, ingannata e turbata. La loro bellezza pi che umana, la loro saggezza assolutamente anormale, tutto ci non  che un gioco, continuai, un modo d'essere, un'ostentazione, una frode!
Per parte di quei cari piccini?...
Che sono ancora degli incantevoli bambocci? Ma s, per quanto insensato possa parere!
Lo stesso fatto d'esprimerla, m'aiut veramente ad analizzare la mia impressione, a risalire sino alla sua sorgente e a ricostruire il tutto.
Non  che fossero saggi: erano assenti, ecco tutto. Se  stato cos facile vivere con loro, lo si deve al fatto che vivono una vita a parte dalla nostra. Non sono con me, con noi: sono con lui, e con lei!
Con Quint e con quella donna?
Con Quint e con quella donna: essi vogliono riprenderli.
Ah, come li guard allora la signora Grose!
Ma perch?
Sono ricondotti qui dall'amore del male che in quei giorni terribili hanno loro inculcato; per iniettarli ancora e sempre di quel male, per sostenere e perseguire la loro opera demoniaca.
Ah, perdinci! esclam la mia amica, sottovoce. L'esclamazione era popolare; ma, involontariamente, mi rivelava la sua adesione a quella nuova prova che a Bly aveva dovuto svolgersi un dramma, durante quei tristi giorni: perch v'erano stati giorni peggiori dei presenti. Nulla poteva convincermi pi di quel semplice consenso, accordato dalla sua esperienza, alla depravazione, comunque profonda potessi sospettarla, di quelle due canaglie. La sottomissione della sua memoria si rivel in queste parole, che si lasci sfuggire:
Canaglie lo erano davvero! Ma che possono fare, ora? prosegu.
Fare? ripetei come un'eco, e cos forte che Miles e Flora, passando da lontano, si fermarono un momento e ci guardarono. Non vi pare che facciano abbastanza? domandai con voce pi bassa, dopo che i fanciulli, che ci avevano sorriso e fatto segno con la mano, ebbero ripresa la loro commedia. Per un momento questa ci affascin; poi soggiunsi:
Possono annientarli!
Questa volta l'amica si volt verso me, ma il suo appello rimase silenzioso, e il silenzio mi rese pi esplicita.
Non sanno ancora precisamente come fare; ma cercano con tutte le loro forze. Per ora guardano solamente dal di l d'una cosa o d'un'altra, e da un po' lontano, da punti strani e da luoghi elevati, d'in cima alle torri, di sui tetti delle case, da fuori delle finestre, dall'altra sponda dello stagno; ma dai due lati si persegue un disegno per accorciare la distanza e sormontare l'ostacolo: cos, il trionfo dei tentatori  solo questione di tempo. Non hanno che da continuare le pericolose suggestioni!
E i bambini andranno?
E periranno nell'impresa! La signora Grose si alz lentamente, ed io soggiunsi, presa da scrupoli: A meno che, si capisce, noi lo si impedisca.
In piedi, davanti a me, sempre seduta, ella tentava visibilmente d'analizzare la situazione.
Lo deve impedire il loro zio. Bisogna che li porti via.
E chi glielo far fare?
M'era parso che scrutasse l'orizzonte, ma chin invece verso di me il volto un po' stupido:
Voi, signorina.
Scrivendogli che la sua casa  avvelenata e che il nipote e la nipotina sono pazzi?
Ma se lo sono, signorina?
Volete dire che lo sono anch'io? Sono notizie deliziose da trasmettergli, da parte d'una persona che gode la sua fiducia e la cui prima ragion d'essere sta nell'evitargli qualsiasi noia.
S, non vuole noie.  stata la ragione principale... disse la signora Grose, pensosa, seguendo i bimbi con lo sguardo.
Per la quale quei traditori hanno potuto ingannarlo cos a lungo? Certamente, bench gli sia stata necessaria, nondimeno, una terribile indifferenza. Ma, poich io non sono una traditrice, non lo inganner in nessun caso.
La mia compagna, dopo un momento, per tutta risposta sedette di nuovo e mi s'attacc al braccio.
Ad ogni modo, chiamatelo.
La guardavo, stupefatta.
Io? Ebbi un'improvvisa paura di ci ch'ella sarebbe stata capace di fare. Lui?
Dovrebbe essere qui, dovrebbe aiutarci.
Mi alzai d'un balzo e credo d'averle allora mostrato un viso pi strano che mai:
V'imaginate che l'inviti a farmi una visita?
No, gli occhi negli occhi, ella evidentemente non mi vedeva. Ed anche, in luogo di me, come una donna che sa leggere in un'altra donna, vide quello che vedevo io stessa: la sua derisione, il suo divertimento, il suo disprezzo per la mia mancanza di rassegnazione alla solitudine, e la bella storia presentata in modo da attrarre la sua attenzione sui miei fascini negletti. Ella non sapeva, e nessuno al mondo, come ero stata orgogliosa di servirlo e d'osservare fedelmente il nostro contratto; ma, tuttavia, ella giudic nel suo giusto senso, credo, l'avvertimento che le davo:
Se perdeste mai la testa al punto di ricorrere a lui in favor mio...
Ella si spavent veramente!
Allora, signorina?
Vi lascerei su due piedi, lui e voi.
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Capitolo 13.
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Aver potuto tenere il contatto con loro era benissimo, ma parlare si rivel, come mai, uno sforzo superiore alle mie forze. Vista da vicino, la situazione presentava difficolt insormontabili tanto quanto le precedenti. Questa situazione dur un mese, con nuovi aggravamenti e segni particolari, il pi saliente dei quali, accentuantesi di giorno in giorno, era l'ironia, cosciente e leggera, degli allievi. Sono certa, oggi come allora, che non era soltanto effetto della mia infernale imaginazione! era facile accorgersi che conoscevano i miei imbarazzi, e che le nostre strane relazioni trasformavano, in una certa maniera, l'atmosfera nella quale vivevamo: e ci dur a lungo. Non voglio dire che facessero l'occhietto o alcunch di volgare, perch, in proposito, non v'era nulla da temere da parte loro; ma voglio invece dire che l'elemento innominato e innafferrabile ingigantiva tra noi, a scpito di tutto il resto, e che, per evitare con tanta fortuna le occasioni scabrose, era tra di noi necessario un assai profondo tacito consenso. Le cose accadevano come se, di quando in quando, ci si trovasse davanti ad oggetti, di fronte ai quali si dovesse scantonar senz'altro, abbandonando subitamente strade che si scorgeva essere vicoli ciechi; chiudendo, con un rumore che attirava gli sguardi degli uni su quelli degli altri, perch tutti i rumori erano sempre pi forti di quel che avremmo voluto, porte indiscretamente aperte. Tutte le strade conducono a Roma e, in certi momenti, sembrava che tutti gli argomenti di studio e tutti i temi di conversazione sfiorassero il terreno proibito. Il terreno proibito era, in un modo generale, il ritorno dei morti sulla terra e, particolarmente, la discussione attorno a ci che pu sopravvivere, nella memoria, di amici perduti da bambini. V'erano giorni in cui avrei giurato che l'uno spingeva l'altra con una gomitata invisibile, e diceva:
Questa volta crede d'esserci, ma non ci arriver!
"Esserci" sarebbe stato, ad esempio, permettersi, una volta, per caso, un'allusione alla signora che li aveva preparati ad esser affidati alle mie cure. Essi avevano un desiderio, insaziabile e delizioso, per certi aneddoti della mia vita, che avevo loro narrato tante e tante volte. Sapevano tutto ci che m'era accaduto, conoscevano, nei minimi particolari, la storia delle mie pi insignificanti avventure, come quelle dei miei fratelli, delle mie sorelle, del cane e del gatto di casa, come molte altre sulle originali manie di mio padre, sui mobili e la disposizione della nostra casa e la conversazione delle vecchierelle del villaggio. Non poche erano le cose delle quali si poteva parlare, purch si corresse via, e istintivamente si sapesse quando si doveva sorvolare. Possedevano un'arte particolare per mettere in moto la mia imaginazione o la mia memoria, e quando ripenso a tutte queste circostanze, mi sembra che nulla mi desse maggiormente l'impressione d'essere spiata da un nascondiglio. Ad ogni modo, ci sentivamo privi d'impaccio soltanto quando si trattava della mia propria vita, del mio passato personale e dei miei amici: stato di cose che li conduceva talvolta, senza necessit, ad evocare, per semplice associazione d'idee, ricordi puerili. Ero invitata, bench non vi si fosse condotti da un legame di idee, a ripetere il celebre moto di Goody Gosling, o a confermare particolari gi noti sull'intelligenza del puledro del presbiterio.
Ora in simili momenti, ora in altri del tutto diversi, la mia prova, come l'ho chiamata, mi diventava, col giro attuale degli avvenimenti, pi greve. Il fatto che i giorni passavano, senza portarmi a nuovi incontri, avrebbe dovuto, pare, recarmi un po' di calma ai nervi sovreccitati. Dopo la leggera emozione di quella seconda notte, nella quale avevo riconosciuto, dal pianerottolo, la presenza di una donna sul primo gradino della scala, non avevo veduto nulla, fuori o dentro la casa, che fosse meglio non vedere. M'ero aspettata di veder Quint a pi d'uno svolto, e molte volte la situazione, semplicemente per non so quale sinistra atmosfera, m'era parsa indicata per un'apparizione della signorina Jessel. L'estate era declinata, poi passata, e l'autunno s'era abbattuto su Bly, smorzando a met la bella luce. Il luogo, sotto il cielo grigio, con cespi di fiori appassiti, superfici denudate e foglie morte sparse, sembrava un teatro dopo la rappresentazione, con i programmi cencischiati sparsi sul suolo. Ritrovavo esattamente lo stato dell'atmosfera, le sfumature di sonorit e di silenzio, la inesprimibile impressione d'esser giunta al momento voluto; tutto un insieme di circostanze che mi dava nuovamente, e assai a lungo perch possa annotarla, quella sensazione di medium in cui ero immersa, in quella bella sera di giugno, quando Quint mi era apparso per la prima volta; nella quale anche, dopo averlo veduto dietro il vetro, l'avevo vanamente cercato nei boschetti circostanti. Riconoscevo i segni e i presagi, riconoscevo il tempo e il luogo. Ma tutto restava vuoto e inanimato, ed io stessa indenne, rispettata; se si pu dire rispettata una giovine donna, la cui sensibilit sia stata, non diminuita, ma esasperata, nel modo pi straordinario! Nella mia conversazione con la signora Grose, a proposito di quella orribile scena di Flora, vicino al lago, l'avevo resa perplessa dicendole che, ora, rimpiangevo assai pi di perdere il mio strano potere che di conservarlo, e le avevo a lungo spiegato l'idea che mi dominava: vedessero o no i bambini gli spettri, poich, d'altra parte, non era ancora definitivamente provato che li vedessero, preferivo infinitamente, per salvaguardarli, correre il rischio da sola. Ero disposta al peggio. Allora ero stata colpita da un'orribile folgore, pensando che i miei occhi potessero essere chiusi mentre i loro erano spalancati. Ebbene, i miei occhi ora erano chiusi, lo sembravano: conclusione per la quale pareva da bestemmiatori non ringraziare Iddio. Ahim! v'era una difficolt: lo avrei ringraziato con tutta l'anima, se non avessi avuto la convinzione, radicata quanto questa riconoscenza, che i bambini avevano un segreto.
Come descrivere, oggi, le strane tappe della mia ossessione? In certi momenti, quando eravamo insieme, avrei potuto giurare che, in mia presenza, ma senza che ne avessi la diretta sensazione, ricevevano, letteralmente, visitatori che conoscevano ed accoglievano cordialmente. In quei momenti, se non fossi stata trattenuta dal timore che il rimedio potesse essere peggiore del male che volevo combattere, la mia esaltazione si sarebbe liberamente sfogata: "Sono l, sono l, piccoli sciagurati! avrei esclamato. Ora non potete negarlo!". Ma i piccoli sciagurati negavano tutto con le forze unite della loro associazione e della loro tenerezza, negli abissi cristallini delle quali, come il lampo di una squama di pesce in un torrente, scintillava ironicamente il vantaggio che avevano su me. In verit, il mio turbamento era stato pi profondo che non credessi, quella notte in cui, alla ricerca sotto le stelle di Pietro Quint o della signorina Jessel, avevo scoperto il fanciullo, sul cui riposo ero incaricata di vegliare, ed egli era rientrato con me, conservando quello sguardo cos dolce: quel dolce sguardo che aveva, sin dal primo momento e sul luogo stesso, volto diritto a me; quel dolce sguardo levato al cielo, col quale, dai merli che ci dominavano, si compiaceva di giocare la ripugnante apparizione di Quint. Si pu dire che, in quell'occasione, la mia scoperta fosse stata uno sconvolgimento pi profondo d'ogni altro, e da uno stato d'animo sconvolto traevo, essenzialmente, le conclusioni presenti. Ne era talora atterrita a tal punto che mi rinchiudevo per ripetere ad alta voce, era ad un tempo un fantastico sollievo e un rinnovamento di disperazione, la scena che m'avrebbe permesso di toccare il fondo dell'avventura. Mi vi appressavo, ora da un lato ora da un altro, mentre percorrevo la camera con agitazione, ma nel momento pauroso d'articolare i nomi propri, il coraggio sempre mi abbandonava. Mentre le sillabe mi morivano sulle labbra, mi dicevo che li avrei forse sospinti a formarsi un'imagine infame se, pronunciando quei nomi repugnanti, ne avessi violata l'istintiva delicatezza, la pi rara che, senza dubbio, sala di studio avesse mai conosciuta. Mi sentivo diventar scarlatta e mi coprivo il volto con le mani, quando mi dicevo: "Essi hanno tatto abbastanza per tacere, e tu, con tutta la fiducia che ti dimostrano, villania sufficiente per voler parlare". Dopo queste scene segrete, chiacchieravo pi che mai, volubilissima, sino al momento in cui sopraggiungeva uno dei nostri prodigiosi e tangibili silenzi, non posso definirli altrimenti: una strana sensazione di stordimento, di travolgimento (cerco i termini precisi), avvolta in una calma, in una sospensione assoluta di ogni manifestazione di vita. Essa non aveva rapporto col maggiore o minor chiasso che potevamo star facendo, e potevo percepirla attraverso non importa quale scoppio d'allegria, quale pi rapida recitazione, o qual rumoroso accordo di pianoforte. Allora, gli altri, gli intrusi, erano l. Bench non fossero angioli, "passavano", come si dice in Francia, facendomi fremere, per tutto il tempo che ne durava la presenza, pel timore che rivolgessero alle giovani vittime qualche messaggio pi infernale, o qualche visione pi vivida di quelle che avevano ritenute sufficienti per me.
L'idea, che mi riusciva pi difficile allontanare, era quella, cos crudele, secondo la quale, qualunque cosa io avessi veduto, Miles e Flora vedevano di pi: cose terribili, impossibili da imaginare, e che sorgevano dagli orribili momenti della loro vita comune d'un tempo. Simili cose lasciavano naturalmente nell'atmosfera, per un po' di tempo, come un gelo superficiale, che ci rifiutavamo di riconoscere, vociferando all'unisono; e tutt'e tre, dopo numerose ripetizioni, avevamo acquistato una tale pratica che, ogni volta, per segnare la fine dell'incidente, eseguivamo automaticamente gli stessi movimenti. Era, ad ogni modo, sorprendente che i bambini venissero regolarmente, senza la minima ragione, a baciarmi come pazzi, non trascurando mai, l'uno o l'altra, di rivolgere la preziosa domanda, che ci aveva consentita la traversata di pi d'un punto pericoloso: "Quando credete che verr? Non ritenete che gli si dovrebbe scrivere?". Non v'era nulla, l'esperienza ce lo aveva insegnato, che avesse come questa domanda il potere di scacciare ogni imbarazzo. L'allusione, si capisce, era allo zio d'Harley Street, e noi si viveva nella convenzione, abbondantemente espressa, ch'egli potesse arrivare in qualsiasi momento, e confondersi col nostro circolo. Era impossibile incoraggiare meno una speranza di quanto egli aveva fatto per questa, ma se non avessimo avuto il sostegno di quella speranza, ci saremmo privati, gli uni e gli altri, di alcuni dei pi belli inganni. Non scriveva loro mai; era forse egoista, ma ci faceva parte della lusinghiera fiducia che aveva riposta in me, perch il modo con cui un uomo rende ad una donna l'omaggio pi lusinghiero tende a non essere che il sorridente compimento d'una delle leggi sacre della sua comodit personale. Cos, io ero persuasa d'esser fedele alla promessa di non turbarlo mai, facendo credere ai bambini che le loro lettere erano soltanto amabili esercizi letterari: erano troppo belle per essere affidate alla posta. Le serbavo per me; le posseggo ancor tutte. Questa regola, che m'ero imposta, non serviva che ad aumentare l'effetto satirico della loro perpetua supposizione, che da un momento all'altro potesse comparire in mezzo a noi. Era esattamente come se i due bimbi si rendessero conto del molto imbarazzo che una simile visita, pi d'ogni altra cosa, m'avrebbe procurato. D'altra parte, riguardando indietro, nulla mi sembra pi straordinario del semplice fatto di non aver mai perduta la pazienza con loro, a dispetto dei miei nervi tesi e del loro trionfo. Riconosco oggi ancora che dovevano veramente essere adorabili, visto che in quei giorni passati non li odiavo. Nondimeno, se non fosse sopraggiunto un sollievo, la mia esasperazione, a lungo andare, non mi avrebbe tradito? Ci importa poco, perch il sollievo venne. Lo chiamo sollievo, bench non fosse che quello procurato dalla rottura di una corda troppo tesa, o dal tuono, in un giorno di temporale. Insomma, era almeno un cambiamento: e capit come un fulmine.
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Capitolo 14.
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Una certa domenica mattina, andavo in chiesa con Miles al mio fianco; la sorella, bene in vista, camminava davanti, con la signora Grose. Era un giorno limpido e rigido, il primo di quella specie da un po' di tempo. Aveva leggermente gelato, durante la notte, e l'aria autunnale, scintillante e viva, rendeva quasi allegro il suono delle campane della chiesa. Per quale strana concatenazione dei pensieri ero giunta, in quel momento, a dirmi che i due bimbi mi dimostravano veramente un'obbedienza, della quale non potevo non esser colpita, e nel tempo stesso riconoscente? Perch non si risentivano mai della mia inesorabile e perpetua compagnia? Non so che cosa m'avesse come fatto toccare col dito che, per cos dire, avevo cucito il bambino alle sottane, e che, dal modo in cui i nostri compagni camminavano a passo militare davanti a noi, poteva sembrare mi premunissi contro qualche ribellione. Ero come un carceriere che sorveglia con l'occhio le sorprese o le evasioni possibili. Ma tutto ci, voglio dire la loro magnifica piccola condiscendenza, apparteneva precisamente all'insieme dei fatti pi profondamente misteriosi della nostra avventura. Accuratamente vestito del suo abito festivo, a cura del sarto dello zio cui era stata lasciata ampia libert e che sapeva apprezzare il valore d'un bel panciotto e la figurina aristocratica del piccolo cliente, Miles dava un'impressione tale d'indipendenza, dei diritti che esigevano il suo sesso e la sua condizione sociale, che se avesse preteso la propria libert, non avrei saputo che dire. Per la pi strana tra le coincidenze, stavo chiedendomi come avrei potuto resistergli, quando, senza possibilit d'errore, la rivoluzione si verific. La chiamo rivoluzione, perch ora vedo come, con le parole che disse, il roseo sipario si alzasse sull'ultimo atto del mio terribile dramma, e, da quel momento, la catastrofe precipitasse.
Ditemi, cara, cominci egli, gentilmente, quando ritorner in collegio?
Trascritta qui, la frase sembra assai inoffensiva, tanto pi ch'era stata pronunciata col timbro dolce e carezzevole, che ne faceva sembrare le intonazioni tante rose, gettate distrattamente all'interlocutore, soprattutto quando questi era l'eterna istitutrice. Esse avevano qualcosa di "afferrante", e, infatti, fui allora cos colpita, che mi fermai di botto, come se uno degli alberi del parco si fosse abbattuto attraverso la strada. Qualche cosa di nuovo era sorto l, tra noi, ed egli si rese perfettamente conto che lo comprendevo, bench, per farlo, non avesse bisogno d'abbandonare un atomo del proprio candore e della propria seduzione abituali. Sentivo gi, soltanto nel non trovar nulla da replicargli immediatamente, che godeva del vantaggio conquistato. Ero cos lenta a trovare non importa che da dire, che ebbe tutto il tempo, trascorso un minuto, di continuare, sorridendo suggestivamente, ma con indulgenza:
Sapete, cara, che ad esser sempre solo con una signora...
Aveva sempre quel "cara" sulle labbra, nel rivolgersi a me, e nulla poteva pi esattamente esprimere la sfumatura del sentimento che desideravo ispirare ai miei allievi di quel termine di tenera familiarit. Era cos liberamente rispettoso!
Oh! come sentivo quanto allora dovevo pesar le parole! Ricordo che, per acquistar tempo, finsi di ridere, e mi vidi, nel bel volto che m'osservava, cos brutta e cos strana!
E sempre con la stessa dama? replicai.
Non impallid, n batt ciglio. Tutto era virtualmente svelato tra noi.
Ah,  certamente una deliziosa persona, una "vera" signora! Ma, vedete, io sono un ragazzo che... ebbene, che va innanzi con gli anni!
Mi fermai un momento, osservandolo con tenerezza.
S, andate innanzi!
Come mi sentivo smarrita! E oggi ancora resto convinta di questa piccola idea, che venne a pungermi il cuore. Lo sapeva, e se ne faceva un gioco crudele con me.
E non potete dire che non sia stato pi che gentile, eh!
Gli posai la mano sulla spalla, perch, pur sentendo che era preferibile proseguire il cammino, non ne ero ancora del tutto capace.
No, non lo posso dire, Miles.
Eccezion fatta per quella notte, sapete!...
Quella sola notte?
Ma io non potevo guardare diritto come lui.
S, quando son disceso, quando sono uscito di casa.
Ah s! ma ho dimenticato perch l'avevate fatto.
Avete dimenticato perch? Parlava con la gentile esuberanza, che anima i rimproveri dei fanciulli. Ma era proprio per dimostrarvi che potevo farlo!
Oh s! potevate ben farlo!
E potrei farlo ancora.
Constatai che, dopo tutto, mi era possibile non perdere completamente la testa.
Certamente; ma non lo farete.
No, non la stessa cosa: era una sciocchezza.
Una sciocchezza, dissi. Ma ora camminiamo.
Riprese a camminarmi vicino, passando il suo sotto il mio braccio.
Allora, quando devo ritornare in collegio?
Assunsi l'aspetto pi pensieroso, meditando sulla domanda.
Stavate molto bene in collegio?
Pens un momento.
Oh! io sto assai bene da per tutto!
Ebbene, allora, la voce mi tremava, se state egualmente bene qui che altrove...
Ah! ma non  tutto! Naturalmente, voi sapete un sacco di cose...
Volete dire che ne sapete quasi altrettante? arrischiai, mentre egli si fermava.
Non so la met di quel che vorrei sapere, confess Miles onestamente. Ma non  tanto questo...
Che cos', allora?
Ma, vorrei vedere di pi la vita.
Capisco, capisco.
Eravamo giunti in vista della chiesa e di parecchie persone, tra le quali alcuni membri della servit di Bly che v'andavano, e s'aggruppavano vicino alla porta per vederci entrare. Affrettai il passo: volevo entrare prima che le domande divenissero troppo imbarazzanti. Sapevo che, una volta in chiesa, avrebbe dovuto tacere per un'ora. Pensavo con desiderio all'ombra relativa dello scanno chiuso, e all'aiuto quasi spirituale che m'avrebbe dato il cuscino sul quale mi sarei inginocchiata. Mi sembrava, letteralmente, che gli disputassi una corsa disperata, ma senti che arrivava buon primo, quando, prima d'entrare nel cimitero che precedeva la chiesa, mi lanci queste parole:
Io ho bisogno dei miei pari!
Balzai veramente.
E non vi son molti vostri pari, Miles, dissi ridendo. Eccettuata, forse, la piccola cara Flora.
Ma mi paragonate davvero a un bamboccio?
Mi sentii singolarmente debole.
Non amate forse la nostra piccola Flora?
Se non l'amassi... e anche voi... Se non l'amassi...! ripet, arretrando, come per prender lo slancio. Ma aveva lasciato il pensiero cos incompiuto che, dopo aver varcato il cancello, un'altra fermata era diventata inevitabile, ed egli me la impose con una pressione del braccio. La signora Grose e Flora erano entrate in chiesa, gli altri fedeli le avevano seguite, e, per il momento, eravamo soli in mezzo alle vecchie tombe rustiche. Ci eravamo fermati, nel viale che partiva dal cancello, vicino ad una tomba, bassa e lunga come una tavola.
Ebbene, se non ci amaste?...
Egli guardava le tombe, mentre aspettavo la risposta.
Ebbene! voi sapete che cosa!
Ma non si mosse, e, d'un tratto, mi serv qualcosa che mi fece sedere bruscamente sulla pietra, come presa da un improvviso bisogno di riposo.
Mio zio pensa quello che pensate voi?
Tacqui per un buon minuto.
Come potete sapere quello che penso?
Ah! si capisce, io non lo so, perch mi accorgo ora che non me lo dite mai. Ma io chiedo: egli lo sa?
Sa che cosa, Miles?
Ma, quello che faccio.
Mi resi immediatamente conto che non potevo dare a questa domanda nessuna risposta, che non comportasse in qualche modo il sacrificio del mio padrone. Tuttavia, pensai che a Bly eravamo tutti sufficientemente sacrificati, perch questa non fosse che una colpa veniale.
Non credo che vostro zio se ne preoccupi molto.
Miles, allora, mi guard a lungo.
E non credete che si potrebbe portarlo a preoccuparsene?
E in che modo?
Ma se venisse qui.
E chi lo far venire?
Io lo far venire, io! disse il ragazzo, con una chiarezza ed un'enfasi straordinarie. Mi lanci ancora uno sguardo pieno di quella stessa espressione, poi and verso la chiesa, e v'entr, solo!
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Capitolo 15.
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La scena si concluse da s, perch non lo segui. Cedevo in modo deplorevole ai miei nervi, ma rendermene nettamente conto non m'aiut per nulla a ritrovar la calma. Non potevo che restar l, seduta sulla tomba, e cercare, attraverso le parole pronunciate dal ragazzo, d'indovinarne il senso completo. Quando giunsi ad afferrarlo interamente, avevo anche deciso di dare come pretesto della mia assenza la vergogna d'offrire un tale esempio di ritardo ai miei allievi ed agli altri fedeli. Ma mi ripetevo, soprattutto, che Miles mi aveva strappato un vantaggio, e che ne avrebbe avuto una prova proprio in quella assenza inopportuna. Mi aveva fatto confessare che avevo una grande paura di una certa cosa, e, probabilmente, avrebbe approfittato di quella paura per ottenere una maggiore libert. La paura che provavo era di dover trattare la questione intollerabile del suo allontanamento dal collegio, perch quella, in fondo, era la questione delle scelleratezze, che vi si riallacciavano. Ora, avrei desiderato come soluzione che suo zio giungesse a discorrere di quelle cose con me; ma era talmente impossibile considerarne la ripugnanza e la pena, che mi limitai semplicemente a rimandare la decisione a pi tardi, e m'accontentai di vivere giorno per giorno. Il ragazzo, con mia grande confusione, era pienamente nel suo diritto e in condizione di potermi dire: "O porrete in chiaro col mio tutore questa misteriosa interruzione dei miei studi, o pure non pretendete che conduca, al vostro fianco, una vita cos anormale per un ragazzo". Ma anormalissimo nel ragazzo era, particolarmente, quell'improvvisa rivelazione d'avere, ad un tempo, coscienza della gravit del proprio caso, ed un piano per risolverlo.
Questo mi sconvolgeva davvero, m'impediva di entrare in chiesa. Ne facevo il giro, esitante, inquieta. Pensavo gi che m'ero irremissibilmente scoperta ai suoi occhi: non potevo, dunque, pi nulla riparare, ed era uno sforzo troppo penoso andare a prender posto accanto a lui, sul banco; lo vedevo, pronto ad insinuare il braccio sotto il mio e a tenermi, per un'ora, in stretto e silenzioso contatto col suo commento alla nostra conversazione. Per la prima volta, dopo il suo arrivo, desideravo allontanarmi da lui. M'ero fermata sotto l'alta finestra di levante ad ascoltare i canti religiosi, che provenivano dall'interno. Fui presa da un impulso, che sentivo mi avrebbe completamente dominata, se a pena lo avessi incoraggiato: potevo facilmente metter fine alla prova, fuggendo. Avevo l'occasione a portata di mano: non v'era nessuno per fermarmi; potevo rinunciare a tutto l'affare, voltar la schiena e scappare. Dovevo soltanto ritornare in fretta nella casa vuota, per cos dire, data la presenza in chiesa della maggior parte dei domestici, e farvi i preparativi per la partenza. Insomma, nessuno avrebbe potuto biasimarmi se me ne andavo, spinta dalla disperazione. Che valeva separarmi ora da loro, se dovevo ritrovarli a pranzo? E questo avrebbe avuto luogo tra due ore. Allora, ne avevo l'acuta percezione, i due bimbi avrebbero recitato la commedia d'un innocente stupore, perch non li avevo seguiti.
Che siete stata a fare, cattiva? Ci avete lasciati proprio sulla porta per tormentarci e farci distrarre?
Non potevo affrontare queste domande, n, mentre le rivolgevano, i begli occhi mentitori; tutto ci, nondimeno, era cos esattamente quanto avrei dovuto affrontare che, dinanzi all'imagine troppo precisa che il mio spirito si rappresentava, cedetti infine al desiderio: me ne andai.
Me ne andai, in quanto si trattava del momento presente. Usci dal cimitero, ripresi lo stesso sentiero seguito nel venire, attraverso il parco. Quando giunsi a casa, mi parve che avessi deciso ormai d'eseguire il mio cinico progetto di fuga. La calma domenicale che vi regnava, tanto all'esterno che all'interno, dove non incontrai nessuno, mi colp come l'offerta d'un'occasione unica. Se, in quell'ora, partivo rapidamente, scomparivo senza una scena, senza una parola... Ma dovevo spiegare una rapidit meravigliosa, e poi la questione dell'indispensabile veicolo era la pi difficile da risolvere. Ricordo che, nell'atrio, ansiosa e tormentata dagli ostacoli e dalle difficolt, mi lasciai cadere, sfinita, sul primo gradino della scala; poi, con una violenta reazione, rammentai che proprio in quel punto, pi d'un mese prima, nelle tenebre della notte ed egualmente curva sotto il peso di cattivi pensieri, avevo veduto lo spettro della pi orribile delle donne. Allora mi rianimai: fini di salire i gradini del primo piano, e mi diressi, in preda ad uno strano turbamento, verso la sala di studio, dove erano delle cose mie che desideravo prendere. Apri la porta: in un baleno, una volta ancora, gli occhi mi si aprirono. Vacillai davanti allo spettacolo che m'accolse, ma per riprendermi immediatamente.
Seduta alla mia tavola, nella chiara luce pomeridiana, vidi una persona che, senza la precedente esperienza, avrei presa per una domestica, lasciata a custodia della casa, la quale avesse approfittato della mancanza cos rara di sorveglianza, e della carta e delle penne della sala di studio, per dedicarsi al notevole sforzo di scrivere una lettera all'innamorato. V'era dello sforzo nel modo con cui le sue mani, con una evidente stanchezza, sopportavano la testa china, mentre le braccia s'appoggiavano sulla tavola. Ma, mentre facevo questa osservazione, m'ero gi resa conto del fatto singolare che la mia entrata non ne modificava per nulla l'atteggiamento. Un momento dopo, dallo stesso movimento che fece per cambiar di posizione, emerse la sua identit. Ella si alz, non come se mi avesse sentita, ma con una grande indescrivibile malinconia, fatta d'indifferenza e di distacco, e, a una dozzina di passi da me, stette l, in piedi, diritta, essa, la vile signorina Jessel. Tragica e disonorata, ella era tutt'intera davanti a me. Ma mentre la fissavo e ne assicuravo l'imagine nella memoria, la repugnante apparizione scomparve. Cupa come la notte nella veste nera, nella dannata bellezza e nell'indicibile dolore, m'aveva guardata abbastanza, perch sembrasse dirmi che il suo diritto di sedersi alla mia tavola valeva il mio di sedermi alla sua. Fremetti veramente d'orrore, durante quegli istanti, improvvisamente invasa dal sentimento che l'intrusa ero io. In una protesta appassionata, me le ero rivolta direttamente: "O terribile e miserabile donna!" m'ero sentita gridare, e la voce, attraverso la porta aperta, era andata ad echeggiare lungo il corridoio e nella casa deserta. Ella mi guard, come se m'avesse veduta; ma mi ero ripresa e l'atmosfera si rischiarava. Un minuto dopo, nella camera, v'erano solo raggi di sole e la convinzione che dovevo restare.
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Capitolo 16.
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Ero cos sicura che il ritorno degli altri sarebbe stato accompagnato da una domanda di spiegazioni, che provai un nuovo turbamento, non trovando in loro che discrezione e mutismo, a proposito della mia assenza. Anzi che opprimermi allegramente e carezzarmi, non allusero affatto alla mia diserzione, e, per il momento, non ebbi da far altro, accorgendomi ch'essa pure non diceva nulla, che dedicarmi allo studio del viso della signora Grose. Ed il risultato di questo studio mi dette la convinzione che, in un modo o nell'altro, l'avevano persuasa a serbare il silenzio, silenzio che ero decisissima a rompere al nostro primo colloquio particolare. Quest'occasione si present prima dell'ora del t. Feci in modo d'afferrare la signora Grose per cinque minuti nella stanza che le era riserbata, dove, nel crepuscolo e nell'odore di pane caldo, ma con tutto ben in ordine attorno a s, la trovai seduta davanti al fuoco, in una tranquilla malinconia. E cos la vedo, cos meglio la vedo: seduta tutta rigida sulla sedia, guardando la fiamma, che illumina la stanza semioscura e ben cerata, una buona grassa imagine di cose bene ordinate, d'armadi chiusi a chiave, di riposo ineluttabile e obbligatorio.
S, m'han pregato di non dir nulla, e, per far loro piacere, mentre erano presenti, ho naturalmente promesso. Ma che cosa v' accaduto?
Non potevo far con voi che la passeggiata: dovevo ritornare per ricevere un'amica.
Ella si stup.
Voi, un'amica?
Ma s, ne ho un paio. E mi misi a ridere.
Ma i ragazzi non v'hanno detto una ragione?
Perch non facessi allusioni alla vostra assenza? S. Mi hanno detto che lo preferivate. Lo preferite?
L'espressione del mio viso le aveva fatto pena.
No. Mi dispiace. Un momento dopo soggiunsi: Vi hanno detto perch lo preferissi?
No. Il signorino Miles ha detto soltanto: "Non bisogna fare che quello che le piace".
Vorrei che si uniformasse veramente a questo consiglio! E Flora, che ha detto?
La signorina Flora  troppo gentile! Ha detto soltanto: "Sicuro, sicuro", e l'ho detto anch'io.
Pensai per un momento.
Anche voi siete stata troppo gentile. Mi pare di sentirvi tutt'e tre. Finalmente, tutto  detto, tra Miles e me.
Tutto? Che meraviglia nella mia compagna! Ma che cosa, signorina?
Tutto! Ma poco importa! So quello che debbo fare. Mia cara, continuai, sono ritornata a casa per parlare con la signorina Jessel.
Avevo preso l'abitudine di non introdurre questo nome nella conversazione senza esser prima ben sicura della signora Grose; cos che, ora, ella strinse coraggiosamente gli occhi, al segnale terribile dato dalle mie parole; ma potei tenerla in uno stato relativamente calmo.
Parlare? Volete dire che ha parlato?
Su per gi  lo stesso. L'ho trovata, al mio ritorno, nella sala di studio.
E che ha detto?
Sento ancora la brava donna, l'accento del suo candido stupore.
Che soffre i tormenti...
A questa frase, ella ricostru tutta la scena, e illivid.
Volete dire, mormor, i tormenti delle anime dannate?
Delle anime dannate: perdute. E per farglieli condividere, s, per questo...
A mia volta, mi manc la voce per l'orrore. La mia compagna, dotata di minore imaginazione, mi sostenne:
Per farglieli condividere?...
Ella vuol Flora.
La signora Grose, a queste parole, mi sarebbe scappata, se non me lo fossi aspettato. Ma la tenni sul posto, provandole la mia previsione.
Come vi ho detto, questo importa poco.
Perch voi avete prese le vostre decisioni? Quali?
Sono pronta a tutto.
Che cosa intendete per "tutto"?
Ma, far venire lo zio.
Ah! signorina, fatelo, per piet! esclam la mia amica.
Lo far, s, lo far.  la mia unica ncora di salvezza. Dianzi vi ho dichiarato: tutto  detto tra Miles e me. Orbene! dopo la conversazione che abbiamo avuta, se Miles crede che io abbia paura a far venire suo zio, e ha delle idee sul vantaggio che ne trarrebbe, vedr che si sbaglia. S, s, suo zio udr dalla mia bocca, proprio qui (davanti al bambino, se sar necessario) che, se ha rimproveri da rivolgermi per non essermi preoccupata della questione di un nuovo collegio...
S, signorina... e allora? insist la mia compagna.
Ebbene!  per quell'orribile ragione.
Ve n'erano tante ormai di quelle orribili ragioni, che la mia compagna era scusabile d'essere incerta.
Ma quale?
Quella lettera del collegio!
La farete vedere al signore?
Avrei dovuto farlo subito.
Oh no! esclam la signora Grose, decisa.
Gli esporr, continuai, inesorabile, che mi  impossibile occuparmi di questa questione, trattandosi di un ragazzo scacciato...
Per motivi che non sappiamo, dichiar la signora Grose.
Per cattiva condotta. Altrimenti, per qual motivo? posto che  cos d'ingegno, attraente ed educato?  forse stupido? Ha cattive maniere?  ammalato? Ha brutto carattere?  delizioso. Non pu dunque essere che quello. E ci illumina tutto. In fondo, la colpa  del loro zio. Se riteneva opportuno lasciare qui gente di quel genere...
Veramente, egli non li conosceva affatto: la colpa  mia!	Ella era diventata pallidissima.
Non dovrete soffrirne, risposi.
E anche i bambini, replic ella, solennemente.
Io tacqui. Ci guardammo. Poi ripresi:
Allora, che cosa bisogna dire?
Voi non dovrete dirgli nulla: parler io.
Pesai tra me il valore di questa risposta.
Volete dire che gli scriverete? Poi, ricordandomi la sua ignoranza, riacchiappai la frase: Come comunicate con lui?
Mi rivolgo al fattore. E questi scrive.
Vi piacerebbe molto fargli scrivere la nostra storia?
Nella mia domanda v'era pi sarcasmo che non volessi: un momento dopo ella scoppiava in singhiozzi incoerenti. Aveva ancora gli occhi pieni di lacrime, quando mi disse:
Ah! signorina, scrivete voi!
Va bene! Questa notte! risposi, finalmente.
E con questo ci separammo.
...
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Capitolo 17.
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Quella sera andai tanto oltre, che osai cominciare la lettera. Il tempo era cambiato, soffiava un gran vento, e sotto la lampada, in camera mia, con Flora tranquillamente addormentata accanto a me, rimasi a lungo seduta davanti ad una pagina bianca, ascoltando cadere la pioggia e urlare le ventate. Finalmente, usci con un candeliere in mano: attraversai il corridoio, ed ascoltai un momento alla porta di Miles. La mia incessante osservazione mi spingeva a cercare d'udire un segno qualsiasi, che mi provasse che era ancora desto, e d'un tratto, ne sopravvenne uno, ma non sotto la forma che mi aspettavo. La sua voce risuon argentina:
Oh! voi laggi, entrate.
Che allegria, in pieno dramma! Entrai con la candela e lo trovai in letto, completamente sveglio, e tuttavia perfettamente tranquillo:
Ebbene, che vi capita? mi chiese, con quella grazia familiare, che mi fece di colpo pensare che la signora Grose avrebbe penato assai per vedervi una prova che tra noi "tutto" era stato detto.
Ero in piedi, davanti a lui, col candeliere in mano.
Come avete fatto a sapere ch'ero l?
Ma vi ho sentita, naturalmente. Pensate forse di non far rumore? Sembrava che passasse uno squadrone! e si mise a ridere, deliziosamente.
Allora, non dormivate.
No. Resto sveglio e penso.
Avevo posato volutamente il candeliere un po' lontano; poi, tenendomi egli la mano nella sua manina amichevole, sedetti sulla sponda del letto.
A che cosa pensate?
E a chi mai, cara, se non a voi?
Ma l'orgoglio che mi d il vostro giudizio, non pretende affatto questo. Preferirei molto sapervi addormentato!
Ebbene, penso anche al nostro strano discorso.
Notai la freschezza dell'energica manina.
A quale strana faccenda, Miles?
Al modo con cui mi allevate, e tutto il resto.
Stette per mancarmi il respiro, e tuttavia la tremolante luce della candela mi mostrava il ragazzo sorridente, nel cavo del guanciale.
Che cosa volete dire con tutto il resto?
Oh! voi sapete, sapete!
Per un minuto non potei dir nulla, bench sentissi, mentre ne tenevo la mano e i nostri occhi s'incrociavano, che il mio silenzio aveva proprio l'aria di ammettere la verit di quanto aveva detto, e che nulla, nel mondo delle realt, era forse in quell'ora pi favoloso delle nostre presenti relazioni.
Ma ritornerete certamente in collegio, dissi, se  questo che vi tormenta; ma non nel vecchio bisogner trovarne un altro, uno migliore. Come potevo mai imaginarmi che questo vi tormentasse, se non me l'avete mai detto, se non me ne avete mai parlato? Il sereno volto attento, incorniciato di bianco immacolato, lo rendeva in quel momento cos pietoso come un cogitabondo piccolo ammalato di un ospedale per bambini: e quando questa similitudine mi venne allo spirito, pensavo che avrei dato volontieri tutto ci che possedevo, per essere davvero l'infermiera o la suora di carit che l'avrebbe aiutato a guarire. Via! forse arriver egualmente a qualcosa! Sapete benissimo che non mi avete mai detto una parola attorno alla vostra scuola! Voglio dire la vecchia; non me ne avete mai parlato, per nessuna ragione.
Parve stupirsene, pensosamente, e sorrise di nuovo, con la consueta gentilezza. Voleva, evidentemente, acquistar tempo. Aspettava, sperava d'esser guidato.
Non ne ho proprio mai parlato?
No, non stava a me aiutarlo, ora; stava a colui che aveva incontrato. Qualche cosa, nel suo tono e nella espressione del volto, mentre ascoltavo, m'aveva trafitto il cuore d'una nuova sofferenza; era commovente in un modo indicibile lo spettacolo del suo piccolo cervello tormentato, e la ricerca di tutti i mezzucci per recitare, sotto la costrizione del sortilegio che gli pesava sopra, una parte d'innocenza e di logica.
Ma no, mai. Dal momento in cui siete giunto, non avete mai pronunciato il nome di un maestro, di un compagno, mai raccontata la pi piccola cosa che vi sia accaduta in collegio. Mai, mio piccolo Miles; non mi avete mai dato la pi lieve indicazione su qualche cosa che vi sia potuto accadere. Potete dunque imaginare la mia ignoranza in proposito. Prima della confidenza di stamane, non vi ho mai sentito fare la pi piccola allusione ad alcun avvenimento della vostra esistenza, precedente il vostro arrivo qui. Sembravate accettare cos perfettamente il presente!
Era straordinario come la mia convinzione assoluta della sua segreta precocit lo rendesse, ai miei occhi, in grado come una persona grande di comprendermi, bench un'ombra leggera, diffusa sul volto, ne rivelasse l'intimo turbamento. Quella segreta precocit, o che altro fosse che cos chiamavo, e che altro non era, a dire il vero, se non il suo avvelenamento per opera d'un'influenza che non osavo nominare che a met, mi obbligava a trattarlo come un eguale, e un eguale intelligente.
Pensavo che preferiste che le cose restassero cos, continuai.
Mi parve vederlo arrossire, leggerissimamente. Ad ogni modo, scosse languidamente la testa, come un convalescente stanco.
Ma no, ma no: ho desiderio d'andarmene.
Ne avete assai di Bly?
Oh no! Mi piace Bly.
Allora...
Oh! voi sapete bene che cosa ci vuole per un ragazzo!
Senti che non lo sapevo bene come Miles, e mi rifugiai, provvisoriamente, al riparo di questa domanda:
Desiderate andare dallo zio?
A queste parole scosse ancora la testa sul guanciale, col soave visino sempre ironico.
Ah! non ve la caverete cos!
Rimasi in silenzio, e credo che allora cambiai io di colore.
Mio caro, non ho nessun desiderio di cavarmela!
Non lo potete, anche se lo desiderate. Non lo potete, non lo potete!
Egli giaceva sul letto, bellissimo, meditabondo.
Lo zio deve venire, e voi dovete tutto definire con lui.
Se si facesse questo, replicai con una certa audacia, state certo che vi porterebbero via di qui.
Ebbene, non capite che voglio precisamente questo? Sarete obbligata a dirgli in che modo avete tutto abbandonato, dovrete dirgli molte cose.
Il suo accento di trionfo, nel pronunciare queste parole, era tale che mi spinse a fargli dire di pi:
E voi, Miles, quante cose non avrete da raccontargli? Avr certe cose da chiedervi!
Ci lo fece riflettere.
 probabile. Ma quali cose?
Le cose che non m'avete mai dette. Perch sappia che debba fare di voi. Non vi pu rimandare dove...
Io non desidero ritornarci, interruppe. Voglio vedere luoghi nuovi.
Parlava con una serenit perfetta, con un'allegria sincera ed impeccabile. E ci evoc per me, nel modo pi commovente, la tragedia infantile fuor di natura, che sarebbe stata il suo probabile ritorno a casa, dopo tre mesi d'assenza, riportandovi tutta la sua millanteria e pi disonore ancora. Traboccante, oppressa, sentivo ormai che non avrei potuto sopportarlo, e non potei contenermi. Mi gettai su lui, e l'abbracciai con tutta la tenerezza della mia piet:
Mio caro, mio caro piccolo Miles!
Il mio volto toccava il suo, egli permetteva che lo baciassi, prendendo la cosa molto semplicemente, con indulgente buon umore.
E allora, mia vecchia signora?
Non c' nulla, proprio nulla che non abbiate desiderio di dirmi?
Si volt un po' verso il muro, alzando la mano per guardarla, come si fa fare ai bimbi ammalati.
Ve l'ho detto, ve l'ho detto stamane.
Come soffrivo per lui!
Che desiderate soltanto che non vi secchi?
Mi guard come qualcuno che si veda finalmente compreso; poi, nel modo pi soave possibile:
Che mi lasciate solo, replic.
Vi metteva financo una strana piccola dignit, qualcosa che mi costrinse a levarmi, e nondimeno, quando fui in piedi, mi trattenne ancora vicino a s. Lo sa Iddio se io volevo tormentarlo; ma sentivo che voltargli le spalle, dopo quella breve frase, voleva dire abbandonarlo, o, pi esattamente, perderlo.
Ho incominciato ora una lettera per vostro zio, dissi.
Ebbene, ormai finitela.
Aspettai un minuto.
Che era successo prima?
Lev gli occhi a me:
Prima?
Prima del vostro ritorno. E anche prima della partenza.
Rimase per un po' di tempo in silenzio, senza lasciarmi con gli occhi.
Che era successo?
L'intonazione di queste parole, in cui mi parve per la prima volta riconoscere il debole, l'esiguo palpito d'una coscienza rinascente, mi commosse a tal punto che caddi a ginocchi accanto al letto, giocando l'ultima carta per riprenderlo per sempre:
Caro piccolo Miles, caro piccolo Miles, se sapeste come desidero aiutarvi? Ma questo, questo solo, e preferirei morire che darvi pena, o farvi torto, preferirei morire piuttosto che toccare un capello della vostra testa senza il vostro consenso. Caro piccolo Miles, s, mi avanzai sino l, anche s'era un andar troppo lontana, voglio, questo voglio, che mi aiutiate a salvarvi!
Ma, un momento dopo, sapevo d'esser andata troppo oltre. Ricevetti istantaneamente una risposta al mio appello, ma venne sotto la forma di una ventata formidabile, d'un soffio d'aria gelata e d'una scossa di tutta la camera, come se, cedendo al vento selvaggio, la finestra si fosse spalancata.
Il bambino lanci un gran grido acuto, che, perduto in mezzo a quel fracasso, poteva passare indistintamente, bench gli fossi vicinissima, tanto per un'esclamazione di giubilo che di terrore. Saltai in piedi e mi trovai nell'oscurit. Restammo cos per un momento, mentre lanciavo sguardi, tutta smarrita, attorno a me: vidi allora che le tende tirate erano immobili e la finestra chiusa.
Ma la candela  spenta! esclamai.
L'ho spenta io, cara, disse Miles.
...
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Capitolo 18.
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Il giorno dopo, terminate le lezioni, la signora Grose trov un momento per venirmi a chiedere sottovoce:
Avete scritto, signorina?
S, ho scritto.
Ma, per il momento, non aggiunsi che avevo ancora in tasca la lettera, con l'indirizzo e gi chiusa. Avevo del tempo davanti a me, prima che il postino venisse a prendere il corriere. Inoltre, i miei allievi non erano mai stati pi savii, pi zelanti di quella mattina. Era esattamente come se tutt'e due si prendessero a cuore di cancellare le tracce d'un recente dissidio. Compievano sforzi aritmetici, volando molto al di sopra della mia umile sfera, e perpetravano, pi allegramente che mai, le loro farse storiche e geografiche. Miles, particolarmente, ben inteso, sembrava volesse dimostrarmi come mi poteva facilmente superare. Nei miei ricordi, questo fanciullo vive veramente in un'atmosfera di bellezza e di miseria, che nessuna parola saprebbe tradurre: una distinzione che gli era propria si rivelava in ciascuna delle sue iniziative. Mai piccola creatura umana, che appariva tutta franchezza e libert agli occhi male informati, non fu, in fondo, un pi straordinario ed ingegnoso piccolo gentiluomo. Dovevo perpetuamente stare in guardia contro la meraviglia di contemplarlo, cui mi trascinava la mia visione d'iniziata; dovevo sospendere lo sguardo distratto e il sospiro scoraggiato con i quali, costantemente e successivamente, attaccavo ed abbandonavo l'enigma di sapere che cosa avesse potuto fare un piccolo gentiluomo per meritare una tale punizione. Potevo dirmi che in virt del cupo prodigio di cui possedevo il segreto, l'imaginazione del male tutto intero gli era stata rivelata: la giustizia tuttavia soffriva, nel mio intimo, di non aver la prova che un atto positivo potesse essere stato commesso.
Ad ogni modo, non si era mai dimostrato cos gentiluomo come nel pomeriggio spaventoso in cui, dopo il pranzo presto finito, mi si avvicin e mi chiese se desideravo che mi facesse un po' di musica. Davide, suonante l'arpa per Saul, non aveva dimostrato un pi giusto senso dell'opportunit. Era realmente una deliziosa manifestazione di tatto, di magnanimit, una corrispondenza esatta del discorso che avrebbe potuto rivolgermi: "I veri cavalieri, dei quali ci piace leggere la storia, non spingono mai troppo oltre i loro vantaggi. So che cosa volete dire: volete dire che, per la vostra pace personale e per non essere annoiata, smetterete di tormentarmi e di spiarmi, non mi terrete pi sempre vicino, mi lascerete andare e venire; cos io vengo, come vedete, ma non me ne vado. Verr tempo anche per questo. Trovo veramente un gran piacere ad essere in vostra compagnia, e volevo soltanto mostrarvi che lottavo per il principio". Si pu imaginare se resistessi a questo appello, se facessi a meno d'accompagnarlo, la mano nella mano, nella sala di studio. Sedette al vecchio pianoforte, e suon come non aveva mai suonato. Se alcuno pensa che sarebbe stato meglio fosse andato a dar pedate alla palla al calcio, debbo convenire che sono perfettamente della medesima opinione. Perch in capo ad un certo tempo, che non posso valutare, poich avevo, sotto la sua sottile influenza, perduto ogni nozione di misura, mi scossi di colpo con la strana sensazione d'essermi letteralmente addormentata al mio posto. Questo accadeva dopo il desinare di mezzogiorno, accanto al caminetto della sala di studio, e nondimeno non avevo affatto dormito, nel senso vero della parola; avevo per fatto ancor peggio: m'ero dimenticata. Dove s'era ficcata Flora, durante tutto quel tempo? Quando rivolsi la domanda a Miles, egli continu a suonare per un minuto, prima di rispondermi; poi non pot dirmi altro
Ma cara, come potrei saperlo? abbandonandosi quindi a un riso tutto felice, che immediatamente dopo prolung in una canzone fantastica ed incoerente.
Andai dritta in camera: Flora non c'era. Prima di scendere, andai a vedere in parecchie altre. Poich non v'era, doveva essere con la signora Grose, alla ricerca della quale mi mise. La trovai allo stesso posto della sera innanzi, ma ella non present alle mie domande che una ignoranza totale e stupefatta. Credeva che avessi portati via con me i due bambini dopo il pasto, ed aveva assolutamente ragione, perch era proprio la prima volta che permettevo alla bambina d'allontanarsi dalla mia vista, senza una ragione particolare. Poteva essere andata a trovare le cameriere: la prima cosa da farsi, dunque, era di cercarla, senza dimostrarsi inquiete. Il che venne rapidamente deciso, tra noi; ma quando, dieci minuti dopo, secondo quanto si era stabilito, ci ritrovammo nell'atrio, non potemmo reciprocamente riferirci se non che non s'era trovata traccia alcuna di lei. Ivi, per un minuto, e fuori d'ogni osservazione, confrontammo silenziosamente i reciproci timori, e la mia amica mi rese allora con un interesse considerevole, la somma d'inquietudini, delle quali per prima l'avevo colmata.
Deve essere lass, disse, dopo un certo tempo, in una camera nella quale non avete guardato.
No: essa  lontano. Ora, avevo compreso.  uscita.
La signora Grose non si riaveva.
Senza cappello?
Lo sguardo che le detti era pieno di sottintesi.
Quella donna non  sempre a testa scoperta?
Flora  con quella?
Flora  con quella, dichiarai. Bisogna trovarle.
L'avevo presa per il braccio, ma davanti a questo aspetto della questione trascur di rispondere alla mia stretta: al contrario, in piedi ed immobile, il malessere la possedeva tutta intera.
E dov' il signorino Miles?
Oh! lui  con Quint. Saranno nella sala di studio!
Dio mio, signorina!
Mi resi conto che mai la mia visione, e, per conseguenza, suppongo, la mia voce, aveva raggiunto ancora un tal grado di sicurezza.
La commedia  stata ben recitata, continuai; hanno ben eseguito il loro piano. Egli ha trovato il pi divino dei mezzucci per farmi star tranquilla, mentre ella scappava.
Divino? ripet come un'eco la signora Grose, sbalordita.
Infernale, se preferite, replicai, quasi allegramente. Se n' scappato come lei. Ma venite.
Ella lanci uno sguardo disperato verso il piano superiore.
Lo lasciate...
Tanto tempo con Quint? S, non me ne importa, ormai.
In simili momenti, ella finiva sempre col prendermi la mano, e in questo modo riusc anche questa volta a trattenermi accanto a s.
Muta di stupore davanti alla mia subitanea rassegnazione, solo un poco dopo ella pot chiedermi con una voce appassionata:
Perch "gli" avete scritto?
Per tutta risposta, mi tastai rapidamente in tasca, ne trassi la lettera, glie la mostrai, poi liberandomi dalla sua stretta, andai a deporla sulla grande tavola dell'atrio.
Luca la prender, dissi, ritornando.
Andai verso la porta d'entrata, l'apri: avevo gi il piede sul primo gradino. La mia compagna restava indietro: l'uragano della notte, le prime ore del mattino erano passati, ma il pomeriggio era umido e scuro. Avevo raggiunto il viale, ed ella era ancora sulla soglia.
Uscite senza coprirvi?
Che me ne importa, dato che anche la piccina non si  coperta? Non posso perder tempo ad abbigliarmi, esclamai, e se volete farlo, io vi lascio. Potrete occuparvi lass.
Con loro?...
Oh! allora la povera donna mi raggiunse subito.
...
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Capitolo 19.
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Andammo diritte al lago, come si diceva a Bly, e con ragione, forse, bench non sia da escludere che quello specchio d'acqua, fosse, insomma, meno notevole di quel che supponevano i miei occhi ignoranti. Io avevo pochissima esperienza degli specchi d'acqua, e lo stagno di Bly, ad ogni modo, m'aveva sempre colpita per la distesa e l'agitazione delle acque, tutte le volte che avevo acconsentito, sotto la protezione dei miei allievi, a percorrerlo nella vecchia barca dal fondo piatto, legata alla sponda per nostro uso. Il punto solito in cui ci imbarcavamo era a un buon mezzo miglio dalla casa, ma il mio intimo convincimento mi diceva che Flora, quale si fosse la direzione che aveva preso, era certamente lontana. Ella non era fuggita per una meschina avventuretta, e dopo il giorno nel quale avevo corso un'avventura assai considerevole con lei, vicino allo stagno, avevo notato, durante le nostre passeggiate, il lato verso il quale era sospinta dalla sua inclinazione. Questo  il motivo per cui dirigevo i passi della signora Grose in una direzione cos precisa, direzione verso la quale, quando se ne accorse, oppose una resistenza, che mi prov una volta ancora che ella non comprendeva a che volessi giungere.
Andate verso lo stagno, signorina? Credete vi sia caduta?...
Potrebbe anche darsi, bench la profondit non credo sia molta, in nessun punto. Mi sembra pi verosimile, invece, che si trovi nel luogo in cui, l'altro giorno, abbiamo veduto insieme quello che v'ho raccontato.
Quando essa pretese di non aver visto?...
Con quale straordinaria padronanza di se stessa! Sono sempre stata convinta che desiderasse ritornarci da sola, e il fratello le ha facilitato l'impresa.
La signora Grose non si moveva dal punto in cui s'era fermata.
Potevo, in proposito, rispondere con sicurezza.
Si dicono cose che, se potessimo udirle, ci farebbero semplicemente rabbrividire.
E se Flora  l?
S?
Allora, c' la signorina Jessel?
Senza dubbio, vedrete.
Oh! tante grazie! esclam la mia amica, talmente radicata al suolo che, rinunciando a strapparvela, continuai il cammino senza aspettarla.
Ma quando raggiunsi lo stagno, vi giungeva anche lei, vicinissima a me, e compresi come, malgrado l'apprensione che la teneva per il pericolo che potevo correre, il rischio al quale si esponeva non abbandonandomi le sembrava ancora un pericolo minore. Ella emise un sospiro di sollievo quando, finalmente, avendo abbracciato con lo sguardo la maggior parte dello stagno, non scorgemmo da nessuna parte la bambina. Nessuna traccia di Flora sulla sponda pi vicina, laddove mi aveva fornito l'occasione della mia pi attanagliante osservazione; n sull'altra sponda, dove, eccezion fatta per uno spazio di una ventina di metri, folti cespugli scendevano sin nell'acqua. Quella estremit del lago, di forma oblunga, era cos stretta in rapporto alla lunghezza che, non scorgendo i due limiti, si sarebbe potuto credere che ivi fosse un fiumicello. Guardammo quello spazio deserto, e senti venirmi un'ispirazione dagli occhi della mia amica. Compresi, ma scossi la testa:
No, no, aspettate: ha preso la barca.
La mia compagna lanci uno sguardo meravigliato al posto, in verit deserto, in cui di solito veniva attaccata la vecchia barca. Poi guard nuovamente il lago.
Dove sar mai?
La prova pi manifesta che l'ha presa sta nel fatto che non la vediamo: l'ha presa per attraversare, e poi  riuscita a nasconderla.
Quella bambina?... da sola?
Ella non  sola, e, in quei momenti, non  una bambina:  una vecchia, una vecchia donna.
Ispezionai tutta la sponda allora visibile, mentre la signora Grose faceva di nuovo uno degli abituali tuffi di sottomissione nell'elemento strano che le presentavo. Suggeri che la barca poteva essere stata riparata in un angolo nascosto dello stagno, in una rientranza celata, nel lato in cui eravamo, dalla proiezione della sponda, e da un gruppo d'alberi che si elevava vicinissimo all'acqua.
Ma se la barca  laggi, dove pu essere lei, per amor di Dio? mi chiese ansiosamente quella povera donna.
 proprio quello che dobbiamo sapere.
E mi rimisi in cammino.
Volete fare tutto il giro?
Certamente, per quanto possa essere lungo. Del resto, non ci porter via pi di dieci minuti; ma alla bambina pu esser sembrato lontano tanto da farle preferire di non camminare. Ella ha attraversato in linea retta.
Perdinci! esclam nuovamente l'amica: la spietata catena della mia logica le sembrava troppo dura.
Nondimeno, continuai a trascinarmela dietro, e, quando fummo a mezzo cammino dalla meta, l'impresa era faticosa, non potevamo camminare in linea retta su quel terreno disuguale, ingombro di cespugli, mi fermai per lasciarle riprender fiato. Le offri l'appoggio di un braccio riconoscente, ripetendole che mi sarebbe stata di grande aiuto; e ci ci fece rimettere cos bene in cammino che, in capo ad alcuni minuti, raggiungemmo un punto ove scoprimmo la barca, proprio nel luogo in cui avevo supposto potesse essere. Era stata messa, con intenzione, il pi possibile fuor di vista, ed era legata ad un piolo d'una cancellata che toccava giusto la riva dell'acqua, cosa che aveva facilitato lo sbarco. Apprezzai lo sforzo prodigioso fatto dalla bambina, osservando i remi, pesanti e corti, che aveva accuratamente tratti dall'acqua. Ma a quell'ora avevo, gi da troppo tempo, vissuto tra i prodigi, e il cuore m'era palpitato per troppo vivi allarmi: la cancellata aveva una porta, attraverso la quale passammo, e, subito dopo, ci trovammo in aperta campagna. Allora:
Eccola! esclamammo contemporaneamente.
Flora, poco lungi da noi, stava in piedi, sull'erba, e sorrideva, come se la sua impresa fosse ormai compiuta. La prima cosa che fece, tuttavia, fu di chinarsi a cogliere, proprio come se non fosse venuta per altro, un brutto lungo tralcio d'elce appassita. Compresi immediatamente che usciva dal boschetto. Mi aspett, senza muovere un passo, e mi resi conto della strana solennit con la quale ci avvicinavamo a lei. Ella continuava a sorridere; la raggiungemmo; ma tutto questo avvenne in un silenzio, diventato francamente tragico. La signora Grose, per prima, ruppe l'incanto: si gitt a ginocchi e, attirando la fanciulla, strinse in un lungo abbraccio quella tenera figurina obbediente. Mentre quella muta convulsione durava, non potevo che osservarla, e lo feci tanto pi intensamente in quanto vidi il volto di Flora girato verso di me, al di sopra della spalla della nostra compagna: era diventato serio, il sorriso l'aveva lasciato, e ci rese pi amara l'angoscia con la quale, in quel momento, invidiavo la semplicit di spirito che la signora Grose poneva nei loro rapporti. E non accadde altro, se non che Flora lasci cadere il grosso tralcio di felce. Tra lei e me, si era virtualmente detto che ormai ogni infingimento era inutile. Quando, finalmente, la signora Grose si rialz, tenne la mano della fanciulla nella sua: le avevo entrambe davanti, e la singolare reticenza della nostra riunione era tanto pi sottolineata dal franco sguardo che mi diresse:
Mi lascerei impiccare, dice ella, piuttosto di parlare!
Flora, allora, osservandomi dalla testa ai piedi con un candido stupore, apr il fuoco.
Dove sono le vostre cose?
Dove son le vostre, cara! replicai, prontamente.
Era gi ritornata allegra, e quella le parve una risposta sufficiente.
E Miles dov'? continu.
In quella energia infantile v'era qualche cosa che mi fin. Quelle parole, uscite dalla sua bocca, furono, per un lampo, la scintilla d'una lama tratta dal fodero, il traboccamento di quella coppa che, da settimane, tenevo alzata con la mano, incoronata, e che ora, prima ancor che avessi parlato, sentivo traboccare come un diluvio.
Ve lo dir se mi dite... mi sento pronunciare queste parole e, in sguito, il balbetto in cui si spezzarono.
Che cosa?
L'angoscia della signora Grose mi colp; ma era ormai troppo tardi, e domandai garbatamente:
Dov', amor mio, la signorina Jessel?
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Capitolo 20.
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Proprio come nel cimitero con Miles, eravamo ora con le spalle al muro. Bench prevedessi l'effetto che avrebbe prodotto quel nome, che non era mai stato pronunciato tra noi, la sbita espressione di rabbia ferita che allora assunse il volto della fanciulla fece, per cos dire, rassomigliare la mia brusca interruzione del silenzio ad un fracasso di vetri rotti. Il quale venne ad aggiungersi al grido che la signora Grose, atterrita dalla mia violenza, lanci, come per interporsi tra noi e attenuare il colpo che davo. Era quello di una creatura sconvolta, o, piuttosto ferita, e, alcuni secondi dopo, a mia volta, facevo sentire un gemito sordo. Afferrai l'amica per un braccio:
Essa  l, essa  l!
La signorina Jessel stava in piedi sulla sponda opposta, esattamente come l'altra volta. Cosa strana! ricordo che il primo sentimento che la sua vista suscit in me fu un fremito di gioia per aver finalmente raggiunto una prova. Essa era l: ero dunque giustificata; essa era l, non ero dunque n crudele n pazza. Essa era l: la povera signora Grose, smarrita, si sarebbe convinta; ma, soprattutto, era l per Flora: nessun momento di quel mostruoso periodo della mia vita non fu forse cos straordinario, come quello in cui le rivolgevo positivamente, con la convinzione che, per quanto pallido ed insaziabile dmone ella fosse, lo accoglierebbe, un messaggio inarticolato di gratitudine. Essa si teneva diritta nello stesso luogo che l'amica ed io avevamo appena lasciato, e, su tutto il lungo percorso del suo desiderio, non un atomo della sua malignit falliva lo scopo. Questa prima acutezza di visione e d'emozione non dur che pochi secondi, durante i quali fui colpita dall'espressione degli occhi palpitanti e stupefatti della signora Grose. Vedeva ella finalmente, ella pure, il prodigio che le indicavo ostinatamente col dito? Riportai precipitosamente lo sguardo sulla bambina. La rivelazione del modo con il quale Flora subiva quella prova mi colp, a dire il vero, infinitamente pi che se avessi trovato anche lei semplicemente in preda ad una certa agitazione. Non giungevo, si capisce, sino ad attendermi da parte sua un turbamento rivelatore: il nostro inseguimento l'aveva preparata e messa in guardia, ed ella avrebbe saputo reprimere ogni emozione. Ma io mi senti molto commossa al primo sintomo d'un atteggiamento che non m'aspettavo: vederla, cio, senza che un muscolo le si movesse nel visino roseo, non gi fingere di guardare nella direzione del prodigio che annunciavo, ma volgersi invece verso me con un'espressione di calma e severa gravit, un'espressione assolutamente nuova e senza precedenti, che sembrava leggere in me, accusarmi e giudicarmi; un atteggiamento, in somma, che trasformava in qualche modo la fanciulla stessa in un'imagine di minaccia e di pericolo. La sua calma mi faceva trasecolare, bench fossi in quel momento pi che mai certa che vedeva tutto, che sapeva tutto. Allora, spinta dall'immediata necessit di difendermi, mi appellai appassionatamente alla sua testimonianza:
Essa  l, piccola sventurata, l, l, l, e lo sapete quanto me!
Avevo detto poco tempo prima alla signora Grose che, in quei momenti, ella non era pi una bambina, ma una vecchia, una vecchia donna, e nulla poteva confermare questa dichiarazione in una maniera pi evidente del modo col quale, per tutta risposta, ella assumeva, senza accondiscendere alla minima emozione, un contegno di disapprovazione sempre pi accentuato che, d'un tratto, s'immobilizz totalmente. Io ero allora, se mi  possibile raccogliere le linee disperse di questa scena, pi spaventata da quello che posso propriamente chiamare il suo gioco che da tutto il resto, bench simultaneamente m'accorgessi d'avere ora anche la signora Grose formidabilmente contro. Ad ogni modo, un momento dopo, tutto scompariva per lasciarmi sensibile soltanto al volto infiammato e alla rumorosa protesta scandalizzata della mia vecchia compagna, in cui si manifestava una violenta disapprovazione:
 mai possibile avere una cos orribile disposizione, signorina! Ma dove scorgete la minima cosa?
Non potei che afferrarla bruscamente, perch nel tempo stesso che parlava, la vile presenza era l, lampante come il giorno e indomabile. Tutto ci aveva gi durato un minuto, e dur mentre continuavo, tenendo ferma la compagna, spingendola verso di lei, presentandogliela, e indicandola col dito:
Non la vedete, come noi la vediamo! dite di no? ancora no? ora? Ma  visibile come un fuoco ardente! Ma guardate, dunque, mia cara, guardate...
Ella guardava, come guardavo io stessa, e con un profondo gemito, che esprimeva la negazione, la ripulsa, la compassione, con la miscela della piet per me e d'un grande sollievo della sua felice cecit, mi dava l'impressione, che anche allora mi commosse profondamente, che mi avrebbe sostenuta se avesse potuto. Avrei avuto un gran bisogno di quell'aiuto, perch, al colpo fatale che mi dava quella prova che i suoi occhi erano chiusi senza speranza alcuna, s'aggiungeva l'impressione del crollo della mia personale situazione: io sentivo, vedevo la livida signorina Jessel, precipitare dalla sua posizione inespugnabile la mia disfatta, e, pi d'ogni altra cosa, lo stupefacente ingenuo atteggiamento di Flora mi fece istantantamente misurare ci che ormai mi aspettava. Ed ecco che la signora Grose, violentemente e completamente, adottava quello stesso atteggiamento, diffondendosi in un torrente di parole rassicuranti ed ansanti, mentre nell'intimo mio, attraverso la coscienza della rovina, spuntava quella del mio prodigioso trionfo personale.
Essa non  l, cara signorina, nessuno  l, e voi non vedete nulla, povera cara. Come potrebbe la povera signorina Jessel... giacch  morta e sotterrata, la povera signorina Jessel? Noi lo sappiamo,  vero, amor mio? E, balbettando, supplicava la bambina. Tutto ci  un errore,  tormento,  scherzo, e ritorneremo a casa al pi presto possibile.
La bambina assent con quella strana rigidezza tutta piena di dignit, e, di nuovo, essendosi la signora Grose rialzata, le vedevo in piedi, unite, a quel che sembrava, contro me, in una offesa opposizione. Flora seguitava a fissarmi, con la sua piccola maschera, senza affetto, e in quel momento pregavo Dio di perdonarmi se mi sembrava di vedere, mentre si teneva stretta al vestito della mia amica, che la sua incomparabile bellezza infantile era improvvisamente svanita, davvero scomparsa: letteralmente, schifosamente rigida, era diventata comune, quasi brutta.
Non so che cosa vogliate dire; non vedo nessuno; non vedo nulla; non ho visto mai niente. Siete crudele, non vi voglio pi bene.
E, dopo questa uscita, che avrebbe potuto star sulla bocca di una impertinente e volgare bambina di strada, si abbracci pi forte alla signora Grose, nascondendo nelle sue gonne l'orribile visino. Da quel rifugio scoppi in un lamento quasi furioso.
Portatemi via, portatemi via! oh! portatemi lontano da lei!
Lontano da me? chiesi, ansante.
Lontano da voi, da voi! grid ella.
La stessa signora Grose parve sconcertata. Per parte mia, non mi restava che rinnovare le comunicazioni con la figura che dalla sponda opposta, senza un movimento, rigidamente attenta come se le nostre voci le giungessero attraverso la distanza che ci separava, assisteva a tutta questa scena, presenza tanto formidabile per presiedere alla mia disfatta quanto lo era poco per mio aiuto. La miserabile bimba aveva parlato esattamente come se attingesse ad una fonte estranea ognuna delle sue parolette pungenti. Cos, disperata per tutto quello che dovevo subire senza poter replicare, mi limitai a scuotere tristemente la testa.
Se avessi avuto mai un dubbio, questo scomparirebbe oggi: ho vissuto a lungo con l'amara verit, e ormai mi stringe da tutte le parti. S, vi perdo; ho voluto agire, e voi avete saputo, sotto la sua direzione, nuovamente affrontai, al di l dello stagno, l'infernale testimone, usare il mezzo facile e perfetto per impedirmelo. Ho fatto del mio meglio, ma vi perdo. Addio! Alla signora Grose rivolsi imperativamente, e quasi fuor di me stessa, un: Andatevene, andatevene! cui ella si sottomise con un'aria di profondo dolore.
Ma, impadronendosi della bambina, silenziosamente e nettamente convinta, a dispetto della propria cecit, che qualche cosa di spaventoso era accaduto, e che un qualche cataclisma ci inghiottiva, si ritir, con tutta la rapidit possibile, seguendo lo stesso sentiero che avevamo preso per venire.
Non ho serbato memoria di tutto ci che accadde, non appena rimasi sola. Ricordo soltanto che, in capo ad un quarto d'ora, forse, una sensazione d'umido odorante e d'asprezza, che penetrava il mio dolore di un brivido ghiacciato, mi fece comprendere che avevo dovuto gettarmi col volto contro terra, abbandonandomi allo smarrimento della sventura. Dovetti restare a lungo prostrata, piangente e gemente, perch quando rialzai la testa il giorno era quasi scomparso. Mi misi in piedi, guardai nel crepuscolo lo stagno grigiastro e le sue cupe sponde stregate, poi ripresi la triste e penosa corsa verso casa. Quando ebbi raggiunto la piccola porta praticata nella cancellata, scopri, con vivo stupore, che la barca non v'era pi, il che m'incit a nuove riflessioni sulla straordinaria presenza di spirito di Flora. La quale pass la notte, per una tacita, e, se l'aggettivo non apparisse cos grottescamente fuori posti, per una felice intesa, con la signora Grose. Non vidi n l'una n l'altra al mio ritorno, ma d'altro lato, per un assai ambiguo compenso, vidi abbondantemente Miles. La sua compagnia mi fu largita in una tale "quantit", non posso usare altro termine, che posso quasi dire ch'essa prese nei nostri rapporti un'importanza mai prima raggiunta. Nessuna delle mie serate di Bly doveva rivestire l'inquietante colore di questa; ma tuttavia, e malgrado anche il profondo abisso di costernazione che s'era aperto sotto i miei piedi, vi fu, letteralmente, nel declino della sera, una soave ed incredibile tristezza. Non mi ero n meno interessata del ragazzo, arrivando a casa: andai diritta in camera, mi cambiai, e con un'occhiata scorsi parecchie testimonianze della mia rottura con Flora. Tutte le sue cose erano state portate via. Un po' pi tardi, la domestica mi port il t nella sala di studio, accanto al fuoco: non feci nessuna indagine a proposito dell'altro allievo. Usasse della sua libert, ormai! L'aveva conquistata. Orbene, l'aveva realmente conquistata. E gli serv, almeno parzialmente, per presentarsi verso le otto, e venire a sedersi silenziosamente accanto a me. Quando il t fu portato via, spensi le candele e tirai la mia poltrona pi vicino al caminetto: ero penetrata da un freddo mortale, e mi sembrava che non mi sarei mai riscaldata. Egli si ferm un momento sulla porta, come per guardarmi: ero seduta accanto al fuoco, immersa nei miei pensieri; quasi volesse condividerli, venne all'altro lato del camino e sedette su una sedia. Restammo seduti, in una immobilit assoluta. Nondimeno, sentivo che desiderava starmi vicino.
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Capitolo 21.
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Prima che nella mia camera fosse ritornato giorno pieno, mi s'aprirono gli occhi sulla signora Grose, che mi portava in letto le peggiori notizie. Flora era in uno stato di febbrilit, che poteva preannunziare una malattia; aveva trascorsa una notte senza riposo, una notte agitata soprattutto dalla paura non dell'antica, ma della presente istitutrice. Ella non protestava contro il possibile ritorno della signorina Jessel sulla scena; ma, chiaramente ed appassionatamente, contro il mio. Fui in piedi di un balzo, e le domande mi s'affollavano sulle labbra; vi si affollavano tanto pi che la mia amica, da quel ch'era facile vedere, s'era cinta le reni in previsione del nostro scontro. Me ne accorsi non appena la interrogai a proposito della sincerit della bambina, in opposizione con la mia.
Insiste a sostenere che non ha visto e non ha mai veduto nessuno?
Evidentemente, il turbamento della mia visitatrice era grande.
Ah! signorina,  un argomento sul quale non posso tirarla. E nondimeno, debbo dirlo, non mi ci vorrebbe molto. Questa storia l'ha veramente invecchiata, dalla testa ai piedi.
Oh! la vedo di qui. Ella  offesa, come lo sarebbe una personcina d'alto lignaggio, per il sospetto sollevato sulla sua sincerit, e, in sostanza, sulla sua onorabilit: "Come, la signorina Jessel, proprio lei!" Ah! come  rispettabile la bambina! Vi assicuro che l'impressione che m'ha fatto ieri sera  stata veramente delle pi strane: superava qualsiasi altra. L'ho toccata sul vivo! Oh, ella non mi rivolger mai pi la parola.
Tante cose repugnanti ed oscure tennero silenziosa per un lungo istante la signora Grose. Ella, poi, abbond nel mio senso, con una franchezza che mi fece presentire che non si sarebbe limitata a quel punto.
Sono d'accordo, infatti, signorina. La piglia cos dall'alto!
E quelle maniere, conclusi, son quelle che ora la sconvolgono.
Oh! quelle maniere! Leggevo sul buon viso della mia visitatrice che v'erano anche molte altre cose, non delle minori.
Mi chiede ogni momento se state per venire.
Capisco, capisco.
Io pure avevo facilmente intuito, e al di l, che ne era.
Da ieri, e tranne per respingere ogni rapporto con un simile orrore, vi ha detto una sola parola sulla signorina Jessel?
No, signorina. E, naturalmente, sapete, soggiunse l'amica, ho creduto a quello che m'ha detto vicino al lago, che in quel luogo e in quel momento almeno non v'era nessuno.
Certamente! e, si capisce, voi credete sempre a quello che vi dice.
Non la contradico. Che posso altro fare?
Assolutamente nulla! Voi avete a che fare con la bambina pi astuta che ci sia. Li hanno portati, parlo dei loro due amici, ad un grado superiore a quello in cui la natura li aveva collocati. Ed era un terreno meraviglioso. Flora ha ora la sua protesta, e se ne servir per conseguire il suo scopo.
S, signorina. Ma che scopo?
Quello di parlar di me allo zio. Ella mi dipinger come la pi vile delle creature!...
Venni meno solo nel vedere, per cos dire, dipingersi la scena sul volto della signora Grose: per un momento, le parve di averli realmente davanti agli occhi.
A lui, che pensa tanto bene di voi?
Ha un modo singolare, ci penso ora, e mi misi a ridere, di provarlo. Ma ci non conta. Flora, si capisce, vuol essere liberata di me.
La mia compagna mi fece valorosamente concorrenza:
Non avervi assolutamente pi davanti agli occhi!
Siete dunque venuta a trovarmi per questo? le domandai. Per sollecitare la mia partenza? Prima che avesse avuto il tempo di rispondermi, per, le detti scacco matto: Io ho un'idea migliore... risultato delle mie riflessioni. La mia partenza sembrerebbe la cosa pi giusta, e, domenica, sono stata molto vicina ad effettuarla. Per, non  cosa da fare. Partirete invece voi: bisogna che portiate Flora via di qui.
La mia visitatrice, a queste parole, trasecol.
E in qual luogo del mondo?...
Lontano di qui. Lontano da loro. Ora, soprattutto, lontano da me. Diritta dallo zio.
Solo per andar a raccontargli sul conto vostro...
No, non "solo" per questo; ma, inoltre, per lasciarmi col mio rimedio.
Ella restava perplessa.
Che  mai questo vostro rimedio?
La vostra lealt, per cominciare; e poi quella di Miles.
Ella mi fiss:
Credete che?...
Che non mi si rivolter contro, presentandoglisi l'occasione? S, lo spero ancora. Ad ogni modo, desidero provarlo. Andatevene con sua sorella al pi presto, e lasciatemi sola con lui.
Ero io stesso stupita delle riserve d'energia che possedevo ancora, e, per questo forse, tanto pi sconcertata dall'esitazione che la signora Grose lasci scorgere, malgrado il brillante mio esempio. Ma ella titubava ancora.
C', si capisce, una condizione indispensabile, continuai. Non debbono assolutamente vedersi prima ch'essa parta.
Mi venne allora allo spirito che, non ostante il probabile isolamento di Flora dopo il ritorno dallo stagno, fosse gi troppo tardi, forse.
Volete dire, domandai con ansia, che si sian gi veduti?
Ella divent tutta rossa.
Ah! signorina, non sono proprio bestia sino a questo punto! Quando sono stata costretta ad abbandonarla, ed  accaduto tre o quattro volte, ho sempre lasciato una cameriera con lei, e, ora, bench sia sola, la porta  chiusa a chiave. Ma... ma...
Ella aveva troppe cose da dire.
Ma... ma che cosa?
Ebbene, siete proprio sicura del signorino?
Non sono sicura di nulla, tranne che di voi; ma da ieri sera mi  nata una nuova speranza. Credo ch'egli cerchi un'occasione. Credo veramente che desideri parlare, povero piccolo omino. Ieri sera, vicino al fuoco e nel silenzio,  rimasto due ore con me, come se stesse per farlo.
La signora Grose, attraverso la finestra, fiss il grigio chiarore del giorno nascente.
E... lo ha fatto?
No. Bench abbia aspettato e aspettato, debbo confessare che la confidenza non venne, e ci baciammo alla fine, augurandoci la buona notte, senza aver rotto il silenzio, n minimamente alluso allo stato della sorella e alla sua assenza. Tuttavia, continuai, se suo zio vede lei, non posso ammettere che ne veda il fratello prima che il ragazzo, soprattutto ora che le cose si sono cos guastate, non abbia avuto un po' pi di tempo per riprendersi.
L'amica opponeva a quest'idea una ripugnanza per me incomprensibile.
Che volete dire per un po' pi di tempo?
Ebbene, un giorno o due, il tempo di portarlo a confessarsi, perch allora sar dalla mia parte, e voi capite l'importanza che pu avere. Se non ne ottengo nulla, avr fallito, semplicemente; e, nel peggior dei casi, mi avrete sempre aiutata, facendo al vostro arrivo in citt tutto quello che potrete a favor mio.
Le presentavo le cose cos, ma ella restava immersa in riflessioni opposte; al punto che dovetti ancora aiutarla a trarsene fuori.
A meno che, conclusi, non preferiate realmente non andarvene.
Vidi, finalmente, il suo volto illuminarsi. Ella mi tese la mano, come per stipulare un impegno.
Partir. Partir questa mattina stessa. Ma volevo mostrare un'imparzialit assoluta.
Se desiderate trattenervi un po', posso impegnarmi a non vederla.
No, no. Essa deve lasciare questo luogo.
Ella mi guard un momento, con uno sguardo greve d'inquietudini, poi sbott fuori:
La vostra  la buona idea, signorina, perch io stessa...
Ebbene?
Non posso restar qui.
Lo sguardo col quale accompagn queste parole mi spinse a conclusioni precipitate.
Volete dire che, da ieri, avete veduto...
Ella scosse degnamente il capo:
Ho sentito...
Sentito?
Dalla bocca di quella bambina... degli orrori! L! Ella emise un tragico sospiro. Sull'onor mio, signorina, dice delle cose...
Ma dopo questa evocazione, non and oltre: con un'esclamazione improvvisa cadde sul divano, e, come gi le avevo visto fare, s'abbandon, vinta dall'angoscia.
Io pure m'abbandonai, ma in un senso tutto diverso.
Sia benedetto Iddio!
Ella si rialz vivamente, gemendo, asciugandosi gli occhi.
Sia benedetto Iddio?
 la mia giustificazione!
 vero, signorina!
Non potevo desiderare un accento pi solenne, e, tuttavia, aspettavo ancora qualche cosa.
 cos orribile?
Vedevo che l'amica non riesciva a formulare il suo pensiero.
Assolutamente sconveniente.
E parlando di me?
S, parlando di voi, signorina. Ve lo dico, perch mi interrogate.  una cosa che supera tutto ci che si pu imaginare, provenendo da una signorina. E mi chiedo dove mai abbia potuto imparare...
Quel linguaggio orribile che usa a mio riguardo? Io posso dirvelo! E lo scoppio di riso in cui usci era sufficientemente significativo. Ma, a dire il vero, rese l'amica ancor pi grave.
Ebbene, forse potrei dirlo anch'io, perch l'ho sentito in altri tempi; nondimeno, non lo posso sopportare, prosegu la povera donna, mentre dava un'occhiata al mio orologio, posto sul tavolino da pettinarsi. Ma bisogna che vada.
La trattenni:
Se non potete sopportarlo!...
Vi chiedete come potr restare presso di lei? Ebbene, proprio per questo: bisogna portarla via... Lontano di qui... prosegu, lontano da loro...
Potr diventare diversa? liberarsi? La incalzavo quasi con gioia. A dispetto della giornata d'ieri, credete?...
A quelle "cose"?
Questo termine semplice, illuminato dall'espressione del suo volto, non chiedeva altri sviluppi, ed ella si arrese interamente, come non aveva ancor fatto:
"Ci credo".
S, ero allegra. Ci sentivamo di nuovo spalla contro spalla. Se m'era dato di continuare l'opera mia, sicura della sua fiducia, poco m'importava di quel che poteva accadere. Ella sarebbe stata il mio sostegno davanti al disastro, come l'era stata in quelle prime ore d'isolamento, in cui avevo bisogno d'una confidente: poich ella rispondeva della mia lealt, per mio conto rispondevo di tutto il resto. Tuttavia, sul punto di congedarmi da lei, mi sentivo un po' imbarazzata.
C' una cosa, ora che ci penso, che non bisogna dimenticare: la mia lettera, quella lettera che dava l'allarme, vi avr preceduta.
Allora pi che mai, m'accorsi come avesse menato il can per l'aia, e la stanchezza estrema che ne provava.
La lettera non mi avr preceduta. Non  mai partita.
Che ne  stato, allora?
Lo sa Iddio! Il signor Miles...
Volete dire che l'ha... presa? ansimai.
Ella esit dapprima, quindi domin la ripugnanza:
Voglio dire che ieri, rientrando con la signorina Flora, ho visto che la lettera non era pi dove l'avevate messa. Nella serata, avendo avuto modo di chiederne a Luca, mi dichiar che non l'aveva n vista n toccata.
Potemmo soltanto scambiare uno sguardo che diceva molte cose, e la signora Grose, per prima, trasse la conclusione del discorso con una interiezione quasi sodisfatta
Vedete!
S, vedo che se Miles l'ha presa, probabilmente l'avr letta e distrutta.
Non vedete nient'altro?
La guardai sorridendo, tristemente.
Mi sembra che ora i vostri occhi siano chiaroveggenti quanto i miei, se non pi.
Lo erano, infatti, ma ella arrossiva quasi, confessandolo.
Ora indovino quello che ha dovuto fare in collegio! e scosse il capo, con un movimento quasi comico nella sua delusione: vi si rivelava tutta la sua perspicace semplicit: Ha rubato!
Ci mi fece riflettere: volli sfoggiare la mia imparzialit:
Ebbene... forse...
La mia calma evidentemente la stupiva:
Ha rubato delle lettere!
Ella non poteva conoscere le ragioni di quella calma, del resto assai superficiale: gliele esposi, dunque, nel modo pi favorevole possibile:
Spero sia stato allora per un risultato pi interessante di quello d'oggi! Ad ogni modo, prosegui, la lettera che avevo ieri deposto sulla tavola non gli avr procurato che un debolissimo vantaggio: conteneva una semplice domanda di colloquio, ed egli deve gi esser confuso d'aver tanto arrischiato per guadagnar cos poco. Quello che ieri sera pesava sul suo spirito era precisamente il bisogno di confessarsene.
Mi parve, per un istante, d'aver dominato la situazione e d'abbracciarla tutta intera.
Lasciateci, lasciateci! le dissi sulla porta, spingendola fuori. Ne trarr quel che voglio. Ceder, confesser. Se confessa  salvo. E se si salva ...
Vi salverete anche voi?
Qui, la cara donna mi baci, e si conged.
Vi salver senza bisogno di lui! mi grid nell'andarsene.
...
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...
Capitolo 22.
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...
Dopo la sua partenza, essa mi manc, subito, la grande prova mi assal. Checch avessi sperato di trarre dalla mia solitudine con Miles, riconobbi presto che ne avrei almeno tratto un punto di paragone. In realt, nessuna ora del mio soggiorno a Bly fu cos carica d'apprensione quanto quella in cui, essendo discesa, seppi che la carrozza che portava via la signora Grose e Flora aveva gi varcato il cancello. Ora, dissi a me stessa, sono faccia a faccia con gli elementi; e, durante una gran parte di quel giorno, mentre lottavo contro la mia debolezza, confessavo a me stessa d'essermi dimostrata molto temeraria. Il campo chiuso mi si restringeva attorno, e la situazione mi sembrava tanto pi minacciosa che, per la prima volta, vedevo su altri volti il riflesso confuso della crisi. Quel che era accaduto diffondeva naturalmente un vivo stupore: nella repentinit della decisione della mia compagna, avevamo potuto spiegare soltanto pochissime cose, per quanta pena ci avessimo messo. Uomini e donne di servizio sembravano stupefatti, e la mia nervosit se ne aggrav di molto, sino al momento in cui compresi la necessit di trarne, al contrario, un aiuto positivo. In una frase: evitai il completo naufragio soltanto aggrappandomi al timone. E divenni quella mattina molto altera e molto rigida, semplicemente per poter sopportare la prova. Coltivai con gioia il sentimento delle mie multiple responsabilit, e lasciai capire che, abbandonata a me stessa, avrei dimostrato una fermezza notevole. Mantenni per un'ora o due questo contegno, andando e tornando attraverso la casa: dovevo aver l'aspetto d'una persona preparata a tutti gli assalti. E cos, a beneficio di tutti quelli cui poteva riguardare, mi pavoneggiavo, con il cuore pieno di inquietudini.
La persona cui parve meno concernere tutto ci fu, sino all'ora del desinare, il piccolo Miles. Il mio andare e tornare non ci avrebbe fatto incontrare, ma egli aveva contribuito a rendere pi manifesto il mutamento avvenuto nelle nostre relazioni, conseguenza naturale del modo con il quale, il giorno precedente, trattenendomi presso il pianoforte, m'aveva giocata e stregata a favore di Flora. Il rumore della pubblicit aveva, naturalmente, accompagnato la segregazione della bambina e la sua partenza, e il cambiamento delle nostre relazioni si rivelava dall'abbandono del regolamento della sala di studio. Miles era gi scomparso, quando, scendendo al piano terreno, avevo aperto la porta della stanza, e seppi a basso che aveva fatto colazione, in presenza di due domestiche, con la signora Grose e la sorella. Poi era uscito, per fare un giro, aveva detto; e nulla poteva esprimere pi chiaramente, a quel che mi sembrava, la franchissima opinione che professava sulla brusca trasformazione della mia parte. V'era da decidere che cosa avrebbe permesso che fosse questa parte: per mio conto, provavo almeno uno strano sollievo nel rinunciare ad una pretesa, che mi riguardava personalmente. Molte cose, dal profondo, erano affiorate alla superficie; ma non  forse troppo forte dire che quella ch'era emersa, sino a dominare tutte le altre, era l'assurdit di prolungare la finzione che avessi qualcosa da insegnargli. L'evidenza non era negabile: con certe piccole tacite manovre, nelle quali pi di me stessa egli si dimostrava preoccupato della mia dignit, m'era stato necessario appellarmi a lui per esser dispensata di cercar di raggiungere le sue vere capacit. Ad ogni modo, ora possedeva la sua libert; non l'avrei mai pi posta in pericolo. Lo avevo largamente provato la sera precedente, quando m'aveva raggiunta nella sala di studio, ed io non avevo fatto allusione alcuna, rivolta nessuna domanda a proposito di quanto era accaduto nel pomeriggio; perch da quel momento ero tutta alle mie altre idee; e tuttavia, quando giunse finalmente il momento di applicarle, la difficolt mi salt agli occhi, davanti alla sua affascinante presenza, sulla quale tutto ci che era accaduto non aveva ancora, a vederlo, lasciato n ombra n macchia.
Con lo scopo di segnalare alle persone di servizio il tono elevato che volevo regnasse, avevo stabilito che i pasti che prendevo con il ragazzo fossero serviti da basso, come dicevamo: per questo mi installai, per aspettarlo, nell'augusta magnificenza di quella stanza, fuori della finestra dalla quale avevo avuto dalla signora Grose, in quella prima domenica cos tumultuosa, un lampo di ci che solo impropriamente si poteva chiamare luce. Ora sentivo nuovamente, quante volte l'avevo sentito! che il mio equilibrio dipendeva dalla vittoria della mia impassibile volont, della mia volont di chiudere gli occhi, tanto completamente quant'era possibile, a questa verit: il caso che dovevo trattare era rivoltante e contro natura. Non potevo resistere se non chiamando, per cos dire, "la natura" in mio aiuto e fidandomi di lei, dicendomi che la prova mostruosa mi spingeva in una direzione anormale, senza dubbio, e spiacevole; ma che in fondo non chiedeva, per opporvi una fronte serena, che un giro di vite supplementare all'umana e cotidiana virt. Nessuna impresa, per, esigeva pi tatto di questa: supplire da sola a tutta la natura. E come introdurre un atomo soltanto di quella derrata, se bisognava interdirsi ogni allusione a quello che era succeduto? E, per altro verso, qualsiasi allusione non mi avrebbe trascinato a ripiombare di nuovo nell'abominevole abisso? Ebbene, dopo un po' di tempo, ebbi una specie di risposta; e ne trovai la conferma nella percezione acuta di ci che v'era d'eccezionale nel mio piccolo compagno, e che mi colp al punto di non dubitarne, quand'egli mi raggiunse. Sembrava veramente ch'egli avesse trovato, in quella stessa ora, come aveva fatto tanto spesso nelle ore di studio, un nuovo e delicato modo ancora di facilitare i nostri rapporti. Questo fatto, che si manifest nella nostra solitudine con un fulgore particolare non ancor mai raggiunto, portava la luce? Questo fatto, che sarebbe assurdo (giacch l'occasione, la preziosa occasione, finalmente si presentava) disprezzare, in un ragazzo cos dotato, era il soccorso che poteva essere strappato alla sua sovrana intelligenza? Per qual fine l'intelligenza gli era stata data, se non per la sua salvezza? Non era lecito, per raggiungere il suo spirito, arrischiare un ardito colpo di mano sul suo carattere? A faccia a faccia nella sala da pranzo, era, letteralmente, come se mi mostrasse la via. L'arrosto di montone era sulla tavola, e avevo congedato i domestici. Miles, prima di sedersi, rest un momento in piedi, con le mani in tasca, guardando l'arrosto, a proposito del quale parve stesse per dare un umoristico giudizio. Ma le sue parole furon queste:
Ditemi, cara,  proprio cos ammalata?
La piccola Flora? Non tanto malata che non possa presto sentirsi molto meglio. Londra la guarir: Bly non era pi indicato per lei. Sedete, dunque, a mangiare il montone.
Mi obbed sollecito, si pos accuratamente il piatto davanti, e quando fu seduto, continu:
Bly  diventato tutt'a un tratto cos temibile per lei?
Non cos subitamente, come potreste credere. La cosa maturava da un po' di tempo.
Ma perch non l'avete fatta andar via prima?
Prima?
Prima che fosse troppo ammalata per poter viaggiare.
Fui pronta a rispondere.
Ma non  troppo ammalata per viaggiare: la sarebbe diventata, se fosse rimasta qui. Era il momento preciso per farlo. Il viaggio scaccer l'influenza perniciosa... oh! non mi mancava la faccia tosta! e porter via tutto.
Capisco, capisco.
In fatto di faccia tosta, Miles ne possedeva egualmente. Cominci a mangiare, con quello squisito "contegno a tavola" che, sin dal primo giorno del suo arrivo, l'aveva dispensato da ogni volgare rimprovero in proposito. Quale si fosse il motivo dell'espulsione dal collegio, non poteva essere certamente perch mangiava male. Quel giorno, come sempre, era irreprensibile, ma, indubbiamente, pi affettato. Era chiaro che cercava di considerare come stabilite pi cose di quante non gli fosse possibile ammettere senza spiegazioni. E s'immerse in un tranquillo silenzio, mentre saggiava la situazione. Il pasto fu dei pi brevi: per parte mia non fu che una finzione, e feci rapidamente sparecchiare. Finch dur quest'operazione, Miles rimase nuovamente in piedi, con le mani in tasca, voltandomi la schiena, guardando fuori dalla grande finestra, attraverso la quale avevo scorto, quel giorno, ci che doveva fare di me un'altra donna. Restammo in silenzio, finch fu presente la domestica: nello stesso silenzio, pensai ironicamente, d'una coppia di sposi novelli in viaggio di nozze, intimidita, in albergo, dalla presenza del cameriere. Miles si volt solo quando il cameriere ci ebbe lasciati!
Ebbene, eccoci dunque soli!
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Capitolo 23.
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Oh! pi o meno!
Penso che il mio sorriso dovesse essere piuttosto scialbo.
Non completamente. Non lo desidereremmo, soggiunsi.
No, non lo penso. Certo, ci sono gli altri.
Ci sono gli altri; s, ci sono gli altri, risposi, seguendone il pensiero.
Ma bench ci siano, riprese, sempre con le mani in tasca e diritto davanti a me, non contano un gran che, vero?
Lottavo del mio meglio, ma mi sentivo sfinita.
Tutto sta a vedere che cosa chiamate "grande".
S... Poi, col massimo spirito conciliativo, Tutto sta in quello.
Allora, per, si volt nuovamente verso la finestra, e la raggiunse con passo indeciso, nervoso e turbato. Vi rimase un po' con la fronte appoggiata al vetro, contemplando quegli stupidi cespugli che conosceva cos bene e tutto il grigiore del novembre. Io avevo sempre a portata di mano l'ipocrisia del mio "lavoro", sotto la protezione del quale raggiunsi il divano. Vi sedetti, cercando calmarmi, come spesso avevo fatto in quei momenti d'angoscia che ho descritto, in quei momenti nei quali sapevo che i bambini si dedicavano a qualcosa da cui ero esclusa; e, docilmente, ripresi l'abituale attesa del peggio. Ma poich i miei sguardi si posavano sul ragazzo, ostinatamente appoggiato al vetro, una straordinaria impressione si diffuse da quella schiena voltata: ed era nientemeno che l'impressione di non essere pi esclusa, in pochi minuti crebbe sino ad una intensit acuta, e che sembrava raddoppiata, in qualche modo, dalla percezione che ora l'escluso fosse lui. La riquadratura, i vetri della grande finestra gli sembravano come l'imagine di una specie di scacchiera. Ad ogni modo, lo sentivo fermo davanti ad una porta chiusa: porta d'entrata o d'uscita? Era ammirevole, ma non disinvolto: me ne accorsi con un brivido di speranza. Non cercava, forse, attraverso il vetro stregato, qualchecosa che non riusciva a vedere? e non era, in tutta questa faccenda, la prima volta che la visione gli veniva meno? Era la prima, proprio la prima: splendido presagio! Bench si sorvegliasse, il suo atteggiamento diventava ansioso: era stato pi disinvolto per tutto il giorno, e, persino a tavola, a dispetto delle graziose manierine abituali, aveva avuto bisogno di tutto il suo strano genio infantile per mascherare la delusione. Quando finalmente si volt verso me, il genio sembrava quasi vinto.
Ebbene, io sono proprio contento che Bly mi s'addica!
Pare che, da ventiquattro ore, lo abbiate assaporato pi del solito. Spero, continuai coraggiosamente, che vi abbiate trovato piacere.
Oh! s, sono stato lontano, lontano... a leghe e leghe di qui. Non ero mai stato cos libero.
Egli possedeva veramente una franchezza tutta sua particolare, ed io potevo soltanto tentare di mantenermi al suo livello.
Ebbene, vi piace?
Sorrise; poi, in fine, in due parole:
E voi? mise pi profondit di quanta ne avessi mai udito porre in due parole. Prima che avessi avuto il tempo di parare quest'attacco, continu, come se sentisse d'aver commesso una impertinenza che doveva essere riparata: Nulla pu essere pi amabile del vostro modo di prendere le cose, perch naturalmente, nella nostra presente solitudine, voi sarete la pi solitaria. Ma spero, soggiunse, che v'importi poco.
Di star con voi? chiesi. Caro ragazzo, perch m'importerebbe poco? Bench abbia rinunciato ad esigere la vostra compagnia (mi superate talmente!) ne godo, per, moltissimo. Per quale altra ragione rimarrei?
Mi guard direttamente, e l'espressione del volto, diventata pi grave, mi colp come la pi bella che avessi visto in lui.
Non rimanete per altro?
Certamente. Rimango qui come amica vostra, e per l'immenso interesse che vi porto, fintanto che possa esser fatto per voi qualcosa che ne valga sempre meglio la pena. Non dovete stupirvene.
La voce mi tremava al punto ch'era impossibile dissimularlo.
Non ricordate quello che vi dissi, la sera del temporale, quando venni a sedermi sulla sponda del vostro letto, che non v'era nulla nel mondo che non avrei fatto per voi?
S, s.
Sempre pi nervoso, doveva padroneggiare la voce. Ma, pi abile di me, poteva ridere, a dispetto della propria seriet, fingendo che non si facesse che scherzare.
S... ma credevo me lo diceste per giungere a farmi fare qualche cosa per voi.
In parte era per farvi fare qualcosa, concessi, ma sapete che non ne avete fatto nulla.
Ah s! esclam con un ardore tanto vivace quanto artificiale. Desideravate vi dicessi qualcosa!
Proprio... francamente e senza reticenze: dirmi che cosa vi tormenta.
Ah! allora siete rimasta per questo?
Parlava con un'allegria, attraverso la quale afferravo ancora una leggera traccia di collera e di rancore. Ma come spiegare l'effetto prodotto per l'implicita, per quanto lontana fosse, sua resa? Era come, se ci che tanto avevo desiderato, non fosse finalmente venuto che per stupirmi.
Ebbene, s! posso confessarlo. Son rimasta per questo.
Rimase cos a lungo in silenzio, che supponevo cercasse come rovinare la speranza sulla quale basavo la mia condotta. Ma finalmente disse, con semplicit:
Vorreste che ve lo dicessi ora... qui?
Ci potrebbero essere un luogo ed un'ora migliori?
Si guard attorno con impaccio, ed ebbi la rara e assai curiosa impressione che apparisse in lui il primo sintomo dell'avvicinarsi d'una certa paura. Sembrava che avesse, d'un tratto, paura di me, ed io pensai che era forse il miglior sentimento da ispirargli. Tuttavia, nell'angoscia stessa del mio sforzo, tentai invano d'esser dura, e, con una dolcezza che giungeva al grottesco:
Desiderate proprio tanto uscire di nuovo?
Moltissimo. E mi sorrise eroicamente, mentre il toccante suo coraggio di fanciullo era reso evidente da un sbito rossore, che ne rivelava la sofferenza. Aveva preso il cappello, che aveva portato seco, entrando, e l'attorcigliava in un modo che mi colm, nel momento d'entrare nel porto, d'un orrore perverso per quello che facevo: qualsiasi mezzo usassi, commettevo un atto di violenza, perch che altro facevo, se non penetrare di un'idea di grossolanit e di colpevolezza una piccola creatura senza difesa, che m'aveva rivelato la possibilit di rapporti deliziosi? Non era bassezza creare in quello spirito squisito un malessere, assolutamente estraneo alla sua natura? Credo di veder ora la cosa con una precisione che non avevo allora, perch il lucore che distinguo nei nostri poveri occhi profetava un'angoscia che era ancora da venire. Giravamo cos in un cerchio, carichi di tesori e di scrupoli, lottatori che non osavano scendere in gara. Ma ciascuno temeva per l'altro! Ci ci lasci un po' pi a lungo nell'attesa e senza ferite.
...Vi dir tutto, disse Miles, voglio dire che vi dir tutto ci che desiderate. Resterete con me, e tutto andr bene, e vi dir, s, vi dir tutto. Ma ora no.
Perch ora no?
La mia insistenza lo distolse da me e lo ricondusse una volta ancora alla finestra: tra noi regnava un silenzio tale che si sarebbe sentita una spilla cadere. Poi, ritorn verso di me con l'aria di persona che sia aspettata fuori casa da qualcuno che non si deve fare attendere.
Bisogna che veda Luca.
Non l'avevo ancor mai costretto a dire una menzogna cos bassa, e mi sentii invasa da una confusione proporzionata. Ma, per quanto orribili fossero, queste menzogne contribuivano a fare la verit. Pensierosa, fini alcune maglie della mia calza.
Va bene, andate da Luca, e aspetter quanto mi promettete; ma prima di lasciarmi, rispondete ad una domanda molto pi modesta.
Mi guard, come se la coscienza d'aver avuto un cos grande successo gli permettesse di mercanteggiare:
Molto pi modesta?
S... soltanto la frazione d'un intero. Ditemi... ero calmissima, tutta immersa nel mio lavoro, e parlai con indifferenza: ...se ieri, nel pomeriggio, sulla tavola dell'atrio, avete preso, lo sapete bene, la mia lettera?
...
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Capitolo 24.
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La mia percezione dell'effetto prodotto su lui da questa domanda sub, durante lo spazio d'un minuto, quello che non posso descrivere che come una scossa violenta della mia attenzione, come un colpo che, dapprima, mentre mi alzavo, diritta, non mi consent che il movimento naturale di prenderlo, di stringerlo a me, cercando a caso un appoggio nel primo mobile venuto, e di tenerlo istintivamente con la schiena voltata alla finestra. Ineluttabile, l'apparizione cui gi m'ero trovata di fronte, si manifest. Pietro Quint era l, come la sentinella sulla porta d'una prigione. La seconda cosa che vidi fu che aveva raggiunto la finestra dall'esterno, e poi la sua pallida faccia di dannato s'offr alla mia vista, appiccicata al vetro, lo sguardo dardeggiante nell'interno della camera. Dire che presi la mia decisione in un secondo, non  che riprodurre grossolanamente quello che allora pass in me; e tuttavia credo che mai una donna cos sconvolta abbia riacquistato, in cos breve tempo, il dominio dei suoi atti. Nell'orrore stesso di quella immediata presenza, pensai che, vedendo ed affrontando ci che vedevo ed affrontavo, la cosa da farsi era impedire al bambino di nulla vedere. L'ispirazione, non posso chiamarla diversamente, mi dette una volont trascendente e capace di riuscire. Era come se combattessi con un demonio per la salvezza dell'anima umana; e, dopo questo pensiero, vidi l'anima umana, che tenevo tra le mie braccia tese e tremanti, madida di sudore, su una soave fronte di fanciullo. Il volto, accosto al mio, era pallido quanto la faccia appiccicata al vetro; e poi, udi una vocina, dall'intonazione n sorda n debole, ma come giungente da regioni lontanissime, dire queste parole, che bevvi come un soffio balsamico:
S, l'ho presa.
Allora, con un gemito di felicit, l'abbracciai, lo strinsi perdutamente, e, mentre me lo tenevo sul seno, che sentiva battere, nella febbre improvvisa del piccolo corpo, il palpito formidabile del suo cuoricino, i miei occhi non abbandonavano quella cosa alla finestra, e la videro muoversi e mutar di posizione. L'ho paragonata ad una sentinella, ma il suo lento va e vieni ricord piuttosto, per un momento, l'andatura della belva frustata. Il mio coraggio sovreccitato era tale che, per non lasciarmi trascinare, dovetti, per cos dire, velare la mia fiamma. E, di nuovo, lo sguardo sinistro luceva alla finestra, il miserabile ci fissava come deciso a spiare e ad attendere. Ma, ormai, sicura di me se avessi dovuto affrontarlo, positivamente convinta anche dell'incoscienza del fanciullo, prosegui l'interrogatorio
Perch l'avete fatto?
Per vedere che cosa dicevate di me.
Avete aperto la lettera?
L'ho aperta.
Avevo allentato l'abbraccio e osservavo il volto di Miles, in cui l'ironia scomparsa lasciava vedere a qual punto il disagio lo sconvolgesse. Era prodigioso sentire, finalmente, grazie alla mia vittoria, i suoi sensi saldati e la comunicazione rotta. Si sentiva di fronte ad una presenza estranea, ma ignorava quale, e pi ancora che v'ero anch'io, e che lo sapevo. Che importava, del resto, il suo turbamento, giacch i miei occhi, ritornando alla finestra, non videro pi che l'aria trasparente, perch, in virt del mio trionfo personale, l'influenza malvagia era vinta! Non c'era pi nulla. Senti che avevo causa vinta, e che la mia conquista sarebbe stata totale.
E non ci avete trovato nulla!
Detti libero corso alla mia gioia.
Fece con la testa il pi melanconico, il pi pensoso cenno:
Niente.
Niente! Niente!
Gridavo quasi, senza poter reprimere il mio slancio.
Niente! niente! ripet egli, tristemente.
Gli baciai la fronte; era madida di sudore.
E che ne avete fatto?
L'ho bruciata.
Bruciata? Era allora o mai.  questo che avete fatto in collegio?
Ah! la conseguenza di queste parole!
In collegio?
Avete preso delle lettere? o altre cose?
Altre cose?
Sembrava che ora pensasse a qualche cosa di molto lontano, che non raggiungeva se non attraverso il peso della sua inquietudine. Tuttavia la raggiunse.
Se ho rubato?
Mi sentii arrossire sino alle radici dei capelli, nel tempo stesso in cui mi chiedevo che fosse pi strano: rivolgere una simile domanda a un gentiluomo, o vederla accogliere con una tranquillit, che dava la misura del suo decadimento.
Per questo non potevate ritornarci?
Ne prov soltanto una lieve sorpresa penosa.
Sapevate che non potevo ritornarci.
So tutto.
Mi dette un lungo e strano sguardo:
Tutto?
Tutto! Dunque, avete...
Ma non potei ripetere la parola. Miles disse, con molta semplicit:
No. Non ho rubato.
Pot leggere sul mio viso che lo credevo assolutamente. Eppure le mie mani, ma era pura tenerezza, lo scuotevano come per chiedergli perch, se non c'era nulla, mi aveva condannata a quei mesi di tortura.
Allora, che cosa avete fatto?
Egli si guardava intorno, dal pavimento al soffitto, con una specie di vaga sofferenza, poi respir con sforzo, due o tre volte di sguito. Lo si sarebbe creduto nel fondo del mare, e che lo si vedesse attraverso il glauco crepuscolo.
Ebbene, ho detto delle cose.
Soltanto?
Hanno ritenuto fosse sufficiente.
Per mandarvi via?
Mai una vittima d'un'"espulsione" si mostr, davvero, meno prodigo di spiegazioni di quello strano ometto! Parve pesare la mia domanda, ma in una maniera completamente staccata, come irresponsabile.
Ma! suppongo che non avrei dovuto.
A chi le avete dette?
Cerc evidentemente di ricordarselo, ma vi rinunci: ne aveva smarrito il ricordo.
Non lo so!
Giunse financo quasi a sorridermi, nella desolazione della propria disfatta. In verit, la sua disfatta era ormai cos completa, che non avrei dovuto andar oltre; ma ero ebra, acciecata dalla vittoria, bench da quel momento proprio la conseguenza di quest'ultima, anzi che avvicinarci, non facesse che accentuare la nostra separazione.
Forse a tutti? domandai.
No. Soltanto a... Ma scosse la testa, con aria stanca. Non ricordo pi il loro nome.
Erano dunque molti?
No. Alcuni solo: quelli che mi piacevano.
Quelli che gli piacevano? Mi parve di librarmi non nella luce, ma in un'accresciuta oscurit, e, d'un tratto, dalla mia stessa piet per il povero fanciullo, sorse la spaventosa inquietudine di pensare ch'era forse innocente. Per il momento, l'enimma era confuso e senza fondo, perch se era innocente, gran Dio! che ero io dunque? L'ombra sola d'un simile pensiero paralizz e schiuse il mio abbraccio: lo lasciai andare. Con un sospiro profondo s'allontan da me. Guard la finestra deserta, e lo tollerai senza protestare, sapendo che nulla pi c'era da temere da quella parte.
Ed hanno ripetuto quello che avete detto? continuai, dopo una pausa.
Era ad una certa distanza da me, respirava con sforzo e aveva nuovamente, ma questa volta senza collera, quell'aria di chi sia sequestrato suo malgrado. Una volta ancora, gi glielo avevo visto fare, contemplava la luce grigia, come se di tutto che aveva sostenuto sino a quel momento, pi nulla rimanesse, se non un'ansia indicibile.
Oh! s, rispose frattanto, hanno dovuto ripeterlo. A quelli che piacevano a loro, soggiunse.
Ci era meno chiaro di quanto m'aspettassi. Pensai un po'.
E queste cose pervennero...?
Ai maestri? Oh! s, rispose semplicissimamente. Ma non pensavo che le avrebbero ripetute.
I maestri? Non lo hanno fatto, non hanno mai detto nulla. Per questo, vi interrogavo.
Volt verso di me il bel visino febbrile.
S, era troppo brutto.
Troppo brutto?
Quello che penso d'aver detto qualche volta. Troppo brutto da far sapere a casa.
Non posso esprimere l'ineffabile pathos che quella bocca dava a tali parole. Tutto quello che so  che, l'istante dopo, dichiaravo con energia familiare:
Tutte sciocchezze! Ma ripresi subito l'accento severo, che occorreva per domandare: Che erano dunque queste cose?
La mia severit era totalmente diretta ai suoi giudici, ai suoi carnefici. Nondimeno lo decise a respingermi nuovamente. A quell'atteggiamento, saltai su lui, d'un solo balzo, con un grido irreprimibile, perch laggi, ancora, dietro il vetro, come per calpestare la sua confessione e sospendere la sua risposta, stava il ripugnante autore delle nostre miserie, la faccia pallida del dannato. Davanti a quella negazione della mia vittoria, a quel riaccendersi della lotta, fui presa da uno stordimento, cos che il mio balzo convulso mi trad completamente. Ma mentre mi tradivo, vidi che comprendeva, soltanto per divinazione, ci che mi turbava. Allora, ben convinta che, pur in quell'ora, era ridotto a intuire la scena, che la finestra era sempre deserta per i suoi sguardi, lasciai salire la mia secreta ispirazione come una fiamma, con lo scopo di strappare all'apogeo del suo turbamento la prova stessa della sua liberazione.
Mai pi, mai pi, mai pi! gridai all'apparizione, mentre mi sforzavo di stringere il fanciullo tra le braccia.
Essa  l?
Miles ansava. Aveva compreso il senso delle mie parole, malgrado gli occhi chiusi. Poi, questo strano pronome, "essa" m'aveva sconvolta al punto che, fuori di me, lo ripetevo, come un'eco:
La signorina Jessel, la signorina Jessel! mi grid egli, preso da un improvviso furore.
Stupefatta, afferrai d'un tratto quel che voleva dire: supponeva una ripetizione della condotta, che avevamo tenuta con Flora. Il che accrebbe in me il desiderio di mostrargli che era assai meglio ancora.
Non  la signorina Jessel! Ma egli sta alla finestra, diritto davanti a noi. Egli  l, il vile, l'orrore, l, per l'ultima volta!
A queste parole, dopo un secondo di pausa in cui la sua testa imit il movimento del cane distolto che smarrisce la pista, tutta la sua personcina fu scossa da uno spasimo delirante, come per avere ad ogni costo aria e luce; poi, in un accesso di rabbia muta, si gett su me, come pazzo, lanciando vanamente da ogni parte sguardi furiosi, e non trovando in nessun luogo, se pure a mio senso la camera ne fosse allora completamente impregnata, come di un odore avvelenato, la grande potenza dominatrice.
 lui?
Ero ormai cos decisa ad ottenere la prova intera, che mi trasformai in una statua di ghiaccio per sfidarlo.
Di chi volete parlare?
Pietro Quint! Ah! Demonio! Il suo volto rivolgeva a tutta la stanza la supplica convulsa: Dov'?
Sento ancora risuonarmi nelle orecchie la ripetizione suprema del nome fatale, e l'omaggio reso alla mia devozione.
Che importa ormai, tesoro? che potr mai fare? Vi ho, gridai alla bestia immonda, ma egli vi ha perduto per sempre. E, per completare la dimostrazione della mia opera: L, l! dissi a Miles.
Egli era gi balzato via dalle mie braccia, esplorando, esasperandosi, ma seguitava a veder soltanto il giorno tranquillo. Sotto l'impressione di questa perdita gett l'urlo di una creatura lanciata al di l d'un abisso, e l'abbraccio con cui lo ripresi avrebbe potuto veramente arrestare una tale caduta. Lo presi: s, lo stringevo forte, si pu imaginare con che passione; ma in capo a un minuto cominciai ad accorgermi di quel che realmente tenevo. Eravamo soli nella luce placida, e il piccolo cuore, finalmente liberato, aveva cessato di battere.
...
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...
FINE.
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L'ALTARE DEI MORTI.
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Capitolo 1.
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Il povero Stransom aveva un'avversione mortale per gli anniversari nebulosi, e ancor meno li amava, quando avevano la pretesa di una qualche importanza. Gli riesciva ugualmente penoso tanto il celebrarli che il sopprimerli, e una celebrazione sola aveva trovato un posto nella sua vita: tutti gli anni aveva ricordato, a modo suo, la data della morte di Mary Antrim. Sarebbe forse pi preciso dire che ogni anno, in quel giorno, il ricordo s'impadroniva di lui, in modo tale da impedirgli di fare alcunch d'altro; se ne impadroniva ostinatamente, con una forza che il tempo aveva attenuata ma non dispersa. Si destava per questa festa del ricordo coscientemente, come se si fosse destato nel mattino del proprio matrimonio. In proposito, quest'ultimo aveva avuto assai poco da farci: per la fanciulla, che avrebbe dovuto diventare sua sposa, non c'era stato bacio nuziale; era morta d'una febbre maligna, quando il giorno degli sponsali era stato fissato. Egli aveva perduto, prima di averlo veramente assaporato, un affetto che prometteva di riempirne la vita.
Sarebbe stato falso, per, dire che la sua vita fosse stata realmente priva del beneficio di questo affetto: essa era ancor retta da un pallido fantasma, ancora ordinata da una presenza sovrana. Egli non era mai stato uomo di numerose passioni, e, anzi, a mano a mano che gli anni passavano, nessun sentimento era tanto cresciuto in lui quanto quello d'essere stato intimamente spogliato. Per consacrare un'eterna vedovanza, non aveva avuto bisogno n del sacerdote, n dell'altare. Aveva fatto molte cose nel mondo, le aveva fatte quasi tutte, ad eccezione di una sola: non aveva mai dimenticato. Aveva cercato di introdurre nella propria esistenza tutto ci che avrebbe potuto colmarne il vuoto; ma non era riuscito a farne che una casa, dalla quale la padrona era eternamente assente, n mai tanto lo era quanto ad ogni ritorno di quel giorno di dicembre, che isolava la fedelt della sua memoria. I riti della giornata non erano predisposti in anticipo, essendo interamente alla merc dei suoi nervi, i quali lo spingevano irresistibilmente fuori di casa. La mta del suo pellegrinaggio era lontana: Mary Antrim era stata sepolta in un angolo dei sobborghi di Londra, allora incontaminato dalla civilt, e che Stransom aveva veduto perdere, di anno in anno, persino l'ultima sembianza di freschezza. I momenti che vi trascorreva, a dire il vero, eran quelli in cui meno aveva coscienza del paesaggio che lo circondava: i suoi occhi contemplavano un'altra imagine, s'aprivano ad un'altra luce. Era un verosimile futuro? Era un incredibile passato? Quale potesse essere la risposta, era, ad ogni modo, una immensa evasione fuori della realt presente.
Se, nella vita di Stransom, non v'erano altre date,  per vero ch'essa conteneva altri ricordi, e, nel suo cinquantesimo anno, i ricordi del genere s'erano assai moltiplicati. Oltre a quello di Mary Antrim, v'erano altri fantasmi: non aveva egli avuto pi lutti della maggior parte degli uomini, ma li aveva maggiormente sentiti; non aveva veduto la morte pi da vicino, ma l'aveva in certo qual modo pi profondamente compresa. A poco a poco, aveva preso l'abitudine di numerare i suoi morti: nel corso della vita, gli era venuta per tempo l'idea che si potesse fare qualcosa per loro. Erano l, nella loro essenza semplice ed intensa, nella loro consapevole assenza e nella loro pazienza espressiva, come testimoni colpiti da mutismo: quando veniva a mancare ogni sentimento della loro presenza; quando, per cos dire, non se ne percepiva pi il lontano mormorio, allora sembrava cominciasse per essi il purgatorio su questa terra. I poveri scomparsi chiedevano cos poco che ottenevano ancor meno, e morivano di nuovo, morivano ogni giorno sotto il duro trattamento della vita. Non avevano n funzioni regolarmente istituite, n santuari riservati; non avevano n onori, n riparo, n sicurezza; financo persone non generose sovvenivano al bisogno dei vivi, ma i generosi stessi non facevano nulla per gli altri. Per questo, con gli anni, era cresciuta in Giorgio Stransom la decisione di fare qualcosa per i suoi morti, di adempiere alla suprema carit, senza rimprovero. Ogni uomo aveva i suoi propri morti ed ogni uomo possedeva, per assolvere a questa carit, i numerosi spedienti dell'anima.
Non v'era dubbio che la voce di Mary Antrim ne sostenesse la causa. Poich gli anni trascorrevano, ad ogni modo, in costante comunione con questi ospiti trascurati, quelli che nei suoi pensieri chiamava sempre gli Altri, consacr loro delle ore, organizz la propria elemosina. Non avrebbe certo potuto mai dire come, precisamente, questa idea fosse nata; ma ne deriv il risultato che un altare, illuminato di ceri, dedicato a questo culto, s'edific nel quadro della sua vita spirituale. Egli si chiedeva da molto tempo, con imbarazzo, se aveva una religione, sicurissimo e non poco sodisfatto di non avere in ogni caso la religione, che certuni avrebbero desiderato professasse. A poco a poco, questo problema si semplific per lui: gli apparve chiaro che la religione che s'era istituita nella sua coscienza primitiva era semplicemente la religione dei morti. Essa era adatta al suo carattere, sodisfaceva al suo spirito, dava una ragion d'essere alla sua piet, perch nessun reliquario poteva essere pi adorno e nessuna cerimonia pi maestosa di quelli cui era devoto. Non aveva imaginazione per queste cose, ma comprendeva coloro che ne abbisognavano: anche i pi poveri potevano edificare simili templi dello spirito, potevano illuminarli di ceri e avvolgerli d'incensi, abbellirli d'imagini e di fiori. Le spese di conservazione, per usare l'espressione d'uso, spettavano completamente alla generosit del cuore.
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Capitolo 2.
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Nella vigilia del giorno anniversario, sentiva in quell'anno un'emozione gi provata, e non priva di relazione con codesta specie di sensazioni. Nel ritornare a casa, alla fine di una giornata laboriosa, fu colpito, in una via di Londra, dall'aspetto della vetrina di un negozio, il cui splendore illuminava l'atmosfera scura e triste: parecchie persone ferme contemplavano quella mostra di gioielliere; i diamanti e gli zaffiri sembravano scoppiare in risate, come note ricche di suoni, nella semplice gioia di sapere quanto pi valessero di quei miserabili pedoni, che li contemplavano attraverso il vetro. Stransom si ferm il tempo necessario per imaginarsi d'allacciare una collana di perle attorno al candido collo di Mary Antrim; poi il suono di una voce nota lo trattenne ancora un istante. V'erano, accanto a lui, una vecchia che borbottava, e, pi discosto, un signore e una signora. La voce era di Paolo Creston: parlava alla giovine signora di alcuni oggetti preziosi della mostra. La vecchia, non a pena Stransom aveva riconosciuto l'amico, se ne and; sorpreso dall'improvvisa facilit con la quale si dirigeva verso la coppia, uno strano sentimento lo trattenne, nel momento in cui stava per posare la mano sul braccio dell'amico. Non fu che un attimo, ma sufficiente perch una domanda assurda gli venisse allo spirito: non era morta la signora Creston? Dubit, udendo la decisione brusca della voce del marito, decisione familiare, inflessione coniugale, come nessun'altra mai, e osservando il modo col quale le due persone s'appoggiavano l'una all'altra. Creston, nel fare un passo per guardare qualcosa, gli si avvicin, gli lanci uno sguardo, sussult e proruppe in un'esclamazione, atteggiamento il cui effetto immediato fu di ricondurre Stransom a dietro di parecchi mesi, e d'evocare il volto differente, assolutamente differente, che gli aveva mostrato l'ultima volta il povero uomo, maschera tumefatta, sconvolta, china sulla tomba aperta, presso la quale stavano tutt'e due. Quel figlio del dolore, ora, non era pi in lutto; stacc il braccio da quello della compagna per stringere la mano dell'amico d'una volta. Arross e sorrise nel tempo stesso, nella luce violenta della vetrina, quando Stransom si decise a togliersi il cappello davanti alla signora. Questi ebbe a pena il tempo necessario per vedere ch'era graziosa, prima di trovarsi, a bocca aperta, davanti ad una realt pi stupefacente ancora:
Permettete, caro amico, che vi presenti mia moglie.
Creston aveva arrossito e balbettato, ma trascorso mezzo minuto, schiavo delle abitudini della nostra societ educata, non rest al nostro amico che il semplice ricordo d'un urto. Era l, rideva e parlava; Stransom aveva immediatamente allontanato l'urto, riserbandosi di meditarlo nella solitudine. Si sent far smorfie, s'ud esagerare le formule di cortesia, pur avendo coscienza d'essere un po' impacciato: quella nuova donna, quella comparsa scritturata, la signora Creston, che era stata per lui pi viva di tutte le donne, una eccettuata? Il volto della donna raggiava quanto la vetrina del gioielliere, e il giocondo candore che metteva nel recitare la parte mostruosa, dava l'impressione d'una grossolana mancanza di tatto. Per infinite ragioni, sembrava a Stransom mostruoso (Creston avrebbe dovuto comprenderlo) veder attribuire a quella donna il posto di moglie di Paolo Creston. La coppia felice era a pena sbarcata dall'America, e Stransom non aveva avuto bisogno d'apprenderlo, per indovinare la nazionalit di quella signora. Il che accentuava ancora, persino, in certo modo, l'aria ingenua che la cordialit confusa del marito cercava vanamente di dissimulare. Stransom ricord d'aver sentito dire che, nel vivo del suo dolore, quel povero Creston aveva attraversato l'Oceano per far quello che la societ  solita chiamare, in simili casi, un piccolo cambiamento. Infatti, aveva trovato il piccolo cambiamento, e se l'era anche condotto seco. Il piccolo cambiamento gli stava al fianco e, checch facesse, non poteva, scoprendo i grossi denti, aver altro aspetto che quello di un asino, e averne coscienza. La signora Creston disse che stavano per entrare nel negozio, e preg Stransom d'andare ad aiutarli nella scelta. Egli la ringrazi, guard l'orologio, e pretest un appuntamento, per il quale era gi in ritardo. Mentre si separavano, ella grid, attraverso le nebbia:
Non dimenticate di venirmi a trovare, a pena potrete.
Creston aveva avuto la delicatezza di non suggerire l'invito, e Stransom sperava ne soffrisse, udendolo pronunziato ad alta voce.
Nell'allontanarsi, egli si sent ben deciso a non avvicinarsi mai, in vita sua, a quella donna. Ella era forse una creatura umana, ma Creston non avrebbe dovuto esibirla in quel modo, senza riguardo: non avrebbe anzi dovuto mostrarla in nessuna maniera. Le sue precauzioni, allora, sarebbero state quelle del falsario e dell'assassino, e nessuno avrebbe pensato all'estradizione. Era una donna d'esportazione o per servizio puramente esterno: un istante d'onesta riflessione, da parte di Creston, gli avrebbe risparmiato l'ingiuria dei paragoni. Tale fu la prima ondata di reazione di Stransom; ma mentre stava seduto solo, quella sera (passava sempre solo certe ore), il rigore del giudizio si calm e non lasci in lui che piet. Egli poteva passare una sera con Caterina Creston, se l'uomo al quale ella aveva dato tutto non lo poteva: l'aveva conosciuta per vent'anni, era la sola donna per la quale avrebbe potuto diventare infedele al ricordo della sua giovinezza. Era ella tutta intelligenza, tutta simpatia, tutto fascino, la sua casa era stata la pi accogliente che ci fosse, e la sua amicizia la pi solida. Egli l'aveva amata senza incidenti, e tutti senza incidenti l'avevano amata; ella aveva reso le passioni, nate attorno a lei, regolari quanto le maree attratte dalla luna. Era stata certamente troppo buona verso il marito, ma non lo aveva mai sospettato, e in nulla s'era dimostrata pi ammirevole che nell'arte squisita con la quale si sforzava di impedire a tutti d'accorgersene (allontanando da Creston qualsiasi noia); ed era dunque quello l'uomo cui ella aveva consacrata la propria vita, l'uomo per il quale vi aveva rinunciato, morendo nel darne alla luce il figliolo! Ella non aveva avuto che da sottomettersi al proprio destino, e, prima ancora che l'erba ne inverdisse la tomba, non aveva ella avuto per lui maggiore importanza di una domestica sostituita. La frivolezza, l'indecenza di quel contegno empirono di lacrime gli occhi di Stransom. Quella sera aveva la netta impressione che egli solo, in questo mondo senza delicatezza, avesse il diritto di tenere la testa alta. Dopo pranzo fumava, tenendo un libro sulle ginocchia, ma senza aver occhi per la pagina aperta: gli occhi, nel vuoto sovrapopolato delle cose che lo circondavano, sembrava avessero incontrato quelli di Caterina Creston, e lo sguardo s'immergeva nel loro triste silenzio. Lo spirito sofferente di Caterina s'era rivolto a lui, sapendo che di lei si sarebbero occupati i suoi pensieri. Si chiese, a lungo, come gli occhi chiusi della morta potessero vivere ancora, come potessero riaprirsi nella quiete di quella camera, nella luce della lampada, tanto tempo dopo aver guardato per l'ultima volta. Avevano sguardi che sopravvivevano, avevano quegli sguardi che si evocano nel ricordo come si ripetono certi versi dei grandi poeti.
Il giornale, era quello del pomeriggio e le persone di servizio avevano creduto gli occorresse, giaceva presso la sedia: Stransom, senz'avere un'idea di quel che potesse contenere, l'aveva spiegato e, poi, lasciato cadere. Prima d'andare a coricarsi, lo raccolse, e, questa volta, cinque parole in testa d'un paragrafo lo colpirono e lo fecero sussultare. Egli rimaneva fermo davanti al fuoco, con lo sguardo fisso su quelle parole: "Morte d'Acton Hague K. C. B.". L'uomo che, dieci anni prima, era stato il suo migliore amico, e che, una volta decaduto da questo titolo, non era pi stato sostituito. Lo aveva rivisto dopo la rottura, ma erano ormai passati parecchi anni. In piedi, davanti al fuoco, rabbrivid, leggendo che cosa gli era accaduto: Acton Hague, anteriormente promosso governatore delle Westward Islands, era morto del pericoloso onore del proprio esilio, morto di una malattia derivata dal morso di un serpente velenoso. La sua carriera era riassunta dal giornale in una dozzina di righe, la cui lettura non dest in Stransom nessun sentimento pi caldo del sollievo di non vedervi ricordato il motivo del loro urto, incidente che la loro rispettiva partecipazione ad importanti affari aveva avuto, quando si produsse, un'odiosa pubblicit. Pubblico, in fatti, il torto che Stramsom aveva, dal suo punto di vista, subto; pubblico l'insulto che aveva passivamente sopportato dal solo uomo col quale avesse mai avuto intimit, l'amico quasi adorato degli anni d'universit, pi tardi oggetto d'una fedelt appassionata. Cos pubblico che non ne aveva mai parlato ad alcuna creatura umana, cos pubblico che non vi accordava pi nessuna attenzione! La differenza consisteva, per lui, nella fine di ogni amicizia; ma il fatto aveva soppresso soltanto questa. L'urto degli interessi era stato privato, assolutamente privato; bench la condotta scelta da Hague fosse stata adottata in faccia a tutti. Oggi, tutto sembrava giunto al solo fine che Giorgio Stransom potesse ricordarsi l'amico come "Hague", e rendersi conto dell'analogia che esisteva tra lui, Stransom, ed una pietra. D'un tratto, avendo freddo, orribilmente freddo, and a coricarsi.
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Capitolo 3.
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Il giorno dopo, nel pomeriggio, nel grande sobborgo grigiastro, s'accorse che la lunga passeggiata l'aveva stancato. Soltanto nel cimitero lugubre, era rimasto in piedi per un'ora. Al ritorno, i piedi l'avevano istintivamente trascinato verso un quartiere deserto, nel quale non un cocchiere vagava alla ricerca d'una preda. Si ferm ad uno svolto, abbracciando con lo sguardo la circostante desolazione. Attraverso il cadente crepuscolo, scoperse di trovarsi in una di quelle vie di Londra che sono meno scure la notte che il giorno, per virt dell'illuminazione, dono dell'onesto municipio. Durante il giorno nulla illuminava, mentre la notte c'erano i lampioni, e, nella condizione di spirito in cui egli allora si trovava, persino i lampioni gli sembravano animati di bont. Non ch'essi potessero rivelargli qualcosa; ma solo perch ardevano con una fiamma chiara. Per, con sua sorpresa, qualcosa gli fecero notare, in capo ad un momento: l'arco d'un alto portale, cui conducevano dei gradini bassi, a terrazza, la profondit dei quali formava una specie di vestibolo oscuro; una portiera, sollevata da qualcuno mentre egli passava, gli lasci intravvedere la prospettiva di un corso immerso nell'ombra con un chiarore di ceri, proprio in fondo. Si ferm e guard, riconoscendo in quell'edificio una chiesa. Pens subito che, essendo stanco, vi avrebbe potuto riposare, cos che un momento dopo aveva scostata la portiera ed era entrato. Era un tempio dell'antica fede, ed era evidente che v'era stata una funzione; una funzione per i morti, forse; l'altar maggiore era ancora illuminato dai ceri accesi, spettacolo che Stransom aveva sempre amato, e prov un sollievo nel lasciarsi cadere su una panca. Non era mai rimasto colpito in tal modo, e gli parve bello che vi fossero delle chiese.
Quella era quasi deserta, gli altri altari erano scuri, uno scaccino andava e veniva per la navata; una vecchia toss, ma egli credette di sentire una corrente ospitale nell'aria greve e soave. Era dovuta soltanto al profumo dell'incenso, o a qualcosa di pi? Aveva, ad ogni modo, lasciato il sobborgo grigio, e si era riavvicinato ad un focolare riscaldante. Presto non si sent pi un intruso, acquistando finalmente una sensazione di comunione col solo fedele che gli stesse vicino, cupa presenza d'una donna in lutto grave, della quale vedeva soltanto la schiena. Ella era immersa in profonda preghiera, poco lontano da lui. Desider di potere, come quella, inabissarsi sino nell'imo dell'essere, di poter restare altrettanto immobile, altrettanto rapito in estasi. Dopo pochi istanti, lasci la panca: non era delicato prestar tanta attenzione a quella donna. Stransom si smarr allora completamente, ondeggiando alla deriva in quell'oceano di luce. Se nel corso della sua vita simili occasioni fossero state pi frequenti, avrebbe avuto pi netto nella memoria il tipo originale e grandioso del reliquiario ideale, riprodotto in miriadi di templi, che aveva edificato nel proprio spirito. Quell'altare s'era primitivamente formato, secondo una vaga reminiscenza delle pompe liturgiche, poi l'eco era finita per diventare pi distinta del suono iniziale. Ed ora, ecco, il suono saliva davanti a lui, il modello risplendeva di tutti i suoi fuochi nel mistero dello splendore in cui raggiavano eterne intenzioni. Mentre egli stava seduto, l'altare che aveva davanti divenne a poco a poco il suo proprio altare, e la stella d'ogni cero un suo voto personale: li cont, li nomin, li raggrupp, fece l'appello silenzioso dei suoi morti. L'insieme spandeva un intenso splendore, uno splendore davanti al quale la semplice cappella del suo spirito sfum talmente, che si chiese se non avrebbe trovato la sua vera quiete in qualche atto materiale, in qualche esterna pratica di un culto.
Mentre, in distanza, la signora in lutto era sempre prostrata, quest'idea s'impadron di lui, lo commosse dolcemente e lo fece alzare di colpo, nell'improvviso eccitamento di un'idea. Err, senza rumore, lungo le crociate, fermandosi alle diverse cappelle, tutte, una eccettuata, consacrate ad una particolare devozione. Egli sost nella nicchia chiara, senza lampada e senza attribuzione, pi a lungo, tanto a lungo quanto gli fu necessario per ben precisare il progetto d'ornarla con la sua propria generosit. L'avrebbe preservata da ogni altro culto, senza associarla a nulla di profano, e l'avrebbe presa come gliela avrebbero ceduta, per farne un capolavoro di splendore, una montagna di fuoco. Curata nel corso dell'anno con venerazione, circondata dall'atmosfera santificata della chiesa, sarebbe sempre stata libera per le sue proprie cerimonie. Vi sarebbero state certamente delle difficolt, ma sin dal principio apparvero a Stransom facilmente superabili. Anche per una persona cos poco iniziata, la cosa era accomodabile; vedeva tutto in anticipo, e soprattutto di quale limpida serenit il luogo sarebbe stato per lui, nelle pause delle occupazioni, nella malinconia dei lunghi pomeriggi; di quale ricchezza sarebbe stato un pegno in ogni tempo, tra quel mondo indifferente. Prima di ritirarsi, Stransom si avvicin di nuovo al luogo in cui s'era prima seduto, e, ci facendo, incontr la signora che aveva vista in preghiera, mentre si dirigeva alla porta. Ella gli pass oltre rapidamente, e non n'ebbe che una visione fugace del volto pallido e degli occhi senza espressione, quasi senza sguardo. In quel momento ella sembrava evanescente e magnifica.
Tale fu l'origine del culto, d'allora in poi pubblico, bench esoterico, che finalmente Stransom pot istituire. Ci volle molto tempo, ci volle un anno, e il modo di procedere come il risultato sarebbero stati per qualsiasi osservatore una viva imagine della sua buona fede. Nessuno, in realt, ne seppe nulla, nessuno, eccezion fatta per gli accomodanti sacerdoti, che aveva rapidamente conosciuti, vincendone le obiezioni con dolcezza, conquistandone accortamente la curiosit e la simpatia, e strappandone eventualmente il consenso con la sua eccentrica munificenza, mentre questi gli chiedevano concessioni in cambio d'indulgenza. All'inizio dei suoi passi, naturalmente, Stransom era stato mandato dal vescovo, e questi s'era dimostrato soavemente umano, era parso quasi divertito; ad ogni modo, il successo fu preveduto dal momento in cui il contegno degli interessati divenne liberale in risposta alle liberalit. L'altare, e la nicchia che lo incorniciava, ostensibilmente consacrati ad un culto familiare, dovevano essere mantenuti magnificamente. La sola cosa che Stransom si riserbava personalmente, era il numero dei ceri e il libero godimento della propria intenzione. Quando questa ebbe preso il suo pieno sviluppo, il godimento divenne pi grande ancora di quel che aveva osato sperare. Quando si trovava lontano da quell'altare, si compiaceva pensando a ci che aveva realizzato, amava convincersi di questa realt quando vi era vicino. Non era, spesso, cos vicino perch una visita all'altare non dovesse necessariamente avere il carattere d'un pellegrinaggio; ma il tempo che dedicava alla propria devozione giunse a sembrargli piuttosto un contributo agli altri interessi anzi che un tradimento. Una vita occupatissima poteva diventar pi facile, quando v'era aggiunta una nuova ragion d'essere.
Non indovinarono mai quanto pi facile fosse diventata coloro i quali, notando le frequenti scomparse di Stransom, davano una spiegazione molto volgare di ci che solevano chiamare i suoi tuffi. Questi tuffi lo trascinavano in profondit pi calme delle profonde caverne del mare, e, dopo una o due di queste scomparse, quest'abitudine era diventata quella che pi gli sarebbe costato d'abbandonare. I suoi Morti, ora, avrebbero almeno posseduto qualcosa di realmente loro, e Stransom si compiaceva di pensare che avrebbero potuto talora identificarsi con i Morti degli altri, nel modo stesso che i Morti degli altri avrebbero potuto essere invocati sotto gli auspici del culto che aveva istituito. Gli sembrava che colui, chiunque fosse, il quale avesse piegato le ginocchia sul tappeto ch'egli aveva teso a terra, avrebbe agito secondo lo spirito della sua devozione; per lui, ognuno dei ceri aveva un nome, e di quando in quando uno nuovo se ne accendeva. Aveva obbedito ad un principio fondamentale: che vi sarebbe sempre stato posto per loro; tutti quelli che passavano o si fermavano non vedevano che un altare, il pi risplendente degli altari. E davanti a quell'altare un uomo anziano, seduto, immobile, immerso in una fantasticheria o in un dormiveglia, ne subiva lo strano fascino. Una parte della soddisfazione che codesto luogo procurava a quel misterioso ed irregolare adoratore, derivava dal fatto che vi ritrovava gli anni della vita passata, i legami, gli affetti, le lotte, le sottomissioni, le conquiste, una rimembranza di quell'avventuroso viaggio, le tappe del quale sono segnate dagli inizi e dalle fini delle relazioni umane. Stransom non aveva generalmente molta inclinazione per il passato, in quanto parte della sua propria storia. In altri tempi, in altri luoghi, questo passato gli sembrava soprattutto pietoso da considerare ed impossibile da riparare; ma, in questa occasione, lo accettava con un po' di quella gioia molto reale, con la quale ci si abitua ad un male che comincia a piegare sotto la cura. La vita, questa malattia, comincia in un dato momento a cedere sotto la cura del tempo, e in quelle ore di meditazione egli percepiva pi chiaramente questa realt. Il giorno in cui, per la prima volta, aveva fatto conoscenza con la morte era l, segnato, e le successive fasi di questa conoscenza erano simbolizzate ognuna da un cero.
I gruppi dei ceri si facevano pi numerosi, perch Stransom era penetrato in quell'ombroso viale per il quale la nostra vita discende verso la tomba, e lungo il quale uno dei nostri muore ogni giorno. Solo da ieri raggiava la fiamma bianca di Caterina Creston, e gi stelle pi recenti scintillavano in cima ai ceri. Diverse persone, per le quali non aveva mai avuto un interesse molto vivo, gli si riavvicinavano, entrando nelle file di quella comunit. Testa per testa, li contava di nuovo, sinch si sent simile al pastore davanti al gregge raccolto, e come il pastore dotato della visione delle impercettibili differenze. Conosceva ogni cero separatamente, e financo il colore della sua fiamma, e l'avrebbe riconosciuto persino se il posto ne fosse stato cambiato. Per altre imaginazioni quei ceri potevano rappresentare altri simboli, purch fosse un simbolo davanti al quale si serbasse il silenzio: questo era il suo solo desiderio; ma aveva intensamente coscienza della nota personale di ciascuno dei ceri, e della parte distinta che eseguiva nel suo concerto. V'erano ore nelle quali si coglieva quasi a desiderare che certi amici suoi morissero, perch gli fosse possibile di riallacciare con loro, per questo mezzo, relazioni pi deliziose di quelle delle quali poteva godere durante la loro vita. Per quanto si riferisce ad amici donde ci separano i lunghi meridiani di questo globo, relazioni d'un simil genere non potevano che costituire un progresso, mettendoli istantaneamente a nostra portata. V'erano, naturalmente, delle brecce nella costellazione, perch Stransom sapeva che solo la pretesa d'agire secondo se stesso gli era permessa, e non tutte le figure che gli passavan davanti agli occhi nelle grandi tenebre avevano diritto a un ricordo. V'era nella morte stessa una strana santificazione, ma certe figure erano pi santificate dall'oblio che dal ricordo. Il vuoto pi impressionante in quella risplendente falange derivava dal ricordo d'Acton Hague, che invano cercava di scacciare. Per Acton Hague nessuna fiamma avrebbe mai potuto brillare su un suo altare.
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Capitolo 4.
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Tutti gli anni, nel giorno in cui ritornava dal grande cimitero, entrava nella chiesa, come aveva fatto il giorno ch'ebbe quell'idea. In quest'occasione, trascorso un anno, not che il suo altare era frequentato da un adoratore, assiduo per lo meno quanto lui stesso. Altri fedeli andavano e venivano, ivi, come nel rimanente della chiesa, imponendosi talora, mentre scomparivano, ad un incontro vago o pi definito; ma poteva sempre notare, arrivando, quella instancabile presenza, e v'era ancora quando egli se ne andava. Fu sorpreso, la prima volta, per la prontezza con cui ella assunse un'identit ai suoi occhi: l'identit della signora che due anni prima, nel giorno anniversario, aveva veduto cos profondamente prosternata, quella che gli aveva lasciato scorgere il tragico volto in una visione cos fuggitiva. Dato il tempo trascorso, il ricordo che serbava di lei era abbastanza preciso da farlo meditare. Ella non aveva certamente impressione alcuna di lui, o, piuttosto, non ne aveva sbito avuto alcuna. Venne il tempo in cui il suo modo di adempiere ai riti, lasci supporre ch'essa aveva, a poco a poco, capito che la devozione di Stransom era dello stesso genere della sua. Ella ne utilizzava l'altare per la sua personale intenzione; egli poteva soltanto sperare che, triste e solitaria come sembrava essere, se ne servisse per i suoi propri Morti. Per parte di Stransom, v'erano interruzioni, infedelt, in risposta ad altri doveri, ad altri obblighi, ma a mano a mano che i mesi passavano, ogni volta che ritornava all'altare, ritrovava l'ignota, e termin col provarne un piacere, pensando che le aveva procurato una sodisfazione eguale alla propria. Pregavano cos spesso, a fianco a fianco, che talora egli desiderava averne la certezza, tanto appariva loro chiara la prospettiva d'invecchiare insieme nello stesso culto. Ella era pi giovine di lui, ma sembrava avere altrettanti Morti, altrettanti ceri. Ella non aveva n colore, n voce, n bocca, ed egli aveva anche concluso in se stesso che non doveva possedere mezzi di fortuna. Sempre vestita di nero, doveva avere avuto una lunga teoria di dolori. In fondo, chi poteva subire tante perdite non era positivamente povero, anzi era ricco, perch poteva rinunciare a tante cose. Ma l'aria devota ed indifferente di quella donna, che in ogni casuale atteggiamento aveva una bellezza naturale di linee, faceva credere a Stransom che avesse conosciuto pi di una specie di dolori.
Egli nutriva un amore profondo per la musica, ma aveva poco tempo per assaporarne il godimento. Di quando in quando, nel pomeriggio del sabato, quando si calmava il rumoroso tumulto dei d di lavoro, ricordava l'esistenza di certe gioie. Gliele ricordavano degli amici, e si ritrovava, seduto accanto a loro, ai concerti. In una di quelle giornate d'inverno, a St. James Hall, una volta seduto, s'accorse che la signora, che aveva cos spesso veduta in chiesa, occupava il posto al suo fianco, ed era evidentemente sola, come per caso, quel giorno, era lui stesso. Troppo assorta dapprima nella lettura del programma per prestare attenzione al vicino, ella gli volse finalmente un'occhiata. Egli colse l'occasione per parlarle, ed entr in argomento, notando che gli sembrava di conoscerla. Ella sorrise, dicendo: "Oh s, vi riconosco". Tuttavia, bench ella ammettesse la lunga conoscenza, era la prima volta ch'egli ne vedeva il sorriso, il cui effetto contribu a stringerne le relazioni pi di qualsiasi altro precedente incontro. Non aveva "scoperto" che fosse cos bella. Pi tardi, nella serata, mentre rotolava in una carrozza a due ruote, andando a pranzo in citt, aggiunse che non aveva ammesso che fosse tanto interessante. La mattina dopo, in mezzo al suo lavoro, ebbe improvvisamente l'insolito pensiero che, l'impressione che aveva di lei, risalendo ad una data gi cos lontana, era come un fiume dai meandri sinuosi, che finalmente avesse raggiunto il mare.
Il ricordo di quel che tra loro era passato provoc, quel giorno, una specie di confusione nel suo lavoro. Non era una gran cosa in s, ma ne derivava il cambiamento. Tutt'e due avevano ascoltato Beethoven e Schumann, avevano parlato durante gli intermezzi, e, alla fine, quando tutti si affollavano verso le porte, le aveva chiesto se non poteva esserle di una qualche utilit all'uscita. Ella lo aveva ringraziato, poi, aprendo l'ombrello, era scivolata nella folla senza fare allusione al prossimo incontro, lasciandogli la facolt di ricordarsi che non una parola era stata scambiata, a proposito di quella coincidenza. Quel silenzio lo colp dapprima come una cosa naturale, poi come una cosa d'intenzione maligna. Ella non avrebbe dovuto permettergli che le rivolgesse la parola e, tuttavia, se non glielo avesse permesso, l'avrebbe giudicata male educata; era assai strano, dato che nulla li aveva mai messi in contatto, che egli avesse potuto emettere con successo la pretesa che loro due fossero, in qualche modo, vecchi amici; fatto negativo che, tuttavia, era gi pi di quel che poteva dire. Il suo successo,  vero, era stato sottolineato dalla brusca fuga della donna; cos che crebbe in lui l'assurdo desiderio di sottoporlo ad una nuova prova. Tranne l'attesa di qualche magra probabilit che potesse aiutarlo, la sola prova possibile stava nel vederla in chiesa. Se fosse stato abbandonato a se stesso sarebbe andato alla chiesa sin dal giorno dopo, per semplice curiosit, per vedere se c'era; ma, dopo aver deciso d'andarci, s'accorse di non essere libero. La forza che lo trattenne gli fece constatare come, in realt, i suoi morti non lo lasciassero mai a se stesso. Andava in chiesa soltanto per loro, e per nessun altro scopo.
Questa forza avversa lo trattenne per dieci giorni: gli era odioso associare la cappella ad alcunch di diverso dai suoi offici, o di lasciar intravvedere la curiosit ch'era stata sul punto di commoverlo. Era assurdo complicare una cosa cos semplice, come la pratica abituale di un culto, che sarebbe facilmente diventato cotidiano e persino di tutte le ore; nondimeno la complicazione era giunta, e Stransom se ne sentiva irritato, deluso, come se un lungo e felice incanto fosse stato rotto ed avesse perduto un sentimento familiare di sicurezza. Alla fine si chiese, per, se doveva allontanarsi per sempre dal suo altare, per paura di creare confusione nei motivi che lo movevano. Ritorn alla chiesa dopo un periodo n pi breve n pi lungo del solito, con la nettissima convinzione che si sarebbe a pena accorto della presenza o dell'assenza della signora del concerto. Quest'indifferenza non gli imped, tuttavia, di notare immediatamente che, per la prima volta dopo il giorno che l'aveva scorta, non c'era. Non si fece scrupolo, allora, di lasciarle il tempo di giungere, ma ella non venne e, quando se ne and, rimpiangendone ancora l'assenza, si sent afflitto ed ammise quella pena profana. Poich l'assenza di quella donna non faceva che ingarbugliare la rete delle complicazioni, voleva dire ch'ella ne era l'artefice. Alla fine dell'anno successivo, la situazione era, infatti, complicatissima, ma in quel tempo se ne preoccupava assai poco; gli scrupoli gli erano dati soltanto dall'abitudine di analizzarsi. In tre mesi, era stato tre volte nella chiesa senza incontrarvela, e si accorse che non c'era stato bisogno di queste prove per convincersi egli stesso che la sua incertezza s'era calmata. E pure, per quanto strano possa sembrare, soltanto un raffinamento di delicatezza e non l'indifferenza gli aveva impedito di chiedere al sacrestano se avesse veduto la ignota in altre ore. Doveva, del resto, a questa discrezione se al concerto gli era stato facile mostrarsi d'un'amabilit cos corretta.
E dovette a questa indovinata discrezione se gli fu possibile, incontrando finalmente lo sguardo dell'Ignota, in occasione di una terza prova, attendere ch'ella si alzasse per andarsene. La raggiunse sollecito nella via, e le chiese se poteva accompagnarla per un po' di strada. Egli, dietro il suo tacito consenso, l'accompagn sino ad una casa dei dintorni, dove ella aveva da fare. Gli disse che non viveva in quella casa: abitava, disse, una semplice spelonca in compagnia di una vecchia zia; il ricordo di questa persona condusse la conversazione sull'argomento dei cmpiti grevi e fastidiosi, e delle occupazioni cotidiane. Ella pure, quella nipote in lutto grave, non era pi nella prima giovent, e il fulgore di un tempo le aveva lasciato, avvizzendo, un'aria che costitu per gli occhi di Stransom la prova che quella bellezza era stata tragicamente sacrificata. Asser alcune cose con Stransom, ma tutte senza alcun preciso riferimento. Ella avrebbe potuto essere una duchessa divorziata; ma avrebbe anche potuto essere una vecchia signorina, insegnante d'arpa.
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Capitolo 5.
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A poco a poco, presero l'abitudine di passeggiare insieme, quasi ogni volta che si ritrovavano; ma per molto tempo ancora s'incontrarono solo in chiesa. Egli non poteva chiederle di farle visita, perch non lo invit mai, come se non avesse una casa presentabile per poterlo ricevere. Conosceva quanto lui la societ londinese, ma, per istintiva delicatezza, frequentavano quartieri ignoti ai passeggiatori mondani. Al ritorno, lo obbligava ogni volta a lasciarla sempre sullo stesso angolo di strada; coglieva il pretesto di fermarsi, guardando con lui quelle cose meschine, che si vedono esposte nelle mostre dei negozi di sobborgo; e mai egli le diceva una parola ch'ella non comprendesse magnificamente. Per molto tempo, Stransom ne ignor il nome, ed ella anche non disse mai il suo; ma che importavano i nomi? Importava soltanto l'intesa perfetta, la comunione di propositi e di culto. Proprio tutto ci manteneva le loro relazioni su un terreno cos impersonale, che non seguirono n il cammino n le ragioni che reggono il corso delle amicizie ordinarie. Rimasero indifferenti a tutti i particolari, che sono ritenuti necessari nelle relazioni mondane. Un giorno, e non seppero mai chi dei due l'espresse per primo, finirono ad emettere l'idea che non si curavano affatto l'uno dell'altra. In sguito a questa constatazione, crebbe l'intimit tra loro, perch ne risero insieme, facendo in tal modo fare un nuovo passo alla loro confidenza. Se sentire profondamente insieme certe cose, assolutamente distinte, non costituiva un pegno di sicurezza, dove trovare allora questa salvaguardia? Talora, in rare occasioni, se una circostanza veniva a rendere pi calda l'atmosfera che li avvolgeva, stavano per chiamare i loro morti con i loro nomi, con l'emozione grave e contenuta dei credenti, che alludono ai misteri della loro fede. Si sentivano allora in procinto di esprimere intero il loro pensiero. La parola "Essi" diceva abbastanza, limitava l'allusione, aveva una dignit personale, e se aveste udito i nostri amici servirsene nelle loro conversazioni, li avreste potuti credere una coppia pagana dell'antichit, parlante con rispetto degli di lari. Non seppero mai, Stransom almeno l'ignor sempre, come avevano imparato ad esser cos sicuri l'uno dell'altra. Se ognuno di loro si fosse chiesto perch l'altro era venuto, la certezza sarebbe sgorgata di per s. Ogni fede porta in se stessa l'istinto della propaganda, ed era naturale e bello, che avessero sbito avuto piacere imaginandosi di trovare l'uno nell'altra un discepolo. Era ampiamente sufficiente che la loro propaganda avesse trascinato un solo discepolo; ma il debito di lei, tuttavia, era molto superiore a quello di Stransom: mentre ella non gli aveva fornito che un'adoratrice, egli le aveva procurato un tempio magnifico. Ella disse una volta d'aver piet di lui per la lunghezza della sua lista: ne aveva contati i ceri con altrettanta frequenza, e, in proposito, egli si chiese di che importanza potesse essere quella di lei. Si era prima stupito della coincidenza delle loro perdite, soprattutto quando, di tanto in tanto, un nuovo cero si accendeva. Un accidente lo condusse una volta ad esprimere questo stupore, e, come sorpresa che non avesse ancora capito, ella rispose:
Oh! Per me, pi ce ne sono meglio ; non saranno mai troppo numerosi, vorrei ce ne fossero centinaia e centinaia, vorrei fossero a migliaia, vorrei una collina di ceri.
Allora, egli comprese, in un lampo:
I vostri morti sono uno solo?
Ella esit pi di quanto l'avesse mai vista esitare, poi, arrossendo come se egli possedesse ora il segreto che custodiva gelosamente, rispose:
S, uno solo.
Parve allora a Stransom di saperne ancor meno di prima, tanto gli riusciva difficile concepire una vita nella quale un'unica esperienza era bastata per cancellare tutte le altre. Attorno al vuoto, che ne costituiva il perno centrale, la sua vita personale era stata assai piena. Ella parve in seguito rimpiangere la confessione, bench nel momento in cui aveva parlato vi fosse stato dell'orgoglio nella sua stessa confusione; ella gli dichiar che la parte d'esso lui era il pi bello, il pi caro possesso che si potesse desiderare, la parte che si sarebbe scelta, se avesse potuto scegliere; lo assicur che poteva perfettamente imaginare alcuni degli echi che popolavano il silenzio della sua vita. Egli sapeva ch'era impossibile: i rapporti di ciascuno, con coloro che ha amato o odiato, son di carattere troppo distinto per essere intuiti per analogia. Ma ci non alterava in nulla il fatto che invecchiavano insieme, nel culto comune. Ella era diventata uno dei lineamenti di questa devozione; ma, anche nella piena fioritura della loro amicizia, quando s'incontravano ad un concerto, o andavano insieme ad una mostra, non l'associava a nessun'altra idea. In Stransom, per, il culto divenne esclusivo e supremo. Ad uno ad uno, i suoi amici se ne andarono, cos che ebbe finalmente pi ceri simbolici sull'altare che soglie amiche da varcare. Ella restava pi che mai l'amica, ma era sconosciuta a tutti gli altri. Una volta, avendo ella scoperto una nuova stella, come s'esprimevano, disse che la cappella era ormai piena.
Oh no! ci vuol altro! rispose Stransom. La cappella non sar piena prima che risplenda un cero, il cui fulgore faccia impallidire quello di tutti gli altri, e sar il pi alto di tutti.
Ella pos su lui lo sguardo calmo e stupito:
Di che cero volete parlare?
Voglio dire del mio, cara signora.
Dopo un certo tempo, aveva saputo ch'ella guadagnava un poco di danaro con la penna, scrivendo sotto uno pseudonimo che non gli rivel mai, in riviste che non vide mai. Ella sapeva benissimo e che cosa poteva egli leggere e che cosa poteva ella scrivere, e gli insegn a coltivare un'indifferenza che contribu all'armonia delle loro relazioni. Quell'invisibile lavoro piaceva a Stransom, sodisfaceva all'idea che aveva di lei, della dignit della sua vita fiera ed oscura, del suo ingegno rimunerativo, della sua piccola ed impenetrabile casa. Sola, con la vecchia zia, perduta nel mondo limitato e stravagante del suo sobborgo, ella ritornava alla superficie per lui, di quando in quando. Era la sacerdotessa del suo altare, ed ogni volta che doveva lasciar l'Inghilterra, gliene commetteva la custodia. Ella ridest in lui l'opinione che le donne hanno un'anima pi religiosa degli uomini; la sua personale piet gli parve opaca e pallida in confronto; le diceva spesso che, dato il poco tempo che gli restava da vivere, si rallegrava che ne rimanesse tanto a lei, felice di pensare che sarebbe rimasta custode del tempio, quando egli avrebbe sentito suonare l'ora dell'appello. Aveva elaborato un gran progetto, che le comunic: si trattava di un lscito in danaro, per sovvenire al mantenimento dell'altare, senza diminuirne il lusso; l'avrebbe nominata gerente dell'istituzione e, se l'ispirazione ve la spingeva, avrebbe potuto anche accendere un cero per lui:
E chi potr accenderne uno per me? chiese ella, gravemente.
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Capitolo 6.
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Frattanto, il giorno in cui Stransom ritorn dalla pi lunga assenza che avesse mai fatta, ella era sempre in lutto: il suo aspetto gli rivel che aveva subto una nuova perdita. Si incontrarono, mentre ella lasciava la chiesa, e, rimandando a pi tardi la sua entrata, egli le propose di tornare indietro per accompagnarla. Ella riflett, poi disse:
No, ora entrate in chiesa, ma venite da me fra mezz'ora.
Conosceva la stretta prospettiva della via, chiusa ad una delle estremit, d'aspetto squallido quanto una tasca vuota, fiancheggiata da sordide casette semi-divise, bench indissolubilmente unite, che facevan pensare a coppie di sposi mal combinate. Per quanto spesso fosse andato sino all'entrata, non era mai proceduto oltre. La zia era morta, Stransom lo aveva immediatamente intuito, e intuiva anche che questo fatto creava una differenza; ma quando, per la prima volta, ella ebbe detto il numero di casa, nel lasciarla rimase sconvolto da quella improvvisa liberalit. Ella non era, dopo tutto, una di quelle persone con le quali le relazioni procedono molto rapide: a Stransom erano stati necessari mesi e mesi per saperne il nome, anni ed anni per saperne l'indirizzo. Se in quest'ultimo incontro gli era sembrata tanto invecchiata, come le sembrava egli? Ella aveva raggiunto quel periodo della vita, da molto tempo superato da Stransom, in cui il volto dell'amico incontrato per caso, dopo una separazione, segna, quadrante espressivo, l'ora che abbiamo cercato di dimenticare. Non avrebbe potuto esprimere ci che s'aspettava nel momento in cui, spirato il tempo, volt l'angolo al quale per lunghi anni s'era fermato: non fermarsi era di per se stesso un motivo d'emozione sufficiente. Era, in certo qual modo, un avvenimento: nel corso della loro amicizia non se n'erano mai verificati. L'importanza ne aument quando, cinque minuti dopo, nel quadro elegante e discreto del salottino, ella balbett un'accoglienza che dimostrava quale proporzione assumesse anche per lei quell'avvenimento. Egli aveva la strana impressione d'esser venuto per qualcosa di particolare, impressione strana, perch, nel senso letterale della parola, non v'era nulla di particolare tra loro, nulla, se non che sentivano un medesimo grande interesse, cosa diventata per loro, gi da molto tempo, una mirabile certezza.
Ora potrete venire sempre, ella disse.
Dopo questa frase, parve a Stransom che quella cosa che attendeva, ch'era la ragione per cui era l, fosse gi compiuta. Le chiese se la morte della zia era la causa di quel cambiamento, ed ella replic:
Non ha mai saputo che vi conoscessi, desideravo l'ignorasse.
Il raggiare magnifico del suo candore, la sua bellezza declinante era simile ad un crepuscolo estivo, allontanava queste parole da qualsiasi sospetto d'ipocrisia. Avrebbero potuto colpirlo come la prova di una profonda dissimulazione, ma ella gli aveva sempre dato l'impressione d'agire secondo nobili ed elevate ragioni. La zia scomparsa era presente, mentre egli si guardava intorno, nei piccoli particolari raffinati della stanza: velluto perlato, damasco striato; e, bench avesse, come sappiamo, una grande venerazione per i morti, si sorprese a non rimpiangere veramente quella signora. Se non aveva il suo posto sulla sua lunga lista personale, l'aveva tuttavia su quella breve della nipote, e ben presto Stransom not che ella avrebbe ormai avuto almeno, nella chiesa che tutt'e due frequentavano, un nuovo motivo di devozione.
S, ne avr un altro. La zia era molto buona con me. In questo sta la differenza.
Stransom, riflettendo a lungo prima di fare il pi lieve gesto per ritirarsi, giudic che la differenza sarebbe stata grandissima, e avrebbe consistito in ben altre cose. Quest'idea l'agghiacci piuttosto, perch erano stati felici insieme, cos com'erano in precedenza; ad ogni modo, ne aveva ottenuto l'assicurazione che, d'ora in avanti, avrebbe goduto di mezzi meno limitati; il piccolo patrimonio della zia passava a lei, e ormai avrebbe potuto spendere per s sola quello che prima doveva bastare per due. Questo fatto fu una gioia per Stransom, perch gli era stato sino ad allora egualmente impossibile offrirle doni, e frenare facilmente il proprio desiderio di generosit. Era troppo brutto quel modo di vivere al suo fianco nell'abbondanza, senza che gli fosse possibile di addolcirne la povert, larghezza che sarebbe stata evidentemente una nota falsa. Il miglioramento delle sue condizioni sembrava soltanto affermare, in un senso, la solitudine del suo futuro. Cos, ella vivrebbe sempre pi esclusivamente per il loro limitato culto, e ci nel momento stesso in sui Stransom cominciava a sentire che, avendolo istituito, avrebbe potuto accadere che, stanco, l'abbandonasse. Dopo essere rimasti seduti per un po' di tempo in quel triste salottino:
Questo non  la mia stanza, disse ella, alzandosi. Andiamo in camera mia.
Non ebbero che da attraversare l'atrio esiguo per trovarsi trasportati in un'atmosfera diversa. Quando ella ebbe richiusa la porta della seconda stanza, si sent in pieno possesso di lei. Il luogo aveva lo splendore della vita, era "espressivo"; le pareti, rosso cupo, s'animavano di ricordi e di reliquie. Erano cose semplicissime, fotografie e acquarelli, frammenti di scrittura incorniciati, fantasmi di fiori profumati; ma un momento bast, perch Stransom capisse che avevan tutti un comune significato. Ivi ella aveva vissuto e lavorato, e gi gli aveva detto che non avrebbe mutato nulla nella cornice della sua vita. Stransom decifrava, in quegli oggetti che lo circondavano, il rapporto con lei e la generica allusione ai luoghi e alle epoche. In capo ad un minuto distinse il ritratto d'un signore. Da lontano e senza occhiali, il suo sguardo fu attratto da quell'oggetto, al punto d'avere una vaga curiosit. Presto, quest'impressione lo fece avvicinare; un momento dopo fissava gli occhi sul ritratto, stupefatto, con la sensazione che in lui si fosse spezzata qualche corda. Ebbe quindi coscienza di lasciar vedere alla compagna un volto pallido, e, rivolgendosi a lei, ansante:
Acton Hague!
La sorpresa di lei eguagli quella di Stramson:
Lo conoscevate!
 stato l'amico della mia giovinezza e della mia prima maturit. Voi pure lo conoscevate?
Ella arross, il suo sguardo abbracci tutta la stanza, una strana ironia le sal alle labbra, rispondendo:
Se lo conoscevo?
Allora, Stransom comprese, mentre la camera gli sembrava oscillasse come una cabina di nave, che i mobili, gli oggetti, tutto gridava la presenza d'Acton Hague, che quello era un museo in onor suo, che tutti quegli ultimi anni gli erano stati consacrati, che il reliquario che egli aveva edificato, ella, nella sua passione, l'aveva convertito a questo culto. Ella s'era inginocchiata, tutti i giorni, davanti al suo altare, per Acton Hague soltanto. Che bisogno v'era d'un cero per lui, quando era presente nell'insieme e nel particolare di quell'altare? Questa rivelazione schiaffeggi cos violentemente il nostro amico, che si lasci cadere su una sedia e vi rest muto. Aveva sbito sentito ch'ella pure era scossa dalla forza del suo urto, ma poich si lasciava cadere sul divano al suo fianco, e gli posava la mano sul braccio, comprese quasi istantaneamente che, forse, ella non poteva sentir quell'urto cos intensamente, come avrebbe desiderato.
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Capitolo 7.
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Conobbe in quell'istante due cose: una, ch'ella in tanto tempo non aveva mai percepito eco alcuna n della sua grande intimit, n della sua grande lite; l'altra, che a dispetto di questa ignoranza, imaginava subito un motivo pel suo stupore.
Com' straordinario, esclam d'un tratto, che non lo si sia mai saputo!
Ella ebbe un pallido sorriso, che parve a Stransom pi strano del fatto in se stesso:
Non ho mai, mai parlato di lui!
Egli percorse la camera con lo sguardo:
Perch mai, se la vostra vita era piena di lui?
Non potrei rivolgervi anch'io la stessa domanda? Anche la vostra vita non  stata piena di lui?
Non importa chi, non conta quale vita, avendo avuto la meravigliosa esperienza d'avvicinarlo, di conoscerlo. E, dopo un momento, soggiunse: Non ho mai parlato di lui perch mi ha fatto, anni sono, un torto indimenticabile.
Ella taceva, e non udirla sollevare protesta alcuna, in quell'atmosfera dominata dalla presenza d'Acton Hague, lo fece trasalire. Accettava quant'egli aveva detto: le rivolse lo sguardo per vedere in qual modo ne accogliesse le parole. Le lacrime le salivano agli occhi, una strana dolcezza era impressa nel gesto che fece la mano per prendere quella di Stransom. Egli non aveva mai conosciuto cosa pi meravigliosa che vedere, in quella piccola stanza, cappella di ricordo e di culto, quella donna lasciargli intuire, con quella squisita soavit, come da parte d'Acton Hague, ogni ingiuria fosse credibile. Il tic-tac della pendola echeggiava nel silenzio, certamente, Hague gliela aveva donata, e, mentre gli lasciava tenere la mano nelle sue, l'amica sembrava assumere la responsabilit del suo antico dolore, come della sua sofferenza presente.
Dio! come deve avervi trattata! esclam Stransom.
Ella, a queste parole, lasci la sua mano, si alz, e, attraversando la stanza, and a raddrizzare un quadretto ch'egli aveva leggermente spostato, esaminandolo; poi, voltandosi, dichiar con la smorta allegria, a pena recuperata:
Gli ho perdonato.
So che cosa avete fatto, disse Stransom; so che cosa avete fatto per anni interi.
Si guardarono un momento, attraverso tutto quel passato, leggendosi l'un l'altra negli occhi la lunga comunanza di servit. Quello sguardo fu per il sentimento di Stransom una piena confessione, una confessione rigorosa e totale della donna che gli stava davanti, arrossendo: ella parve capire che cosa vi leggeva. Egli si alz:
Quanto avete dovuto amarlo! esclam.
Le donne non sono come gli uomini: esse possono amare anche coloro che le han fatte soffrire.
Le donne sono ammirevoli, disse Stransom; ma vi assicuro che, io pure, gli ho perdonato.
Se avessi sospettata questa strana storia, non vi avrei condotto qui.
In modo che avremmo potuto vivere nell'ignoranza sino alla fine?
Che intendete per fine? chiese ella, sempre sorridente.
Anch'egli non pot rispondere che con un sorriso:
Vedrete... quando accadr.
Forse  meglio, riflett ella; ma cos com'eravamo prima, stavamo bene.
Non gli  mai accaduto di parlar di me? egli domand.
Ella, riflettendo pi profondamente ancora, non rispose: comprese che la sola risposta adeguata che potesse dare alla domanda sarebbe stato chiedergli quanto sovente avesse lui stesso parlato del temibile amico. Un lampo d'allegria apparve d'improvviso sui suoi lineamenti, e l'eccitazione del suo spirito si rivel in questa domanda:
Gli avete perdonato?
Come potrei, altrimenti, indugiare qui?
Ella trasal visibilmente, sotto la profonda bench involontaria ironia di questa frase, ma nel momento stesso chiedeva, ansante:
Allora, tra i ceri del vostro altare?..
Non ve n' mai stato uno per Acton Hague.
Ma se  uno dei vostri morti! esclam, scrutandolo, abbattuta.
 uno dei morti di questo mondo, se volete, uno dei vostri morti; ma non uno dei miei. I miei morti son quelli che si spensero nel possesso di me stesso e nel mio possesso. Sono miei nella morte, perch furono miei nella vita.
Ma egli fu uno dei vostri durante la vita, anche se non lo fu pi per un certo tempo. Se gli avete perdonato, siete ritornato a lui. Quelli che abbiamo amato una volta...
....sono quelli che pi profondamente ci hanno potuto ferire, interruppe Stransom.
Ah! non  vero, non gli avete perdonato! ella gemette, con un accento di disperazione, che colp Stransom.
La guard, come mai l'aveva ancor guardata.
Che cosa vi ha fatto?
Tutto, poi gli tese bruscamente la mano: Addio!
Si sent ghiacciare, come la sera che aveva letto della morte di quell'uomo.
Volete dire che non c'incontreremo mai pi?
Mai pi, nelle condizioni in cui c'incontrammo... laggi!
Egli restava costernato per la rottura di quel legame potente, che li incatenava l'uno all'altra, costernato da quella rinuncia, che echeggiava rumorosa nelle parole ch'ella aveva detto.
Ma che c' di mutato per voi?
Ella attese; l'acutezza del turbamento in cui per la prima volta la vedeva, la rendeva rigida e splendida.
Come potreste comprendere ora, se non comprendevate prima?
Prima non comprendevo, soltanto perch non sapevo. Ora che so, vedo con che ho vissuto per tanti anni, rispose dolcemente Stransom.
Ella lo guard riconoscente, rendendo giustizia a quella dolcezza:
Dopo avervi tanto rivelato della mia vita, come chiedervi di condividere quel passato e di vivere con quell'idea?
Ho edificato il mio altare con multipli significati... cominciava Stransom.
Avete edificato il vostro altare, lo interruppe ella, vivamente, e quando pi ne sentivo il bisogno, l'ho trovato pronto nel suo splendore. Me ne sono servita con la riconoscenza che vi ho sempre dimostrata, perch sapevo da molto tempo che era consacrato alla morte! Vi ho detto, molto tempo fa, che i miei morti non erano numerosi; lo erano i vostri, ma quello che avete fatto per loro non era troppo per il mio unico culto. Voi avevate collocato un cero per Ognuno di loro: io ho riunito tutti quei ceri per il culto d'Uno solo.
Avevamo semplicemente intenzioni diverse, replic egli. Comprendo perfettamente quel che dite, e non vedo perch l'intenzione vostra non dovrebbe continuare a sostenervi.
Ci deriva dal fatto che siete generoso; potete farvene una ragione, e riflettere. Ma il fascino  rotto.
Bench si rifiutasse d'ammettere questa evidenza, anche al povero Stransom sembrava che il fascino fosse rotto, e l'avvenire gli si stendeva davanti in una prospettiva grigia e deserta. Non pot dire, per, altro che questo:
Spero, nondimeno, che proverete, prima di rinunciare.
Se avessi saputo che l'avevate conosciuto, avrei senz'altro pensato che vi fosse il suo cero, ella rispose. Le cose sono mutate perch, lo dite voi, facendo questa scoperta, vedo che non c' mai stato, e ci spiega il mio contegno... Ella si ferm un momento, riflettendo come qualificarlo, e disse semplicemente: ...del tutto falso.
Ritornate una volta ancora, supplic egli.
Gli darete il suo cero? ella domand.
Egli esit un momento, non perch dubitasse del proprio sentimento, ma perch quello che stava per dire avrebbe risuonato poco piacevole.
Non lo posso fare, dichiar finalmente.
Allora, addio!
E gli tese nuovamente la mano. Era congedato. Del resto, nel tumulto di quanto gli si era rivelato, sentiva la necessit di ricomporsi, e lo poteva solo nella solitudine. Nondimeno rimase, attardandosi per vedere se ella non trovasse un compromesso, un'attenuazione da proporre. Incontr soltanto i suoi grandi occhi dolenti, nei quali lesse una pena eguale alla propria. Per questo, disse:
Checch ne sia, potr almeno vedervi qui?
Oh, s! Venite, se volete; ma non mi pare una soluzione.
Abbracci la stanza con un'ultima occhiata: egli pure era assai poco sicuro che fosse una soluzione. Si sent abbattuto, aveva sempre pi freddo, e quel freddo lo invadeva come un brivido di febbre: doveva fare uno sforzo per non tremare.
Bisogna che cerchi, disse con voce lamentosa, per conto mio, se non potete farlo per parte vostra...
Lo accompagn sino al vestibolo. Sulla soglia, Stransom le rivolse la domanda, la cui risposta sembrava al suo spirito pi difficile da trovare:
Perch prima non m'avete mai lasciato venire?
La zia vi avrebbe visto, e avrei dovuto spiegarle come vi avevo conosciuto.
E che avrebbe potuto obiettare?
Ne sarebbero derivate altre spiegazioni. Correvo, ad ogni modo, il rischio di noie.
Ella sapeva certamente che andavate in chiesa tutti i giorni? insist Stransom.
Non sapeva perch ci andavo.
Allora, non ha mai sentito parlare di me.
Mi crederete ipocrita, finta; ma non ebbi occasione di esserla.
Stransom era ora sull'ultimo gradino, e l'ospite stava richiudendo la porta dietro di lui. Ne vedeva il volto nella porta schiusa. Fece un appello supremo:
Che vi ha fatto?
Vi sarebbe stato rivelato: la zia ve l'avrebbe detto. Era il terrore del mio cuore, era la mia ragione...
Ella chiuse la porta, lasciandolo fuori.
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Capitolo 8.
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Egli l'aveva spietatamente abbandonata. Era,  naturale, quanto aveva fatto per prima cosa. A poco a poco, nella solitudine e nell'ozio, Stransom, collegando i frammenti che possedeva e illuminando col pensiero cento punti oscuri, ricostitu tutta la storia. Ella non aveva conosciuto Hague che dopo la rottura dei rapporti tra quest'ultimo e Stransom, molto tempo dopo, con molta probabilit, ed era naturale che, della vita privata d'Hague, non avesse conosciuto che quello ch'egli aveva ritenuto opportuno comunicarle. Era perfettamente spiegabile che non le avesse mai parlato di dati periodi della sua vita, anche nelle ore della pi tenera espansione. La maggior parte delle fasi della carriera di un uomo cos noto, erano conosciute dal pubblico. Ma ella viveva al di fuori del mondo, e la sola epoca ch'ella avesse potuto conoscere con precisione era stata quella che aveva seguito l'aurora del suo proprio dramma. Al posto suo, un uomo avrebbe cercato di "conoscere" il passato, e, per esumarlo, avrebbe consultato i vecchi giornali. Era notevole che, durante il loro lungo pellegrinare, a fianco a fianco, pei ricordi del passato, nessun incidente li avesse mai avvertiti. Ma a che discutere, in proposito? L'incidente, del resto, s'era prodotto per il semplice fatto di quella sicurezza ch'era prevalsa. Ella aveva preso da Hague soltanto quello che le aveva dato: la sua ignoranza di tutto il resto era una pennellata nella plastica figura che Stransom sapeva perfettamente quale grande artefice avesse modellata. Questa figura fu per un momento quella che colp il nostro amico; egli soffocava, a mano a mano che comprendeva come la donna, con la quale per tanti anni era stato in una cos delicata comunione, fosse quella che Acton Hague, pi d'ogni altro uomo al mondo, aveva foggiata. Tale come quel giorno l'aveva vista seduta, ella era segnata dalla incancellabile impronta del morto. Benevola, senza colpa, cos come gli sembrava, Stransom non sapeva allontanare da s l'impressione d'esser stato in qualche modo vittima di una frode. Ella lo aveva ingannato, profondamente ingannato, bench non l'avesse pensato pi di quanto l'avesse sospettato egli stesso. Tutto questo pi recente passato gli apparve davanti agli occhi, e gli sembr tempo gettato al vento in un modo grottesco. Tali furono le sue prime riflessioni; ma, in capo a un momento, si sent pi incerto, pi esitante e, finalmente, soltanto pi turbato. Stransom imagin, ricord, ricostitu, disegn a modo suo quella verit, ch'ella s'era rifiutata di rivelargli. L'effetto di questo sforzo gliela mostr pi impregnata ancora della sua fede nell'amico defunto. Malgrado la stranezza della situazione, la natura di lei parve a Stransom pi elevata della sua propria, tanto pi alta in quanto aveva dovuto essere, era sicuramente stata ferita, e se una donna  ferita lo  sempre pi di un uomo, tanto che vi son casi nei quali il minimo ch'essa sopporta  sempre pi di quanto un uomo possa tollerare. Egli era certo che quella creatura d'eccezione non si sarebbe accontentata d'una lieve prova. Stransom era colpito d'orrore all'idea di un simile abbandono, d'una simile disperazione. Bisognava, in realt, che fosse stata modellata da mani potenti per essere stata capace di convertire la propria sofferenza in quella sublime esaltazione. Quell'individuo aveva dovuto semplicemente morire, perch tutto ci che v'era in lui di laido si fosse purificato nell'acqua d'un torrente: era vano cercare d'indovinare che cosa veramente fosse accaduto, ma era chiaro ch'ella aveva finito con l'accusar se stessa. Ella l'assolveva di tutto, e ne adorava persino le piaghe. Come una travolgente marea, la sua passione per il morto, quella passione che Hague aveva accesa, era risalita dopo l'ora del riflusso, e si manteneva ora immota per sempre, negando per sempre allo scandaglio la profondit della sua tenerezza. Stransom pensava sinceramente d'aver perdonato ad Hague; ma quant'era lontano dall'aver compiuto il miracolo ch'ella aveva saputo compiere! Il suo proprio perdono consisteva nel silenzio; quello di lei era fatto di parole, che ella non pronunciava ad alta voce. Il cero ch'ella aveva invocato sul suo altare avrebbe rotto col suo lampo il silenzio, mentre ella era abbagliata da tutte le luci della chiesa.
Per quel che si riferiva alla differenza, ella aveva ragione, aveva detto il vero a proposito del cambiamento: Stransom riconobbe presto d'essere geloso, d'una gelosia perversa ed acuta. La marea della sua amicizia era rifluita, ma non era mai pi risalita; se aveva "perdonato" ad Acton Hague, quel perdono era una povera cosa, una ruota col mozzo spezzato. Il fatto stesso ch'ella desiderava un segno materiale, che rendesse il defunto suo amante l'eguale degli altri della cappella, faceva sembrare a Stransom la concessione troppo solenne. Egli non si era mai considerato un uomo duro, ostinato; ma questa prova esorbitante che si esigeva da lui l'avrebbe facilmente reso tale. Girava e rigirava questa condizione nel suo spirito, e la considerava da punti di vista che sembravano ogni volta pi distanti. Pi la ponderava, meno gli sembrava accettabile. Nello stesso tempo, non s'illudeva affatto delle conseguenze di un rifiuto, capiva perfettamente che avrebbe corrisposto ad una rottura. La lasci per una settimana nella sua solitudine, ma quando finalmente riand a vederla, la sua convinzione si trov crudelmente confermata. Durante quei pochi giorni si era tenuto lontano dalla chiesa, ed ella non ebbe bisogno di assicurarlo di non esservi entrata. Il cambiamento era sufficientemente radicale: aveva spezzato la vita di lei! Pi ancora, aveva spezzato la sua stessa vita. Gli sembrava che tutti i ceri del suo altare si fossero spenti d'un tratto. Una grande indifferenza s'impadron di lui, e il peso stesso di questa indifferenza costituiva per Stransom una nuova pena. Non seppe che cosa fosse per lui la sua devozione, se non il giorno in cui la smise, il giorno in cui, custode del suo culto, cess di vigilare. Non aveva mai saputo con quale serena fiducia aveva contato sul servizio supremo cui doveva rinunciare a causa di questo abbandono, il futuro intero crollava, donde la sua mortale delusione.
I giorni passati lontano da lei gli dettero la prova della fermezza della sua risoluzione: non poteva imaginare ch'essa fosse vendicativa o anche tenace nell'odio. Non lo aveva abbandonato in un momento di collera, si era semplicemente sottoposta all'implacabile realt, all'aspra logica della vita. Ci gli apparve mentre le parlava, seduto in quel salotto in cui sopravviveva l'atmosfera impregnata dalle conversazioni della defunta zia, quali attardatesi vibrazioni d'un clavicembalo incrinato. Ella cercava di fargli dimenticare quanto erano ormai l'uno lontano dall'altra; ma, dominati dal sentimento di ci cui dovevano rinunciare, riusciva impossibile a Stransom non rimpiangerla e non compassionarla. Egli le aveva preso tanto pi di quanto ella gli avesse preso! Discusse ancora, le disse che potrebbe ormai aver l'altare tutto per lei, ma ella s'accontent di scuotere tristemente la testa, supplicandolo di non esaurirsi a favore dell'impossibile, a favore di un passato spento. Non si rendeva egli conto che quei riti, che avevano istituiti, erano in realt una vera e propria esclusione di tutta lei? Ella non rimpiangeva nulla di quanto era avvenuto finch non aveva saputo, tutto era stato perfetto, ora ne sapeva troppo, e ormai che avevan aperti gli occhi non avevano che da sottomettersi. Avevano certamente assai a lungo goduto la felicit di camminare insieme: ella era dolce, riconoscente e rassegnata, ma quell'aspetto velava un'irremovibile decisione. Stransom comprese che non avrebbe mai pi varcata la soglia della seconda stanza, e questo pensiero gli fece sentire quanto ritornasse estraneo, e dette un certo cosciente impaccio alle sue visite. Avrebbe avuto orrore d'immergersi nuovamente nell'abisso dei ricordi, ma la prospettiva contraria gli era egualmente penosa.
Dopo averla riveduta tre o quattro volte, not che queste visite non sortivano altro effetto che diminuire crudelmente la loro intimit. L'aveva meglio conosciuta, l'aveva pi apprezzata, pi liberamente, quando non facevano che passeggiare o inginocchiarsi insieme. Presentemente simulavano soltanto, mentre prima erano nobilmente sinceri. Tentarono di riprendere le passeggiate, ma fu un lamentevole tentativo. Tutto ci era nato e dipendeva intimamente dalle visite alla chiesa: non avevano mai altro fatto che oziare insieme, lasciando la cappella, o v'erano entrati a riposarvisi tutt'e due, dopo una passeggiata. Inoltre, Stramson declinava, non poteva pi camminare come una volta. Questo vuoto rendeva falsa ogni cosa e costituiva come una mutilazione della loro vita. Il nostro amico era franco e monotono, non nascondeva il proprio rimpianto, e n meno nascondeva lo sforzo che faceva per convincerla. La risposta che ella gli dava, qualunque fosse, era sempre la stessa; gli consigliava, quando egli parlava di giungere a convincerla, di calcolare quale conforto essa trovava nella propria convinzione. Egli non trovava nessun sollievo n meno a lamentarsi, perch ogni allusione a quanto era loro accaduto non faceva che rendere ancor pi presente l'autore delle loro pene. Tra loro, c'era Acton Hague. Era questa l'essenza stessa della cosa, e la sua presenza non era mai tanto sensibile tra loro quanto nelle ore in cui si trovavano a faccia a faccia. Allora, bench desiderasse sempre bandire quest'intruso, Stransom provava la strana impressione di dibattersi per potersi liberare e respirare, liberazione che avrebbe per implicato l'accettazione di quella presenza. Profondamente conturbato da quel che sapeva, era pi turbato ancora da quanto ignorava. Aveva perfetta coscienza che parlare male dell'antico amico, o raccontar la storia della loro lite, sarebbe stato un procedimento spaventosamente volgare, e nondimeno l'offendeva il fatto che il riserbo, ch'ella osservava in proposito, non gli offrisse il pretesto di parlare, ed avesse l'aspetto d'una magnanimit superiore alla sua.
Fece il proprio esame di coscienza, s'accus, s'interrog: si chiedeva persino se l'amasse, per prestare una tale attenzione alle avventure che un giorno ella aveva avute. Non aveva ammesso un istante solo d'amarla, ragion per cui nulla poteva tanto sorprenderlo quanto lo scoprirsi geloso. Se non era per gelosia, che cosa poteva provocare in un uomo quella torturante sete di particolari, propri per farlo soffrire? Sapeva perfettamente che non li avrebbe mai avuti dalla sola persona in grado di rivelarglieli: ella lasciava gli occhi cupi di Stransom sollecitarla di domande, e rispondeva soltanto con un sorriso fatto di una squisita piet, non dicendo n la parola che ne avrebbe rivelato il segreto, n quella che avrebbe potuto cancellare in Stransom la ragion d'essere della sua amarezza. Ella non diceva nulla, non giudicava di nulla: accettava tutto, tranne la possibilit d'un ritorno ai simboli d'una volta. Stransom intuiva che anche per lei quei simboli avevano vissuto d'una vita individuale, avevano evocato certe ore, certe particolarit, ognuno rappresentava un anello della sua catena. Gli parve chiaro che per lui la difficolt derivasse dal fatto che la natura stessa della scusa, che poteva invocare a favore dell'amico sleale, costituiva di per se stessa un ostacolo; che questa scusa derivasse da lei, era precisamente il vizio che ne rovinava il valore. Sentiva che avrebbe ceduto alla voce della generosit impersonale, era sicuro che avrebbe ascoltato e si sarebbe rimesso ad un avvocato che, parlando a nome di una giustizia astratta e superiore, avesse imaginato di dire: "Ah! Ricordatevi solamente di quel che v'era in lui di migliore. Abbiate piet, abbiate cura di lui!". Ma aver cura d'Hague nel modo stesso che aveva condotto Stransom a scoprire una nuova infamia di lui, non era pi averne piet, era un glorificarlo! Pi Stransom rifletteva, pi si rendeva conto che, quale fosse stato il carattere delle relazioni di Hague e della sua amica, esse non avrebbero potuto essere in se stesse che una delusione pi o meno ben combinata. Qual parte quest'episodio aveva avuto nella vita d'Acton Hague, in quella vita che il mondo conosceva? Perch non se n'era mai sentito parlare, se aveva avuto il carattere di franchezza delle cose onorevoli? Egli era assai informato degli altri legami d'Acton Hague, dei suoi doveri e delle apparenze, senza dire della sua stessa natura, per esser certo che vi doveva essere stata una qualche infamia. In un modo o nell'altro, quella creatura era stata freddamente sacrificata. Per questo, dopo averci pensato, Stransom si attenne alla decisione d'abbandonarlo.
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Capitolo 9.
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Tuttavia, questa non era una soluzione, soprattutto dopo che Stransom ebbe riparlato all'amica del piano che avrebbe dovuto eseguire dopo che egli sarebbe morto. Nei giorni d'altri tempi ne aveva parlato, ed ella gli aveva risposto con franchezza, dimostrandogli soltanto una ripugnanza garbata e commovente ad indugiare sull'argomento della sua morte. Ella aveva allora esplicitamente accettata quella missione, e autorizzato Stransom a ritenere che poteva contar su di lei per essere eventualmente la custode del suo tabernacolo: nel nome di quanto c'era stato tra loro, egli si appell all'amica, perch non lo abbandonasse nella vecchiaia. Ora ella ascoltava con freddezza glaciale, e dimostrava una certa ripulsa a ritornare sulle proprie parole per discuterle; ma la sua ripulsa sembrava sfumata di non so quale dolcezza, perch esprimeva il sentimento ch'ella aveva dell'abbandono in cui egli era. Nondimeno, le sue condizioni restavano le stesse, a pena pi difficili da udirsi, perch non eran pronunciate ad alta voce; e pure era sicuro che in fondo ella si sentiva crudelmente frustrata della sodisfazione che le avrebbe recato quel lascito sacro, che doveva esserle affidato. Quell'avvenire cos pieno, cos ricco, mancava ora a tutt'e due, ma soprattutto a lei, perch in somma avrebbe dovuto esclusivamente appartenerle; il fatto stesso di vederla rinunciare, di vederla accettare quella perdita, dava a Stransom la misura della preferenza che ella aveva per il ricordo d'Acton Hague. Egli possedeva un senso sufficientemente umoristico per ridere d'un riso amaro, dicendosi: "Perch mai l'ama tanto di pi di quanto mi ami?". Era facile, certamente, concepirne le ragioni; ma quella facolt ch'egli possedeva d'analizzarsi, non calmava l'irritazione che gli fremeva dentro. Nulla, sino allora, gli aveva dato tanto desiderio di rinunciare a tutto. Egli aveva,  vero, oramai raggiunta l'et della rinunzia, ma sino a quel giorno non aveva mai percepito cos nettamente ch'era per lui giunto il tempo d'abbandonare la partita.
In fatti, dopo un periodo di sei mesi, aveva rinunciato a quest'amicizia, una volta cos squisita e confortante. Questa privazione gli appariva sotto due aspetti: quello che aveva assunto durante l'ultimo sforzo fatto per coltivare quell'amicizia era il pi penoso da considerare, perch appariva allora come la privazione ch'egli sopportava. Mormorava a se stesso, nella solitudine, quelle condizioni ch'ella non esprimeva mai: "Uno di pi, uno di pi, null'altro che uno di pi". Egli declinava, sicuramente: ne aveva la sensazione quando, in pieno lavoro, si sorprendeva a fantasticare, lo sguardo fisso nel vuoto, ripetendo quell'assurda frase. Ne aveva, inoltre, la prova, sentendosi cos debole e sofferente. La sua irritazione assunse una forma di malinconia, e questa malinconia lo convinse che la salute lo abbandonava. Poi, l'altare non esisteva pi: quando, in sogno, evocava la cappella, non vedeva altro che una vasta caverna buia. Tutti i ceri s'erano spenti; tutti i morti erano morti per la seconda volta. In principio, si capacitava con difficolt del come la vecchia amica avesse potuto spegnerne le fiamme, perch n da lei n per lei erano stati un giorno richiamati in vita. Comprese allora che la loro sopravvivenza era esistita soltanto nella propria anima; ora, non potevano pi respirare nell'atmosfera che regnava in quest'anima. I ceri potevano continuare meccanicamente ad ardere, ma ciascuno aveva perduto il proprio splendore. La chiesa ormai era vuota, perch la presenza di Stransom, quella dell'amica in lutto, la presenza di loro due era stata il "medium" che aveva evocato tutto un mondo. Ora qualcosa s'era rotto, e tutto era finito. Il silenzio della donna aveva fatto sparire l'armonia del cantico.
Trascorsi tre mesi, Stransom si sent talmente solo che ritorn all'altare: poich, per anni, i suoi morti erano stati la compagnia preferita, forse non si sarebbero rassegnati a che li abbandonasse, senza che essi a loro volta tentassero qualcosa per lui. Ve li trov, fascio stretto, scintillanti e radiosi, tali quali li aveva lasciati, tali quali li aveva talora paragonati ai fasci di luce di un faro, illuminante dall'alto d'una scogliera l'oceano della vita. Gli riusc di sollievo, in capo a pochi minuti, sentirsi seduto l, sentire che i morti serbavano il loro potere su lui. Si stancava ognora pi facilmente, non esciva pi che in carrozza. I palpiti del cuore s'indebolivano e distruggevano il conforto che gli recavano il culto e le imaginazioni. Ritorn ancora, tuttavia, all'altare, vi ritorn parecchie volte, e, finalmente, durante i sei mesi seguenti, visse in quel luogo con un rinnovamento d'ardore, con una nuova febbre d'esaltazione. Durante l'inverno la chiesa non era riscaldata, ed era vietato a Stransom d'esporsi al freddo, ma gli sembrava che dall'ardente altare raggiasse un'atmosfera che lo riscaldasse, quasi l'infiammasse. Seduto, si metteva a pensare allo stato in cui aveva ridotto la compagna, l'amica esiliata: che poteva essa fare delle lunghe ore vuote, di quelle ore che avrebbe dovuto passare nella cappella? V'erano altre chiese, altri altari, altri ceri; in un modo o nell'altro, la sua piet avrebbe certo trovato modo d'esprimersi. Egli non aveva potuto materialmente privarla del culto che le era personale. Ragionava cos, ma senza sodisfazione: sapeva perfettamente che non vi poteva essere equivalente a quella collina di fuoco, della quale ella aveva detto una volta che rispondeva alle sue aspirazioni. Poich quel simbolo assumeva un'importanza sempre maggiore ai suoi occhi, a mano a mano che la pratica della devozione diveniva pi regolare, il pensiero dell'amica, dibattentesi nella solitudine e nell'oscurit, provocava ogni volta in lui un'angoscia pi penosa: i suoi riti non avevano mai avuto un'esistenza pi materiale, un valore pi reale che in quelle ultime settimane, mai la numerosa riunione d'essi, gli "altri", aveva cos ben risposto all'appello di Stransom, e tanto l'aveva attratto a loro. Si smarriva nell'abbagliante splendore dei ceri, che sempre pi diventavano quello che aveva desiderato: la risplendente visione del Cielo nell'imaginazione di un fanciullo. Errava in quel campo di luce, tra lunghi ceri, andando di candelabro in candelabro, di fiamma in fiamma, di nome in nome, dal raggiante chiarore dell'uno di quei luminosi emblemi ad un altro, da un'anima evocata, strappata alle tenebre dell'oblio, ad un'altra anima risuscitata. Nell'intimo sentimento d'aver preservato, d'aver salvato le anime dei suoi morti, il secreto istinto di Stransom trovava uno strano e profondo godimento. Non si trattava di una concezione teologica della Salvezza, n di una garanzia di sopravvivenza nel mondo "al di l": erano salvi, pi salvi di quanto potessero fare la fede o le opere pie, salvi, preservati in questo mondo cos caldamente vivo, che avevano abbandonato rabbrividendo, erano risuscitati per il presente e per l'avvenire, per la sicurezza e la prova del ricordo umano.
Ora Stransom sopravviveva a tutti i suoi amici, l'ultimo cero acceso risaliva a tre anni a dietro, non ne avrebbe dovuto aggiungere altri. Faceva e rifaceva l'appello, la lista gli sembrava fitta e completa. Dove avrebbe potuto metterne un altro, supponendo non vi fossero altre obiezioni? a che posto, nella fila, avrebbe potuto pretendere? Stransom pensava, con una mancanza di sincerit pienamente cosciente, che sarebbe stato assai difficile assegnare un posto a quel nuovo venuto. D'altra parte, pi passava in rivista la piccola legione dei suoi Morti, leggendo e rileggendo storie senza fine, giocando con il silenzio, pi constatava che non aveva mai introdotto estranei tra loro. Aveva avuto ore di compassione, indulgenze grandi, in certi casi financo immense; ma quale era dunque, in fondo, l'essenza del suo culto, se non era il rispetto? Egli stesso si stupiva di sentirsi cos rigido. Sul finir dell'inverno era la preoccupazione dominante del suo spirito; l'eterno ritornello, la scusa per l'ammissione d'un altro diventava vecchia e inopportuna. Giunse un giorno in cui, per semplice stanchezza, Stransom avrebbe acconsentito ad ammettere quest'altro, se la sola simmetria della legione avesse imposto quella presenza. La simmetria era un'armonia, ed ora l'idea dell'armonia lo ossessionava. Si ripeteva che l'armonia riassumeva tutto. Con l'imaginazione demol tutto che aveva edificato, lo ricostru secondo altre linee, altri piani, combinando sovrapposizioni e contrasti diversi. Mut posto a questo o a quel cero, distribuendo diversamente gli spazi, sopprimendo ogni possibilit di un vuoto troppo visibile. Tra quei ceri v'erano relazioni sottili e complesse, una combinazione che avrebbe acconsentito di riconoscerli, e di quando in quando Stransom credeva d'intravvedere il vuoto, che aveva tanto colpito la donna ora esiliata, seduta certamente, come ve l'aveva veduta, in faccia al ritratto d'Acton Hague. Giunse finalmente, in questo modo, ad una concezione ideale dell'insieme, che lasciava il posto per un nuovo cero. "Proprio uno di pi, per completare; proprio uno di pi, uno solo!". Nel cervello di Stransom regnava una strana confusione, perch sentiva vicino il giorno in cui egli pure sarebbe stato nel numero degli Altri; che gli avrebbero importato allora questi Altri, poich importavano soltanto ai vivi? Anche in quanto uno di quei Morti, che gli sarebbe allora importato dell'altare, poich il sogno che aveva di conservarlo, d'ornarlo, era svanito? E l'armonia, che cosa avrebbe avuto a vederci, se tutti i ceri dovevano essere spenti? Egli aveva desiderato una cosa istituita per sempre: con questo o con quel pretesto, potrebbe assicurarne la continuit, ma la ragion d'essere, che aveva per lui, avrebbe cessato d'esistere. E pure questa ragion d'essere, questo significato non avrebbe dovuto finire che con la vita di quella donna, che sola ne comprendeva il senso.
In marzo, una malattia costrinse Stransom a restare un quindicina di giorni a letto. Quando stette un po' meglio, gli dissero due cose, accadute durante la sua malattia: una signora, della quale il domestico ignorava il nome (non lo aveva detto), era venuta tre volte a chiedere sue notizie; poi, durante il sonno, quando il suo spirito evidentemente divagava, l'avevano udito mormorare, a parecchie riprese: "Solo uno di pi... uno solo". Non a pena si sent in grado d'uscire, prima ancora che il medico ve l'avesse autorizzato, se ne and in carrozza, per far visita alla signora che era andata a chiedere sue notizie. Ella non era in casa. Stransom ne colse il pretesto per ritornare all'altare, prima che le forze non gli mancassero di nuovo. Entr solo nella chiesa; aveva rifiutato, in quel modo amabile e categorico che sapeva assumere, la compagnia del domestico o dell'infermiera. Sapeva perfettamente che cosa quella brava gente pensasse di lui; avevano scoperto la relazione clandestina, l'amante che aveva avuto per tanti anni, e davano certamente un'interpretazione tutta loro particolare alle strane parole, che gli avevano riferito. La relazione clandestina era la signora ignota: nulla poteva meglio provare il fatto della fretta indecente con la quale il padrone aveva voluto raggiungerla. Stransom si precipit a ginocchi davanti all'altare, lasciandosi cadere la testa nelle mani. La debolezza, la stanchezza di vivere l'atterravano. Gli parve d'essere l per la resa suprema. Si chiese dapprima come avrebbe potuto andarsene; poi, non credendo pi d'averne la forza, anche questo desiderio lo lasci. Era venuto come tutte le volte, per perdersi in una meditazione senza nozione del tempo e del luogo; il campo dei ceri v'era sempre, e si poteva certo errare tra i suoi meandri scintillanti; ma questa volta sentiva che vi errava per non ritornare mai pi. Si era dato ai suoi Morti ed era benissimo; questa volta i suoi Morti lo avrebbero trattenuto. Non poteva rialzarsi, pot soltanto alzare la testa e fissar gli occhi sui ceri. Sembravano di uno strano splendore, inconsueto; ma quello che attirava pi particolarmente Stransom brillava d'uno splendore senza precedenti. Era la voce centrale del coro, il cuore ardente di quel focolare di luce, e in quel giorno sembrava stendesse, spiegasse grandi ali di fiamma; tutto l'altare era ardente, abbagliante, acciecante; la fonte di quell'immenso raggiare ardeva d'una fiamma pi limpida dell'insieme delle altre, si fondeva a poco a poco in una forma vaga, quella forma era la bellezza umana, la carit: era la lontana figura di Mary Antrim. Sorrideva a Stransom nella gloria dei cieli, gli tendeva quella gloria per sollevarlo, trasportarlo ed elevarlo sino a lei. Egli inclin il capo, inabissandosi nella sottomissione, e un'altra ondata pass su lui e lo sommerse. Era quella la transizione dalla gioia acuta al dolore? Nel pieno di quell'estasi di gioia, si sent il volto diventare ardente, come se quella rivelazione avesse avuto il tono d'un rimprovero. D'un tratto, oppose l'estasi propria alla felicit che aveva rifiutato ad un'altra. Un soffio di questa immortale passione era quanto implorava; la visione di Mary Antrim, apr l'anima di Stransom e ne fece battere il cuore d'una febbre di carit: avrebbe accolto il ricordo d'Acton Hague; era come se Stransom avesse letto quanto la visione voleva dirgli.
Dopo un momento, disperato, si gett uno sguardo intorno: gli sembrava che la sorgente della propria vita scorresse a grandi flutti. La chiesa era deserta, era solo; ma voleva fare qualche cosa, aveva un ultimo appello da rivolgere, un ultimo sforzo da compiere. Si alz, si volt per met, per appoggiarsi allo schienale di un banco. Dietro lui v'era una forma prosternata, una forma nota: una donna in lutto grave, immersa nel dolore o nella preghiera. L'aveva veduta nei tempi passati, la prima volta ch'egli era entrato in quella chiesa; la guard, finch sent quello sguardo e trasal. Ella lev il capo, e i suoi incontrarono gli occhi di Stransom: il compagno delle ore di devozione era ritornato. Ella lo guard per un momento, con il viso perplesso ed inquieto; egli s'accorse che le aveva fatto paura; poi, alzandosi rapida, and a lui con le mani tese.
Oh! avete potuto venire? Dio vi ha inviata! mormor egli, sorridendo di felicit.
Siete ammalato, molto ammalato, non dovreste essere qui, ella rispose, con inquieta sollecitudine.
Credo che Dio abbia inviato me pure. Ero ammalato quando sono giunto, ma la vostra vista fa miracoli. Teneva le mani dell'amica che lo sosteneva, lo rianimava: Debbo parlarvi.
Non parlate! supplic ella, teneramente. Lasciate invece che parli io. Questo pomeriggio, per un miracolo, il pi squisito dei miracoli, il sentimento della distanza che ci separava  in me scomparso. Ero uscita, giravo nei dintorni, pensando, solitaria, quando d'un tratto qualcosa mut nel mio cuore. Ecco che cosa volevo dirvi:  la mia confessione. L'idea di ritornar qui, di ritornarci immediatamente, mi dava le ali. Mi pareva di scorgere improvvisamente qualcosa; mi sembrava che tutto diventasse possibile. Potevo venire, e per quello stesso intendimento che vi fa venire, e bastava. Allora, eccomi. Non vengo per me, per il solo morto che avevo. Questo  finito: sono qui per Essi, Essi tutti...
Ansimante, ma enormemente sollevata da questa confessione a voce bassa, ella contemplava la magnificenza del loro altare, e gli occhi ne riflettevano lo splendore.
Sono l per voi, disse Stransom. Non li sentite questa sera pi presenti di quanto mai lo furono? Parlano per voi, non vedete? In quel cantico di luce? cantano come un coro celeste. Non sentite che dicono? Offrono proprio quello che imploravate da me.
Non parlatene... non pensateci pi, dimenticatelo!
La sua voce supplicava, lieve lieve, mentre l'inquietudine le aumentava negli occhi: liber una delle mani e pass un braccio attorno a Stransom per sostenerlo, per aiutarlo a sedere.
Egli si lasci andare, e, appoggiandosi a lei, cadde sul banco; ella stette in ginocchio, al suo fianco, con un braccio di Stransom attorno alle spalle. Egli rimase cos, per un momento, in contemplazione, davanti all'altare:
Dicono che c' un vuoto, un vuoto spalancato, che distrugge l'insieme dell'imagine. Dicono che non  finita, che non  completa. Soltanto uno di pi... soggiunse dolcemente. Non  quello che desideravate? S, uno di pi, uno solo, soltanto uno di pi.
Ah! no! pi nulla, pi nulla! gemette ella senza voce, e sembrava che l'idea la spaventasse.
S, uno di pi, ripet egli, semplicemente. Solo uno... e la testa gli si pieg sulla spalla dell'amica.
Ella comprese che, troppo debole, era venuto meno. Sola con lui, nella penombra della chiesa, si sent gelata dall'immenso terrore di quello che ancora poteva accadere, perch il viso di Stransom aveva il pallore della morte.
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FINE.